lunedì 14 novembre 2016

Frantz


Ultimamente, per motivi che purtroppo non dipendono da me, ho aggiornato molto poco il blog (non che la cosa dispiaccia a molti, mi sa) lasciandolo leggermente alla deriva. Come però succede ormai da un anno e mezzo a questa parte, ne sto passando di ogni e questo ammontare di situazioni mi stanno togliendo parecchie energie per fare le cose che prima mi rilassavano. A questo aggiungiamo anche la voglia di non voler far diventare questo spazio, che nel suo piccolo per me ormai è una realtà che mi piace e che voglio far crescere al meglio, una cosa che va avanti col pilota automatico, perché sarebbe veramente mancare di rispetto a un qualcosa che ho costruito anche insieme a voi che leggete. Quindi diciamo che parlo meno, ma preferisco parlare di cose delle quali valga la pena spendere qualche parola. Spesso in tutto questo mi aiuta il cineforum della mia città, perché se i titoli più interessanti dalle mie parti non passano mai, un pugno di pellicole meritevoli e fuori dagli schemi trovano fortunato spazio. L'occasione di vedere al cinema poi un film di François Ozon, forse uno dei registi più malleabili e discontinui dopo Ridley Scott, è sempre una ghiotta occasione, perché col francesino c'è (quasi) sempre qualcosa da dire o su cui ragionare.

Germania, 1919. La giovane Anna si reca tutti i giorni sulla tomba di Frantz, il suo promesso sposo morto nella Prima Guerra Mondiale. Un giorno sulla tomba dell'amato incontra Adrien, un francesino che dice di essere un amico di Frantz, e che si è recato in Germania per salutare l'amico e conoscere la sua famiglia. Ma è davvero chi dice di essere...?

Ozon mi aveva folgorato nemmeno tanti anni fa col film Dans la maison, una pellicola che nella sua semplicità mostrava una profondità e un'idea di cinema davvero impressionante, magari un po' pretestuosa per alcuni versi, ma che non poteva non catturare col suo fascino morboso e raffinatissimo - e quel finale, mamma mia, che finale. Ma ancora più incredibile è scoprire il percorso artistico del suo creatore, un autore che non ha paura di osare e che è in grado di cambiare pelle ogni volta, senza però svendere la propria essenza principale che, anche nei risultati minori, si fa sempre avvertire. Ozon è francese e, per quanto se ne dica, i nostri cugini d'oltralpe hanno un loro modo personale di fare cinema, per me secondo solo a quello coreano per la voglia di stupire e cercare di evolvere, pur essendo molto ancorati agli schemi classici. Film come Angel, PoticheGiovane e bella sono totalmente diversi uno dall'altro, segnando il percorso di un cineasta che è in grado di passare al dramma, alla commedia fino al film romantico, tutte opere sempre fortemente volute e mai realizzate su commissione, perché ogni suo lavoro è frutto di una ricerca autoriale. Un risultato che pochi possono permettersi. A questo giro si affaccia al melò classico (forse fin troppo classico, come suggeriscono certe parti che a mio modesto parere non ingranano proprio), omaggiandolo con una fotografia in bianco e nero davvero notevole, ma riesce comunque a mettere il suo tocco anche in una struttura classica, anzi, riesce a rendere questo film un manifesto del suo modo di fare cinema e di evolversi dentro di esso. Tratto dalla piecé teatrale di Maurice Rostand, già portata sullo schermo nel 1932 da Ernst Lubitsch col film Broken Lullaby - L'uomo che ho ucciso, Frantz si evolve come una serie di film all'interno del film, creando un insieme apparentemente confuso ma invece solido e ben chiaro nei propri intenti. Ci si potrebbe soffermare sulla tristezza dei singoli, tema sempre caro a Ozon, segnata dal bianco e nero imperante e interrotto da dei brevi momenti a colori quando la gioia fa le sue piccole comparse, ma sarebbe solo la lettura più superficiale del tutto, perché il regista oltre a questo trucco cromatico apporta numerose interazioni cinematografiche, dando ad ogni segmento la sua realtà. I momenti a colori che intercorrono nella vita reale sono girati in un modo, i flashback parigini in un altro e la realtà della guerra in un'altra via ancora. Anche la fotografia a colori cambia progressivamente, sempre nella maniera più appropriata alla realtà che vuole mostrare, in un modo che forse molti potrebbero trattare con dei sistemi confusionari, ma il nostro mangialumache preferito ha le idee ben chiare e, nonostante un ritmo che si fa patire in più di un punto, complice anche una trama forse fin troppo lineare, porta a casa un risultato più che dignitoso. Ma anche questa non è una lettura completa dell'intero film, perché Ozon come suo solito riesce, anche a costo di far tracollare tutto, a puntare sempre in alto, ampliando il discorso in maniera forse non accessibile a tutti ma che comunque fa pensare, riflettendo sul nostro tempo al di là del genere che vuole omaggiare. Perché se è vero che Frantz abbraccia in tutto e per tutto la causa di certi melò, nelle mani di Ozon diventa anche una non scontata riflessione sui nostri tempi, mettendo bene in vista le differenze sociali, economiche, politiche e di religione che da sempre portano i conflitti, sbeffeggiando pure l'inno del suo paese, come a suggerire che nonostante la differenza di quasi un secolo di storia certe cose non cambiano mai. Ma è anche un'analisi della verità, di come la bugia possa salvare se stessi e gli altri, sempre senza anteporre giudizi, e con un finale che lascia spazio al manierismo solito dell'autore e che pone diversi punti di lettura, forse la nota più dolente e facilona di tutte in un film che è molto più stratificato di come può apparire a una prima visione disattenta.

Non il migliore del regista, ma comunque un'opera onesta e sincera, che rispetta in pieno l'intelligenza dello spettatore.


Voto: ★ ½

4 commenti:

  1. Anche io sono un fan di Ozon, questo ancora mi manca ma spero di recuperarlo presto, grazie per la bella recensione :)

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    1. Non mi definisco suo fan, però il suo cinema mi piace perché varia.
      Stranamente questo, nonostante il peso dell'autore, non sta facendo molto parlare :/

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  2. Sono d'accordo. E' sempre il "solito" Ozon: ruffiano, un po' snob, eppure stilisticamente impeccabile. E con un'importante riflessione sul nostro presente (d'altra parte, i film storici - così come quelli di fantascienza - servono proprio a questo). Buon film, uno dei migliori visti a Venezia.

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    1. Lui però è ruffiano e snob in maniera giusta ;) la scena dell'inno francese mi ha vagamente sconvolto...

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U