martedì 17 gennaio 2017

Il sospetto


Credo sia inevitabile che tutti, prima o poi, rimangano vittima di un pettegolezzo. Sembra un po' come una rituale di iniziazione alla vita di provincia, se mi permettete un'affermazione leggermente stereotipata, ma sono convinto che sia uno stereotipo molto veritiero da come sono state invischiate le vite di molti miei amici e conoscenti. Lo dico per esperienza? Avoja, come direbbero a Roma. Ma è risaputo che io ho una vita 'da fumetto', quindi il mio quantitativo non fa testo. Il pettegolezzo però è qualcosa che sembra inevitabile nell'odierna società e io, da analitico sociologo di 'sta ceppa quale sono, sostengo da sempre che è la nostra parte animale e cacciatrice (che necessita quindi di un cacciatore e di una preda) che si evolve secondo i moderni parametri. Stranamente, pur avendone ricevuti di parecchio infamanti, non ho mai nutrito astio - duraturo nel tempo, almeno - verso chi mi ha fatto questo, per il semplice fatto che una persona che deve inventarsi cose su un'altra o che si prodiga per screditarne l'immagine è un individuo insicuro. Tutte cose che mi sono ritrovato a pensare quando ai tempi vidi questo film, che nella sua assoluta semplicità è stata una delle visioni più traumatizzanti degli ultimi anni.

Lucas è un uomo fresco di divorzio che, dopo la chiusura della scuola superiore dove lavorava, inizia a fare l'insegnante in un asilo. Un giorno Clara, la figlia più piccola del miglior amico di Lucas che sta nello stesso asilo dove l'uomo lavora, nel dichiararsi a lui e venendo respinta, si inventa di come l'insegnante abbuia cercato di molestarla, scatenando delle ovvie conseguenze...

Ricordo che il 2014 fu, per gli Oscar, l'anno dove destava più curiosità la statuetta per il miglior film straniero che quella per il miglior film. D'altronde a quel giro era quasi scontato che vincesse 12 anni schiavo (anche se in gara c'era The wolf of Wall Street, perché lo schiavismo brucia ancora...) ma invece nulla si sapeva sul miglior film straniero, che aveva dalla sua i titoli più interessanti usciti quell'anno. Oltre all'ultima fatica del più simpatico fra i fondatori del Dogma 95, a tener alta la concorrenza c'erano il nostrano La grande bellezza e lo struggente Alabama Monroe, segnando il trittico di favoriti che se la sono combattuta fino all'ultimo. Alla fine vinse il film di Sorrentella ma, per quanto a me fossero piaciuti tutti e tre e il vincitore mi ha riscattato l'orgoglio nazionale, il mio favorito è sempre stato questo Jagten, proprio in virtù della sua disillusa spietatezza. E da uno come Thomas Vintemberg, il mattacchione che ha diretto un gioiello di cinismo come Festen, ti aspetti proprio la crudeltà, che qui si esprime in tutto il suo macabro splendore. Ma non è una crudeltà fisica, non ci sono scene che possono mettere alla prova gli stomaci dei più sensibili, è tutto sentito sottopelle e su vie più psicologiche, che per me finiscono per fare ancora più male - specie poi se si basano sulle estreme conseguenze di uno svolgersi così quotidiano e perfettamente plausibile. Vintemberg prende come spunto di base il pettegolezzo, ma lo amplia fino a sviscerare tutta l'umanità coinvolta. Innanzitutto fa mentire una bambina (e al diavolo il detto che dice che i bambini non mentono mai) ma poi pone l'obiettivo oltre che sull'essere sempre più schiacciato del povero protagonista, su come la comunità reagisce alla sua figura. Lucas piano piano finisce per perdere amici, confidenti, lavoro e persino il suo nuovo amore, con una cattiveria quasi ingiustificata e davvero angosciante. Ed è qui che il titolo originale mette in nuova luce tutto il film. Jagten in danese vuol dire Caccia (non per nulla per un periodo è circolato col titolo internazionale di The hunt) e, guarda un po', sia apre e si chiude proprio con la scena di Lucas che va a caccia. La caccia si sposta dal bosco alla società, facendo vedere come la cosa importante in tutta la faccenda non sia la ricerca della verità, quanto di una figura alla quale affibbiare tutte le colpe. E' in questo che sta la vera genialità del film, che a una storia non particolarmente innovativa mette un focus proprio su una visione più profonda e inedita che mai. Vittime di una caccia che coinvolge tutti e che fa venire fuori la parte più animalesca di ognuno, rendendo il protagonista un vero e proprio alienato sociale. Vintemberg non si affida a particolari manierismi, mantiene uno sguardo molto neutro favorito da una telecamera a spalla che segue il protagonista nel suo sprofondare sempre più a fondo, quasi fossimo dei curiosi che vogliono seguirlo per vedere fino a quanto può peggiorare la situazione, ma è la prova di Mads Mikkelsen (per me uno dei più grandi della sua generazione, non a caso premiato a Cannes come miglior interpretazione per questo film) che incide del segno. L'attore, ormai celebra anche negli States e perfettamente integrato sia nei Blockbuster che nel cinema impegnato, riesce a calarsi nei panni di un uomo medio e perfettamente ordinario, facendo cogliere tutta la sua impotenza di fronte a quel nemico invisibile che lo mastica lentamente. Ci regala davvero dei bei momenti, senza strafare, e sono proprio la sua performance insieme all'occhio della cinepresa del regista che raggiungono livelli di intensità altissimi come nella scena della chiesa, fino a quell'inquietante immagine finale che, nonostante il sopraggiungere dei titoli di coda, non vuole mettere la parola fine su tutta la faccenda. D'altronde Lucas non potrà mai dimenticare come quel fatto ha inciso sulla sua vita, e quello sguardo disperso nel vuoto non lo scorderete facilmente nemmeno voi.

Senza dolly, pianti esagerati o altri trucchi narrativi, Vintemberg è riuscito a creare qualcosa in grado di prendere a calci in pancia con la spietatezza che gli riesce.


Voto: ★★★★★

18 commenti:

  1. Uno di quei film che farei fatica a rivedere, forse. Veramente doloroso. Ma che film, e Mads che to dico a fare. Altro motivo per cui, da italiano e tutto, remo un po' contro l'aria fritta della Grande Bellezza. :)

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    1. Diciamo che per me quel fritto aveva un buon odore ;) comunque sì, ho visto questo film una sola volta ma ricordo ogni singola scena ~

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  2. Ancora mi manca, ma devo vederlo, anche solo per Mads. Cheers

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    1. Tra i film con lui che ho visto, è quello dove dà il suo meglio.

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  3. Grandissimo film, anch'io gli ho dato il massimo dei voti. Esattamente come a Sorrentino: diciamo che quell'anno facevo spudoratamente il tifo per "La grande bellezza", ma se avesse vinto "Il sospetto" mi sarei comunque tolto il cappello...

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  4. Avrei scommesso anche le scarpe sulla vittoria di questo film nella categoria "miglior film straniero". Lo avessi fatto oggi andrei in giro scalzo. Bello, bellissimo. Mikkelsen, poi, buca lo schermo.

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    1. Ma non ha vinto :/ almeno, non agli Oscar.
      E Mikkelsen sí, davvero superlativo.

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  5. anche per me è da 5 stelle! Film da ricordare! Doveva vincere agli oscar.... grande Mads

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    1. È ingiusto che lo stiano scoprendo solo ora. Ma meglio tardi che mai.

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  6. ...l'ho evitato, pensavo fosse veramente troppo, però forse sarebbe il caso di vederlo...

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    1. Diciamo che non è un film che consiglio a cuore aperto. un po' per il ritmo lento, che non tutti possono digerire, poi perché o troppo sensibili possono rimanerne sopraffatti.
      Ma è davvero un gran film. Quellosì.

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  7. Davvero un gran bel film, complesso ma efficace che fa riflettere e pensare, e anche se il film a volte è lento, ogni scena è un pugno nello stomaco..

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    1. Madonna! Ho sputato due denti durante la visione...

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  8. Film strepitoso, che ho adorato.
    Tant'è che, per quanto grande sia La grande bellezza, quell'anno non tifai assolutamente per Sorrentino.

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    1. Ti capisco, ammetto. Però quell'anno per la prima volta in vita mia sono stato nazionalista...

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U