lunedì 17 ottobre 2016

Un padre, una figlia


I social network? Le metropoli multietniche? I banchi di scuola? Gli uffici? No, per descrivere veramente il senso di solitudine credo che dovrete provare ad avere meno di trent'anni e ad andare al cineforum della vostra città. Che poi magari da voi i cineforum sono un coacervo di giovani e giovanissimi, ma io ho sempre vissuto questa passione molto in solitaria, con questi titoli che quando invitavo amici a vederli mi davano appuntamento al trenta febbraio mentre le ragazze mi etichettavano subito come l'antisesso - più di quanto non facessero a prima vista. Così mentre andavo a vedere l'ultimo di Cristian Mungiu, una volta che la sala si è "riempita", ho provato a dare una sfuggevole occhiata ai miei compagni di visione ed ho appurato che ero il più giovane. Il secondo doveva avere grossomodo trentanove anni come minimo, portati pure male. Ma un po' ci tenevo a vedere questo film al cinema, soprattutto perché molti titoli meritevoli quest'anno me li sono persi e ho dovuto reperirli in maniera alternativa, quindi dare il mio contributo alla cultura con una pellicola così particolare e sicuramente distribuita su piccola scala mi sembrava il minimo da fare se mi dichiaro un vero e proprio appassionato di cinema.

Romeo Aldea è uno stimato chirurgo in un ospedale in Romania. Sua figlia Eliza deve diplomarsi con un voto molto alto per permettersi una borsa di studio che le darà l'occasione di andare a studiare in Inghilterra ma, il giorno prima dell'esame, la ragazza viene aggredita. Uscita incolume da quella brutta vicenda, ma visibilmente shockata, non riesce ad ottenere il punteggio necessario all'esame, così Romeo prova di tutto per farle ottenere quel minimo punteggio necessario...

Lo dico senza spocchia, ma credo che ci sia differenza fra l'essere uno spettatore e un appassionato - e ripeto, appassionato, che non vuol dire esperto, a prescindere dal fatto che per me gli esperti non esistono. Uno spettatore si limita a guardare il film (così come io mi limito ad ascoltare gran parti delle canzoni che sento), un appassionato cerca di andare oltre a quello che vede. E' un pensiero che mi è venuto con questo film, e pensando anche al primo lavoro di Cristian Mungiu, quel 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni che mi aveva davvero colpito allo stomaco, soprattutto per un aspetto che quelle pellicole hanno in comune. Ho pensato alla provenienza, al fatto che sono due film rumeni, e mi sono convinto che per capirli appieno avrei dovuto essere di quella nazionalità, perché al loro interno nascondono delle peculiarità che solo chi ha vissuto in quelle terre può avvertire del tutto. Se ti limiti a guardare quei film, molto probabilmente ti annoierai, se cerchi di capire da dove vengono e con quale occhio guardarli, allora sicuramente puoi uscirne arricchito. Cercando di allungare l'occhio, pur con tutti i miei limiti, ho avuto subito l'impressione che Mungiu non si trovi molto bene nella sua terra d'origine, perché la pellicola sull'aborto clandestino che aveva shockato mezzo mondo nel 2007 terminava con un totale senso di disfatta e perdita, quella negatività verso la quale mi sento irrimediabilmente attratto quando si parla di narrazione e storie. Anche in questo caso la cosa si sente, il senso di malcontento offerto da una terra che ormai non ha nulla da offrire va a braccetto con quello della paternità, ma in più di un'occasione lo supera e diventa il tema principe della pellicola. Eppure sarebbe riduttivo dire che questo film parla di paternità e di malcontento verso il proprio paese, perché sì, quelli sono i temi che ho sentito maggiormente, ma sono diramati lungo tutti i (forse eccessivi) centoventi minuti del lungometraggio attraverso una lunga serie di sfumature che riempiono la testa, finendo per dare uno strano senso di confusione volontaria, fino a quel finale. Io mi aspettavo lo shock, mi aspettavo la violenza psicologica di nove anni prima, quell'atmosfera opprimente, la cena di famiglia con le improbabili dislocazioni e quel particolare sanguigno che mi aveva tanto sconvolto... invece questo è un filmolto più tranquillo. Più statico, anche se parla di un uomo che gira in lungo in largo, non c'è nessun intento di shockare ma, anzi, c'è un raffinato lavoro di sottrazione che ti fa attendere quel colpo che però non arriva mai. La violenza la si avverte solo nel vissuto dei dialoghi, nel senso di disfatta che Romeo prova raccontando come anni prima era ritornato in Romania dopo essere emigrato, vedendo il proprio futuro bloccarsi, si sente quanto abbia confidato nell'intelligenza della figlia e di come quell'esame di maturità (e il titolo originale, Bacalaureat, a differenza del didascalismo nostrano indica proprio quello) a un certo punto serva più lui che a lei, per fare in modo che quella ragazza possa avere finalmente quello che lui non ha potuto avere dalla vita. E' proprio questo che mi ha colpito del film, anche se non quanto avrei voluto, perché ci sono discorsi che forse non sono ancora in grado di capire del tutto: c'è quello verso un paese in degrado del quale tutti, nessuno escluso, si lamentano, così come quella paternità che ancora non ho sperimentato e sulla quale quindi non posso avere voce in capitolo, soprattutto per quanto riguarda pellicole incentrate quasi interamente su di essa, senza contare un senso dell'obbligo e del dovere messo sempre in discussione ma mai condannato apertamente. E poi c'è quel finale, vagamente speranzoso e che non riserva il vero cazzotto che mi aspettavo, ma che ti fa assalire da un dolce senso di sconfitta, prima di quell'inquadratura finale che, sì, sembra davvero la dichiarazione d'amore di un padre verso sua figlia. Ma in fondo, anche quella di un autore arrabbiato verso un paese in declino, quella di un cittadino che con esso ha più di un problema ma al contempo anche un distorto senso d'amore. Oltre alla speranza che possa riprendersi del tutto.

Bello! Forse non quanto avrei voluto, ma la bellezza non possiamo solo accettarla: bisogna anche arrivare a comprenderla. 


Voto: ★ ½

8 commenti:

  1. Sono molto curioso, Mungiu mi aveva strabiliato con Quattro mesi.
    Ma prima di recuperare questo, devo ancora colmare la lacuna di Oltre le colline.

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    1. Concordo in toto, anche pure io devo recuperare il film prima :/
      Comunque se hai amato quel film, ti avviso che siamo su toni e intenti quasi opposti.

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  2. Lo voglio vedere, mi hai incuriosito.

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  3. lo danno domani sera al cinema parrocchiale vicino a casa mia e mi ispira moltissimo...
    come nel cineforum dove sei stato tu, anche in quella sala di proiezione sarà un connubio di dentiere e cateteri, però io e mia sorella ogni tanto ci andiamo ne più ne meno, assolutamente non preoccupate dalla possibile sovrabbondanza di spettatori di cantieri

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    1. Ne vale assolutamente la pena, facci un salto e fammi sapere ;)
      Ma alla fine nemmeno io me ne curo più do tanto, però per me il cineforum è quasi sempre un'esperienza solitaria...

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  4. I cineforum, purtroppo, sono come le sale d'essai... ovvero in via d'estinzione. Ed è un peccato, perchè un ristretto zoccolo duro di cinefili c'è ancora. Ma ormai tutto è orientato in favore del blockbuster, del consumismo, dei popcorn sgranocchiati in coppia e delle bibite pagate a peso d'oro. E allora, anche se ho 44 anni e sono ormai un matusa, sono ben lieto di non fare parte di questo club!

    p.s. sul film non dico nulla, almeno finchè non riuscirò a vederlo. Magari a un cineforum :)

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