giovedì 13 ottobre 2016

Café Society


Eccolo che ritorna col suo solito appuntamento annuale: Woody Allen. Anche se oramai ogni suo film è preceduto dai soliti quesiti abbastanza inutili, con gente che si domanda se riuscirà a eguagliare gli antichi fasti o se pure stavolta ha realizzato l'ennesima pellicola solo per restare attivo e non pensare che deve morire - tutte cose dette da lui. Sinceramente sono argomentazioni che mi vedono coinvolto fino a una certa perché, per quanto non escludo che il buon Woody possa ancora piazzare una discreta bombetta, ormai ha compiuto ottant'anni e la sua produzione sta per sfiorare la quinta decina. Trovo fisiologico che ormai le cose da dire vengono meno, contando che ci sono autori che si sono bruciati molto ma molto prima (mi viene in mente Richard "primo-film-bello-e-basta" Kelly, o la deriva inspiegabile di Shyamalan, che per tanti è diventato Shallallà), quindi il suo lo vedo come l'appuntamento consueto con un vecchio amico. Molto probabilmente certe volte mi potrò annoiarema in altre occasioni mi ricorderò del perché questa amicizia è proseguita per tutto questo tempo. Quindi: ben ritornato Woody!

Anni Trenta. Bobby lascia l'ebraica famiglia, con tanto di fratello gangster, per tentare fortuna ad Hollywood, venendo ingaggiato presso l'agenzia di suo zio. Lì conoscerà la bella segretaria Vonnie, finendo per innamorarsene, ma la giovinetta è già fidanzata e...

Tutto è un'arte, anche l'essere paraculi. E qui Allen è abbastanza paraculo, va detto. Perché se mi metti la tua solita musichetta jazz, ambienti tutto nella Hollywood classica dei tempi d'oro con tanto di citazioni dei vecchi classici, ci piazzi dentro una storia d'amore e anche dei piccoli siparietti gangster... allora mi hai già conquistato, al film do già la sufficienza a prescindere, tanti saluti e tutti a casa soddisfatti. C'è però un modo di essere paraculi ancora migliore, ovvero quello di usare tutti questi elementi, creare un film comunque imperfetto ma nel quale comunque si sente in tutto e per tutto il tuo tocco, quella tua visione del mondo che gli dà un minimo valore aggiunto da renderlo comunque meritevole e memorabile. Perché per atmosfera e messa in scena qui siammolto dalle parti di Magic in the moonlight, pellicola gradevole eppure incapace di entusiasmarmi del tutto, però c'è un'atmosfera molto meno teatrale e si evitano degli irritanti siparietti a là Irrational man, creando un'opera che forse non impegna in maniera eccessiva, mette sullo schermo tutto quello che ti aspetti dall'Allen medio e finisce per lasciarti quella malinconia finale che male non fa, tranne che per i cuori troppo sensibili. E la malinconia la suggerisce già la locandina, con quella lacrima d'oro che sembra dire più di mille altre parole, simbolo di uno sfarzo che però al suo interno nasconde molta sofferenza. Hollywood alla fine era anche quello, i numerosi aneddoti sulle star del passato ce lo confermano ogni volta, perché l'immagine di successo che si vuole costruire alla fine rimane solo una copertina di facciata. Allen nel ricostruire quel periodo storico quindi, enfatizzato dai finanziamenti degli Amazon Studios, che hanno prodotto anche la sua miniserie-tv Crisis in six scenes (della quale Woody si è prontamente pentito), cerca anche di mettere sullo schermo la crisi ideologica di due vite, quella del protagonista e della ragazza della quale di innamora, che partendo con un'ingenuità di base molto naif finiranno per diventare proprio ciò che rinnegavano a inizio pellicola, con tutti i compromessi che si raggiungono nel corso della vita. E mentre rappresentare ciò, Allen fa anche degli innegabili passi falsi, con dei tempi comici non sempre azzeccati e delle sotto-trame che a una certa appaiono quasi inutili (tutt'e due riconoscibili nelle vicende del fratello gangster, davvero mal gestita come cosa per certi versi), insieme a dei dialoghi non sempre all'altezza, da noi poi inficiati da un doppiaggio scadente, ma sono proprio le conclusioni finali alle quali giunge che fanno capire il disegno che aveva in mente, così come il suo concetto di vita ed esistenza. Alla fine Café Society è solo un'adorabile confezione con una ricostruzione storica di prim'ordine, attori tutti in splendida forma e musiche azzeccate, ma leggendo fra le righe si avverte un'indicibile tristezza che spezza il mito stesso che vuole celebrare, rapportandolo alla vita e alle scelte che si compiono. Quella lacrima d'oro ci riguarda un po' tutti, quella lacrima d'oro siamo noi che cresciamo, che scopriamo il sottile vincolo fra ideali e vita reale, la vita da adulti, dove un'integrità massima è impossibile o quantomeno difficile da mantenere. Allen non stravolge questo concetto, ce lo ricorda il giusto e ci fa capire che nonostante tutto siamo umani squallidi e opportunisti, chi più chi meno, e accompagna questo concetto con la fine di un'era e di un periodo dal quale si è evoluto il moderno e molto meno stiloso jet-set. Forse non è moltissimo, ma nemmeno poco. Di ciò ad Allen dobbiamo comunque dare atto.

Comunque non capisco come abbiano fatto quasi tutti a farsi incantare da Kristen Stewart, per me anonima come sempre.


Voto: 

4 commenti:

  1. Piaciuto molto, di sicuro più di Irrational Man che mi fece uscire dalla sala delusissimo. Quel finale così agrodolce, boh, mi fa dire che Woody è invecchiato benissimo mantenendo giovane il suo occhio da regista.

    P.s. Parliamo seriamente: uno che ha casa Blake Lively come fa ad andare in giro a Central Park con Kristen Stewart? INCOMPRENSIBILE ;)

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    1. Taci, solo quell'ultimo punto mi faceva venir voglia di togliere una stella :-P
      Comunque il finale è bellissimo. Mi ha fatto morire un po' dentro...

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  2. Concordo su Kirsten Stewart, me pare un manico de scopa anche qui. In generale il film mi è rimasto piuttosto indifferente.

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    1. In effetti è un "classico Allen". Credo che si debba dare importanza ai dettagli per apprezzarlo, o essere sensibili a un certo fascino epocale.

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U