lunedì 10 ottobre 2016

Il condominio dei cuori infranti


La cosa più assurda che ho imparato da quando ho due case (per inciso, quella dove abita mio padre e quella dove abita mia madre, non pensate che ho i big money) è il diverso modo che hanno le persone di rapportarsi in base alla struttura dell'abitazione. Originariamente vivevo in una villetta a schiera e, con molta fortuna, ho dei vicini con cui la mia famiglia è sempre andata molto d'accordo; da quando ho sperimentato la vita in un condominio invece ho notato che non è così scontato interagire in maniera espansiva coi vicini, perché ci sono pure quelli con cui si instaura un buon rapporto ma, complici anche le fantomatiche e (per me, fino a pochi anni fa) leggendarie riunioni di condominio, socializzare e solidarizzare non è così scontato. Per questo in alcuni casi penso che il condominio sia la metafora perfetta della solitudine sociale. Forse non è un caso che gran parte della seconda parte di Storia di uomini invisibili pone gran parte delle proprie dinamiche proprio all'interno di un condominio ed abbia proprio quel finale.

In un fatiscente condominio francese, le vite di un gruppo di uomini e donne (e di un astronauta) profondamente soli finiscono per incrociarsi in maniera poco convenzionale...

Altro film che mi incuriosiva molto, per motivi che non sapevo spiegarmi, ma che come al solito vedo in estremo ritardo perché la distribuzione italiana è donnaccia nell'animo fino al midollo, e questa piccola perla è passata semi-inosservata tranne che per i soliti circoletti di turno - seriamente, Milano come città la odio, ma vorrei viverci perché lì passano tutti i film che vorrei vedere. Lo volevo vedere nonostante il titolo nostrano sia stucchevole e, tanto per cambiare, fuori tema, perché l'originario Asphalte (era dai tempi di Se mi lasci ti cancello che un strafalcione simile non avveniva) è molto più indicato a descrivere l'atmosfera e l'(anti)animosità che pervade questa pellicola. E' anche una svolta nella carriera di Samuel Benchetrit, che dopo aver firmato diversi libri da noi ancora inediti, inizia a fare un collage delle sue Cronache dell'asfalto - volumi in qualche modo autobiografici, nonostante alcune svolte surrealiste come sono ben visibili qui - per ottenere queste pellicola. Una pellicola piccola, breve, stralunata ma comunque di gran cuore, anche se forse non potrà far breccia nell'animo di chiunque data la sua particolarità. Perché sì, è una commedia, ma non fa sganasciare, è un umorismo sottile che punta quasi tutto sull'assurdità inverosimile delle situazioni e su una malinconia onnipresente che in più di una scena crea uno strano effetto discordante; parla d'amore, ma è un tipo d'amore molto sottile, non una cosa a là Le pagine della nostra vita, ma non ha nemmeno la sofferenza di Amour di Haneke (piccola curiosità a tema, collegata al film dell'austriaco: il ragazzo che interagisce con Isabelle Hupper è il figlio del regista Benchetrit, frutto della sua relazione con la figlia dell'attore Jean-Louis Tritignant, Marie, morta poi uccisa dal compagno Bentrand Cantat nel 2003), si tratta di un qualcosa di appena sussurrato, quasi mai consumato e che attraversa diversi livelli interpretativi, varie sfumature dell'amore e dell'affetto. Ma soprattutto, parla di vite in qualche modo chiuse in se stesse, perché alla fine quelli coinvolti sono tutti personaggi che devono aprirsi al mondo, e proprio per questo il regista Benchetrit decide di usare un simile formato ormai in quasi totale disuso (il quadratico 1:33, usato solo per i vecchi film e modificato nei successivi restauri) che in parte ricordano alcune sequenze di Gran Budapest Hotel o Mommy e che conferiscono alla scena la chiusura che solo un'immagine confinata in quelle pareti può dare. Tante piccole storie quasi episodiche che si consumano all'interno di un casolare, ritratti di piccole solitudini e delle loro sfumature che però non diventano mai qualcosa di morboso o di insostenibile. La gente è sola, questo è un dato di fatto, qui tutti parlano ma si incontrano solo sovente e quando avviene c'è serpe una strana reticenza. Serve una trasformazione, un aprirsi, ed è proprio attraverso questa bella metafora che avvengono le scene più significative e delicate. Benchetrit ha sicuramente un talento registico, perché i minuti scorrono e, nonostante non sia un film d'azione, non si avverte mai il peso o la noia, ma soprattutto è un narratore perché riesce a immergere in una dimensione alternativa e quasi favolistica i suoi personaggi, plasmando una realtà personale ma, nella sua assurdità, perfettamente verosimile. Alla fine in qualche maniera sono tutti dispersi e tutti loro cercano la propria strada, ma in certe condizioni pure i corridoi di un casolare fatiscente possono sembrare un labirinto.

Una piccola perla che per me non ha avuto tutto il risalto che avrebbe meritato. Per fortuna però in certi casi c'è la rete che riscatta.


Voto: ★ ½

4 commenti:

  1. Radical chicchissimo, ma mi è piaciuto. Magari non quanto a te, ma il giusto, sì. La commedia francese, anche quando se la tira, mi piace. :)

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    1. E' così pucciosetto che non puoi volergli male ^^'

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  2. l'ho adorato (visto che i film arrivano anche a torino, non solo a milano) :)

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    1. poi mi chiedono perché voglio vivere in una grande città...

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U