giovedì 22 settembre 2016

The yellow sea


Passa il tempo in maniera anche abbastanza crudele, tanto che ti accorgi che ormai quelli che erano gli idoli della tua adolescenza o stanno morendo (ma è sempre stato così o è questo 2016 ad essere così mortifero?) e che stanno nascendo nuove figure di riferimento, mentre altre ancora si stanno consolidando. La cosa vale anche nel cinema coreano, che per un piccolo periodo sembrava andato quasi di moda, per essere dimenticato in seguito dopo pochi anni dal suo culmine mediatico e sopravvivere solo nell'apposita nicchia di appassionati. Ma è proprio qua che mi sono accorto della consacrazione di un nuovo autore, che con solo tre film ha saputo proiettarsi all'attenzione internazionale col suo stile. Che magari è uno stile che non dice nulla di nuovo, ma che però quello che dice riesce a esplicarlo molto bene. E ad avere un nuovo idolo a ventisei anni, un nuovo idolo del quale posso seguire crescendo il suo percorso artistico, mi fa uno strano effetto.

Gu-nam è un tassista che vive nella regione coreana dello Yanbian, in Cina, quotidianamente martoriato dai debiti e dal pensiero della moglie scappata in Corea. Quando uno dei suoi maggiori creditori gli propone di saldare il debito in cambio dell'omicidio di un uomo a Seoul, Gu-nam accetta...

Na Hong-jin si era fatto notare col bellissimo The chaser, film che avevo molto amato e che offriva una storia di redenzione davvero poco convenzionale nel suo classicismo, sorretto inoltre da una regia molto solida e dal grande ritmo che faceva vibrare ogni scena cruciale con una rara tensione. Il punto cruciale però si è toccato con The wailing, film assurdo per la sua bulimia di generi e che riusciva ad andare veramente oltre, anche a costo di essere ingestibile ed indigeribile, ma che anche per questo finisce per farsi ricordare in maniera quasi indelebile. Due risultati molto alti, due film che nella loro nicchia hanno fatto parlare molto di loro, quasi sempre in maniera del tutto positiva. All'appello mancava solo questo Hwanghae, il film di mezzo, il caparezziano secondo album che finisce sempre per essere sempre il più difficile nella carriera di un artista. E anche in questo caso il risultato è davvero notevole, in modo che Na Hong-jin consegna al mondo una tripletta iniziale che dovrebbe far invidiare quasi tre quarti dei mestieranti esistenti, dimostrando che la sua è una visione autoriale ma comunque molto accessibile e che, come nell'ultimo caso dell'opera semi-horror, cerca anche di andare oltre il genere. I primi due lavori però sono molto classici e anzi, in questo caso si viaggia su binari ben rodati e conosciuti, riuscendo però a gestirli con una capacità magistrale e per nulla timida, adottando un'ottica internazionale che mette da parte certe velleità orientali per adottare un respiro il più internazionale possibile. Ma sarebbe troppo facile e banale etichettare questa pellicola come un semplice action movie, perché finisce per essere molto di più. Ha una sua sensibilità spiccatamente orientale che alla fine emerge sempre nei dettagli, una perizia tecnica che si fa vedere quando serve e un approfondimento dei personaggi davvero notevole, tanto da farli diventare iconici ognuno di loro - e l'antagonista, mamma mia, porta avanti quel concetto di "mostro" che una parte della moderna cinematografia coreana ha ormai cristallizzato nell'immaginario cinefilo. Gli unici punti che mi permetto di criticare sono però le scene d'azione, e non quella dove si consuma la missione iniziale del protagonista, che gode di una tensione quasi horror e di un uso della violenza davvero allucinante (seriamente, ci sono delle sequenze di carneficina che mi hanno fatto distogliere lo sguardo, e posso vantare di avere un buon stomaco), ma tutte quelle a seguire, che in alcuni casi appaiono in tantino diseguali e, per quanto beneficiate dalla continuità necessaria, abbastanza confusionarie quando si fanno più ampie e complesse, tipo l'inseguimento in macchina a tre quarti. Oltre al fatto che sembrano fatte apposta per allungare il brodo in una maniera forse eccessiva, per un film che finisce per durare quasi più di due ore. Ma alla fine quello che ci viene restituito è un riflesso delle miserie umane che, in parallelo al film d'esordio di questo autore, dove un uomo squallido che vive nello squallore trova la sua capacità di redimersi, qui vediamo degli uomini di diversa estrazione immersi nello schifo del mondo e la loro umanità nell'uscirne o nell'aggirarlo. Non è solo un mero film di denuncia, coma fa intendere quel mare giallo dove tutto si apre e si chiude, ma è proprio il portavoce di una rabbia mondiale che forse vale la pena ascoltare in mezzo a tutta la ciaciara che si viene a formare. Ma è anche un film, nonostante tutto, molto pane e salame, che con la sua semplice onestà finisce per mettere d'accordo quasi tutti i tipi di pubblico. Forse questo è il suo è il suo pregio maggiore, così come il suo difetto più eclatante.

Ma avercene di più di difetti così, sinceramente, Na Hong-jin diventa a pieno diritto uno di quegli autori che metto sul mio personale podio.


Voto: ★ ½

6 commenti:

  1. Perchè mi manca questo? Mi sa di una cosa che potrebbe piacermi molto, io con i Coreani vado sempre d'accordo, grazie per la dritta ;-) Cheers

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    1. Questo poi è un SIGNOR giovane coreano ;) recupera tutto quello che ha fatto - sono solo tre film.

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    1. Merita ;) anche se personalmente ho preferito gli altri due di questo regista.

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  3. Ultimamente mi trovo a esplorare il versante orientale (sto in fissa con Takashi Miike) ergo ha buone possibilità di essere incluso nella mia lista :)

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U