mercoledì 30 novembre 2016

Cantando sotto la pioggia


Capisci che stai cominciando ad invecchiare quando cambiano le tue priorità, un po' come quando comincia a importanti sempre meno che il pomeriggio ti dimentichi di vedere la puntata dei Pokemon d'ordinanza - che poi siano rientrati in auge in maniera preoccupante per i miei coetanei è un altro discorso. Infatti è successo che l'altra sera su Canale 8 davano Django unchained, sicuramente un gran bel film ma a mio modesto parere una delle pellicole più sopravvalutate della storia recente, ma siccome l'amore per zio Quentino (il suo nome credo sia l'unico motivo per cui, anni fa, frotte di persone si sono fiondate al cinema a vedere un film che altrimenti avrebbero ignorato e preso decisamente meno sul serio) me lo sono rivisto. Cazzeggiando dopo sui vari canali ho scoperto che a notte tarda davano Cantando sotto la pioggia, uno di quei classiconi-oni-oni talmente classici che ti stupisci di non starli a vedere il primo pomeriggio su Rai4. Ma è anche uno di quei classiconi-oni-oni che io adoro e che non vedo da moltissimo tempo, quindi ho colto l'occasione per poterlo rivedere. E lo sapete il bello? Mi ha dato molto di più riveder quel film che il neo-cult di Tarantino. Forse è vero, con l'avvicinarsi degli 'enta' sto cominciando a soffrire di senilità precoce.

Don Lockwood, dopo essere entrato per puro caso nel mondo degli stuntman, riesce a esordire come attore del cinema muto, diventando un sex symbol e idolo delle masse. A complicare la sua esistenza sarà l'avvento del cinema sonoro, giacché tutti gli attori devono seguire un corso di dizione e la sua compagna sullo schermo, la vanitosa Lina Lamont, ha una voce terribile. Lo salverà l'incontro con una bella attricetta che...

Parlare di questi classiconi-oni-oni è sempre un bel problema, proprio perché sono dei classiconi-oni-oni. Sono pellicole che hanno fatto scuola, imposto nuove regole e dalle quali dipende una parte della produzione futura di quel genere o, quando la cosa va di lusso, anche degli altri. E' proprio questo status a renderli difficili da trattare, perché che sono belli è innegabile, ma sono anche così importanti che valutarli obiettivamente diventa alquanto difficile. Il fatto poi di essere nati prima sopperisce a delle eventuali mancanze, a delle ingenuità che ora non perdoneremo o cosa? Tutti quesiti che mi attraversavano la testa quando rivedevo questo film, che forse la recente visione di una pellicola come Café Society mi ha fatto vivere in maniera ben diversa. Un film che mi è passato via come non succedeva da tempo, lasciandomi anche molto. Cosa, alla fine? Genuina e sincera meraviglia, cosa incredibile se pensiamo che nei primi anni dell'adolescenza lo avrò visto almeno una decina di volte. Quando accade ciò io mi aggrappo sempre alla frase che Jeoffrey Chaucher aveva messo alla fine de I racconti di Canterbury, che erano "narrati per il piacere di narrare", perché credo che un narratore che prova piacere a raccontare una storia può mettere fine a diverse magagne - era questo che per me salva e rende belli dei film come The dark knight rises e Pacific rim, nonché molti libri di Stephen King. Stanley Donen (anche regista di Sette spose per sette fratelli) e Gene Kelly (proprio lui, l'attore protagonista) riescono a creare una storia davvero divertente e che anche a livello cinematografico regge alla perfezione, raccontando tutto con le immagini e azzardando certe acrobazie di ripresa che appaiono modernissime pure oggi, a dispetto di tutti i passi che la tecnologia ha fatto, riuscendo a divertire per tutta la durata e mantenendo un eterno senso di leggerezza che mi ha fatto bene. Ma soprattutto, è un film che parla di cinema, questo è anche l'aspetto meno conosciuto della pellicola, perché se lo chiedi in giro tutti conoscono la famosa scena sotto la pioggia che le dà il titolo ma nessuno sa alla fine di cosa diamine parli questa pellicola. Quasi nessuno sa che parla dell'avvento del cinema sonoro e di come ha stravolto la vita di chi lavorava nel settore, quasi nessuno conosce dei pezzi come Moses supposesMake 'em laugh, mentre per alcuni Good morning era la canzone della pubblicità dei Saccottini (no, non sto scherzando, storia vera). A rivederlo col senno di ora, ho capito come mai Sining in the rain è così bello, perché parla del cambiamento che ha scosso il media che sta usando. Lo fa in maniera leggera, perché è innegabile che non stiamo a guardare Fellini o Bergman, però argomenta bene attraverso i mezzi che ha a disposizione e cristallizza quello che è stato uno dei più grandi scossoni della settima arte, seguito poco dopo dal colore. In mezzo a tutto questo ci hanno messo delle canzoni che sono diventate dei capisaldi e dei balletti dall'esecuzione perfetta (ammetto che però ho ripensato a Tatum in Ave, Cesare!), ed il gioco è fatto. Non avrà la pesantezza o la seriosità di altri capisaldi cinematografici, ma credo che chiunque abbia l'intelligenza di non prendersi troppo sul serio e di fare alla perfezione il proprio lavoro alla fine, quando il talento c'è, porta a casa i risultati migliori. E spesso una risata disimpegnata è il modo migliore per avere il ritratto il più obiettivo e spietato dei proprio tempi, come questa pellicola (buonista fino in parte, per come mette alla berlina l'apparire delle star hollywoodiane - e proprio l'attrice che interpreta il personaggio più antipatico, Jean Hagen, vinse l'Oscar come migliore attrice non protagonista) che a ritmo di tiptap immortala uno dei cambiamenti per eccellenza. Perché è vero, non tutti i cult sono necessariamente dei capolavori (vedasi cose come Forrest Gump o 300, ad esempio), ma certi se lo sono diventati forse qualche ragione ce l'hanno.

E pure a me, che odio ballare, a vedere questo film viene voglia di imparare il tiptap. Manca solo l'aplomb di Gene Kelly e poi sono a posto.


Voto: ★★

2 commenti:

Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U