mercoledì 1 marzo 2017

Trainspotting


Nella mia vita, per quanto possa dire di non essere mai stato un santarellino, non mi sono mai 'avventurato' nel mondo delle droghe. Nemmeno in quelle leggere. Pensate che a ventisei anni non mi sono mai fatto una canna o altro - ed è la verità, non lo dico solo perché ho paura che la guardia di finanza venga a casa - è una cosa che non sento appartenermi e che non mi ha mai incuriosito, oltre al fatto che non mi piace perdere il controllo delle mie facoltà mentali con molta frequenza. Discorso un po' a parte sul bere, ma anche se non amo passare il tempo con la bottiglia e penso che non ci si debba per forza ubriacare per divertirsi, da adolescente ho leggermente dato su quel versante. Non entrare nel mondo delle droghe però mi ha creato dei veri problemi di socializzazione, perché quando a una festa salti il rituale passaggio della canna, la gente ti guarda ancora più stranamente di quello che ha provato a limonare col gatto del padrone di casa. Forse è per questo che Trainspotting come libro e film ha agito così stranamente su di me.

Mark "Rent" Renton è un giovane uomo che, come dice letteralmente a inizio film, ha scelto di non scegliere la vita. E' un consumatore abituale di eroina insieme alla sua combriccola, che lo accompagna nelle sue disavventure nella Scozia più degradata...

Trainspotting in origine fu il libro dello scrittore cult Irvine Welsh (che nel film interpreta Mikey Forrester) uscito nel 1993, che divenne un manifesto crudo e spietato di quel periodo, grazie anche alla natura quasi autobiografica del romanzo, attingendo al passato da ex tossicodipendente dell'autore. Non ha una vera trama, anche perché Welsh non l'aveva scritto con l'intenzione di farlo pubblicare ma di ricreare tutte le sensazioni provate durante la sua burrascosa giovinezza, e forse sta proprio qui la sua forza. La potenza della scrittura dell'autore sta proprio nel saper ritrarre in una maniera lucida e disillusa una certa realtà, aderendo al suo linguaggio e facendoti trovare tramite la parola scritta le sensazioni che portano quelle situazioni. Molti non lo digeriscono proprio per questo, ma credo invece che il grande potere della letteratura sia, in mezzo a tutti quegli stili - che giustamente, possano piacere o meno - il farti provare sulla tua pelle sensazioni che magari non hai nemmeno vissuto. Decisamente similare ma al contempo totalmente diverso è il film di Danny Boyle, che prende uno stralcio del romanzo e lo amplifica con un linguaggio cinematografico molto personale che gli è valso (all'epoca come oggi) tutto il suo successo, tanto da diventare a tutti gli effetti un film generazionale. Per alcuni è semplicemente una botta di culo, un film volutamente ambiguo su molte cose che si rifà a uno stile ruffiano e furbo proprio per cercare lo scalpore che gli ha dato tutto il successo mediatico che ha saputo ritagliarsi, per me invece è il "film giusto fatto nel periodo giusto". Ha saputo ritrarre il periodo in cui è stato realizzato con un linguaggio analogo a quello usato dal libro, ha messo alla berlina la società degli anni Novanta e la corsa al successo inscenando le vite senza scopo e ideali di un gruppo di giovani che non vogliono scegliere la vita, che temono quella monotonia alla quale la società sembra volerli destinare. Doppiamente simbolica quindi la fuga iniziale, alla quale poi ci ricollegheremo più avanti, una fuga dalla responsabilità, dall'avverarsi ma anche dalla realtà stessa, forse nella sua semplicità proprio una delle sequenze più esplicite di quel periodo. Non è mai stato uno dei film simbolo della mia adolescenza, mi è piaciuto molto e l'ho visto più di una volta, però nonostante tutto questo (una cosa dettata solo e unicamente dal gusto personale) ho sempre avvertito una certa oppressione in questa pellicola, al di là del tema della droga. Perché la sua vera forza sta nel parlare di giovani fattoni senza però essere incentrato unicamente sulla droga, essa è un tramite per arrivare a una tematica molto più ampia e universale, nella quale c'è di mezzo la droga come fuga ed evasione da un mondo che sembra voler portare a una vita totalmente impostata. Danny Boyle, un regista col quale ho un rapporto decisamente conflittuale, riesce a trasmettere tutto questo con una regia davvero allucinata che, contro la semplice secchezza delle parole su carta ricrea gli stadi prodotti dalla droga nei protagonisti. Credo sia il film di questo regista, fra quelli che ho visto, più bilanciato nei suoi giochi di regia (Steve Jobs manco sembra suo, per certi versi), che ci sono ma in maniera confacente alla storia e non oppressiva, in grado di fare da collante fra le situazioni di un film che prosegue con una struttura episodica (d'altronde è tratto da vari stralci del romanzo) fino a quel finale che ha mandato molti in confusione, ma che in realtà è molto più semplice di quello che può sembrare. Nel mezzo ci sono situazioni grottesche, scene che fanno ridere ma sempre con una strana forma di disagio sottopelle e una scena che non lascerà nessuno impassibile (sì, parlo del bambino...), cosa per la quale non me la sento di consigliarlo ai più sensibili, ma credo anche di aver visto pochi altri film che sanno trasmettere quel tipo di disagio in una maniera così convinta ed efficace. E non mi riferisco solo alla droga, più un contenitore che un contenuto.

Meritatamente ha assunto la nomea di cult, nonostante tutto. Non si meritava di certo quel sequel così deludente, invece...


Voto:

10 commenti:

  1. Rivisto lunedì, ne parlerò sul blog venerdì spero. Oppure domenica. Che dire, ha segnato sicuramente la mia epoca adolescenziale e non riesco ad essere obiettiva, ancora oggi lo adoro.
    Crescendo, mi rendo conto che la regia è davvero incredibile, inventiva come poche altre, e per nulla invasiva, come giustamente hai detto tu!

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    1. Forse uno dei pochi film dove Boyle, pur dando sfoggio del proprio ego, non si ammazza da solo.
      Capisco che abbia segnato molti, si merita il suo status di cult.

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  2. Questo è un film che devo rivedere, non soltanto per l'arrivo di un sequel che qualcuno ama e qualcuno odia. Appartengo, credo, alla generazione successiva. Quindi quando l'ho visto, magari non proprio a ridosso dell'uscita perché avevo qualcosa come due anni, non sapevo di stare guardando un cult generazionale. Non so se mi spiego. La seconda visione sarà con cognizione di causa, con un occhio diverso. Sarà che neanche io sono vicino a quel mondo - sì, qualche tiro l'ho fatto, ma boh, ci tengo sempre a restare molto in me per capire che effetto fa.
    Poi McGregor, tra Big Fish e Moulin Rouge, recita in alcuni dei miei film preferiti. Non posso fingere di ricordarlo in Boyle senza che poi sia vero. Mi metto all'opera presto. :)

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    1. Ahah, capisco perfettamente ;) però credo che sia uno di quei film che visto col senno di poi ridimensioni, come "Donnie Darko", c'è una componente strettamente affettiva per i più.

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  3. Quando lo vidi ai tempi, essendo praticamente straight edge, non lo compresi fino in fondo.
    A mio parere, più che da giovani, andrebbe visto da adulti, in modo da apprezzare l'evoluzione e la scelta di andare avanti: dalla seconda visione in poi, l'ho amato decisamente di più.

    Poi, certo, che ora sia un beone forse aiuta! ;)

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    1. Ford è stato straight edge???? O___o
      Questo sì che è uno scoop...

      Beoni lo siamo tutti, in fondo ;)

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    2. Ahahah sì, ti rivelo una cosa davvero mitica che potrei rispolverare per il compleanno del blog con qualche curiosità su questo vecchio cowboy: ho iniziato a bere solo a vent'anni suonati, recuperando comunque tranquillamente dopo. ;)

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    3. Apperó... vengono fuori gli altarini ~

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  4. Raramente mi sono trovato così in disaccordo con te... per me "Trainspotting" è un film più importante che bello, che è rimasto cristallizzato nella sua epoca. Ai tempi fu un pugno nello stomaco, ma rivederlo adesso non mi fa nessun effetto. Trovo invece molto più "film", molto più maturo il sequel, a mio avviso ben più universale...

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    1. E dire che è un film che ho vissuto in maniera molto distaccata :/ sarà che per me quel periodo ce lo trasciniamo ancora dietro, per certi versi.
      Il sequel mi ha davvero deluso, mi è sembrato che viva solo di luce riflessa...

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U