venerdì 24 marzo 2017

È solo la fine del mondo


Ultimamente è un periodo che sento parlare di miei coetanei che stanno iniziando a fare cose incredibili. Tipo andare a vivere su da soli, fare fortuna con una startup fondata l'anno prima, creare una famiglia (volontariamente o per "incidente", ma comunque crearla), e la cosa assurda è che quando ti raccontano questa cosa, i loro genitori o le persone più grandi di te, sembrano guardarti con uno strano sguardo d'astio. Una cosa simile "E tu perché non ti muovi?" Quando guardo un film di Xavier Dolan mi sembra di avere sempre quel maledetto e talentuosissimo canadese che mi fa "E tu, perché non ti muovi?", perché questo maledetto e talentuoso canadese ha un anno in più di me ma si trova un curriculum produttivo di quelli esagerati, dato che ha iniziato a dirigere film all'età di diciannove anni e da allora ha iniziato realizzando anche dei grandissimi film. Come a dire, manco a guardare film puoi trovare un po' di pace dalle 'accuse' del mondo reale.

Louis è uno scrittore teatrale che, dopo dodici anni di assenza e rapporti troncati, torna dalla sua famiglia con l'intenzione di rivelare che sta per morire...

Dolan si sposta su suolo francese e ritorna al cinema due anni dopo Mommy, il film che sulla blogsfera e nella "critica che conta" aveva sfondato nella migliore delle maniera, lanciandolo definitivamente nell'Olimpo dei grandi registi contemporanei. A questo giro riceve il Gran Premio della Critica a Cannes ma, stranamente, pure i suoi più affezionati sembrano non essere particolarmente toccati dalla sua ultima fatica, che passa un po' in sordina e fa parlare abbastanza poco, visti quelli che erano stati i suoi standard precedenti. Come per in Tom a la ferme, anche in questo caso il nostro Nolan con il raffreddore si basa su un testo teatrale, scegliendo la penna di Jean-Luc Lagarce, autore morto giovane da noi pressoché sconosciuto ma famosissimo in Francia, tanto da essere quello più portato in scena dopo Shakespeare e Moliere. Il risultato è quindi un film molto dialogato, anzi, è (quasi) totalmente privo di azioni rilevanti e che si basa interamente sulle parole, su ciò che i personaggi si dicono, facendo evincere tramite essi la loro personalità e tutti i conflitti maturati in quei dodici anni di tempo. Dolan però non dimentica di essere un regista cinematografico, rimane fedele alla natura del proprio mezzo (vi prego, non fate volere doppisensi) e pur rimanendo incastrato per quasi tutto il tempo fra quattro mura ha una gestione fotografica e degli spazi davvero eclatante. Il risultato è un film decisamente intellettuale per quelli che sono gli intenti, ma anche raffinatissimo per quella che è la struttura dell'immagine, distillando sempre quelle piccole venature trash che lo caratterizzano ma che nelle sue mani diventano quasi motivo di vanto - e sfido tutti a rendere poetico un momento con Dragostea din tei. Il tema portante è quello dell'attesa e tutto ciò che da essa può scaturire, Louis nelle tre ore di permanenza continua a guardare l'orologio, deciso a non dire subito cosa lo ha portato dai suoi cari dopo tutto quel tempo, ma anche gli altri sembrano essere provati da quella decade di lontananza, pur reagendo in maniera diversa. Non ci viene detto cosa affligge lo scrittore e nemmeno i motivi che lo hanno portato a quell'esilio, ma viene fatto intuire che è più una distanza intellettuale, mai rivelata ma sempre suggerita da azioni, sguardi e relativi sfottò dal personaggio di Cassel, quello più straordinario e che fa compiere alla pellicola un balzo finale. Sono personaggi semplici, caratterizzati appena ma che funzionano alla perfezione con dei minimi particolari. C'è quella sorella, che ha visto il fratello allontanarsi quando era piccolissima e che quasi non lo ricorda, che vede in tutto quel tempo un entusiasmo rinnovato, c'è quella madre un po' tocca che al dolore di quella non-perdita cerca di sublimare con una gioia ritrovata, e quel fratello maggiore, accompagnato da quella moglie semi-inesistente e semi-inconsapevole, quello più vero e che rompe l'equilibrio che è venuto a formarsi in quella tavolata. E' quello che è più facile odiare, con quella sua ignoranza e volgarità, ma quello più vero, che non vuole mascherarsi, sottostando a quella felicità auto-imposta e che forse arriva a capire il vero intento di quella visita, come farà intuire la sfuriata finale. Ci sono molti dialoghi in questo film, che nonostante tutto non perde il ritmo e non patisce il controllo che Dolan sembra avere raggiunto, e mentre il caldo si fa sempre più opprimente, in un esplosione di toni gialli tutti i nodi arrivano proverbialmente al pettine, offrendo la maturazione del protagonista con una naturalezza e una rivelazione che mi ha preso come non succedeva da un po'. Tutto sta in quell'attesa e in quel non detto, quel vuoto che sta a noi riempire ma che prorompe più rumoroso che mai, pesando come un macigno. E quella scena finale, così semplice e ben orchestrata, che fa affrontare l'ineluttabile con una serenità che dopo tutte quelle lacrime non mi sarei mai aspettato.

Per certi (molti) un film minore di questo giovane regista, per me invece è stato un vero trionfo. Gran premio più che meritato. E poi c'è la Cotillard, quindi un punto in più a prescindere.


Voto: ★★★★

11 commenti:

  1. Qui praticamente c'erano le due attrici per cui litighiamo sempre xD
    Io ancora lo devo vedere, e se mi dici cosí mi uccidi!! È da tempo che rimando!

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    1. Se ti piacerà sarà una vittoria doppia :-P

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    2. Non lo metto in dubbio guarda xD in settimana lo recupero, promesso.

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  2. Ahhh, la Cotillard. Cosa non è?
    Il resto, come sai, mi è piaciuto ma senza clamori. Conosco bene la pièce, mi sono laureato in Letteratura teatrale italiana con una tesi sulla crisi della famiglia patriarcale, e Dolan aggiunge rari colpi di genio: tipo Dragonstea, che sembra tutt'altro che orrida inserita da lui. La prossima volta, lo voglio più ribelle. Magari autore di ciò che dirige, con tutti i difetti del caso. :)

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    1. I film che finora mi sono rimasti più impressi sono questo e "Tom a la ferme", ambedue tratti da due piece.
      Qui si, è più controllato, ma il caos aleggia sottopelle. È una calma solo apparente.
      E ganza la tua tesi *.*

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  3. E' il film più maturo e complesso di Dolan, il primo con attori importanti. Normale che abbia rischiato di più e, forse, sia meno "perfetto" degli altri.
    Però il ragazzo ci sa fare, altrochè... i suoi film riescono a smuovere sentimenti incontrollati, ti prendono al cuore e ti strozzano la gola. In quanti ci riescono?
    Film notevolissimo, secondo me.

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    1. Esattamente! Per una volta non assisto a un intellettualismo fine a se stesso, poi.

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  4. Scrivi romanzi, dici niente! Non sono riuscita a vederlo per ben due volte: la prima è tornare a casa e la programmazione del film avviene una settimana prima del tuo arrivo (vedi a muoversi che danni si fanno LOL), la seconda una gastroenterite con lacrime napulitane annesse. XD

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    1. Dico, dico invece...
      Ritieniti fortunata. Io l'unico giorno che lo hanno dato lavoravo al McDonald's XD

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  5. A me è piaciuto tutto. Da quel sapore stranamente familiare di quei dialoghi a cui non riusciamo a sottrarci, ma da cui facciamo fatica a non dipendere fino ai momenti celati dentro ogni inquadratura, ogni conversazione, ogni ricordo, ogni sogno, dove risuona la vita, come se la sua fosse la materia di cui sono fatti i nostri giorni. Dialoghi, sì, ma anche silenzi e frasi non dette. Per me, film fondamentale.

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U