martedì 18 luglio 2017

Oasis


Spesso, quando penso al cinema coreano, mi viene in mente quando alle superiori ho iniziato ad avvicinarmi al mondo dei manga e degli anime. Una cosa avvenuta quasi casualmente e che mi ha travolto con un entusiasmo che, a una certa, ha addirittura finito per preoccupare i miei genitori. Poi che è successo? Succede che una volta che ti sei visto i vari Death note, Paranoia agent, Evangelion... insomma, tutte le cose che meritano di essere viste, scopri che anche lì c'è un "comune merdaio" di mediocrità come in qualunque altro settore. Stessa cosa per il cinema coreano, anche se lì va detto che esiste una qualità media più alta della norma a cui noi occidentali siamo abituati, ma dopo una certa pure i maestri del settore iniziano a fare dei visibili passi falsi - sì, Park Chan-wook, sto parlando di te! Ogni tanto però succede di vedere qualcosa che ti fa capire come mai, la prima volta che ti sei imbattuto in questo mondo, eri rimasto così affascinato da quella cultura e dal loro modo di fare cinema. Spesso con un nome famoso, ma purtroppo non fra quelli più celebrati.

Jong-du, un ragazzo ritardato poco più che ventenne, è stato in carcere due anni per aver ucciso un uomo mentre guidava da ubriaco. Una volta fuori, dopo essersi ricongiunto con la famiglia, decide di fare visita ai parenti della vittima, incontrando così Gong-ju, la di lui figlia disabile...

L'esperienza lavorativa che più mi ha cambiato è stata quella presso una cooperativa sociale, dove dovevo fare l'animatore per disabili. Tutte le chiacchiere che ho sentito dire sul "è un'esperienza che ti cambia" erano vere, perché oltre al fatto che ho fatto quel lavoro in un periodo davvero brutto della mia vita, posso dire di essere uscito con una visione differente del mondo. Perché se quello già prima era un argomento che mi stava a cuore, dopo averlo 'vissuto' sono arrivato a vedere delle dovute sfumature che, detto senza arroganza o spocchia, chi non si addentra nell'ambiente non può scorgere. Sapere quindi dell'esistenza di un film che parla dell'amore fra due persone disabili mi aveva leggermente destabilizzato, perché la possibilità di fare una trashata che pontificasse sul dolore (cosa che per me è stata una cosa come La teoria del tutto) era dietro l'angolo, poi però nei titoli di testa scorgo il nome di Lee Chang-dong, forse uno dei meno conosciuti dei 'registi che contano' coreani, ma uno che ha saputo fare un film bellissimo come Poetry, quindi un po' mi tranquillizzo. Non mi trovo quindi davanti a quella che è una "coreanata", ovvero un film che raccoglie certi stilemi che forse fanno riconoscere certe propensioni di un tipo di cinema che in Corea del Sud ha fatto scuola e si è fatto conoscere nel resto del mondo - e il mio film preferito, Oldboy, per certi versi rientra in questo circolo - si tratta di una visione di una regia molto più minimale, quasi grezza, perché proprio di personalità grezze parla. Lo fa però senza la propensione per la drammaticità gratuita e la voglia di shockare a tutti i costi, per quanto certe sequenze non siano proprio facili da digerire, ma il regista possiede la sensibilità necessaria per trattare un tema così ostico senza apparire retorico o alla ricerca del plauso facile, forse la prova più difficile e che supera alla grande. Pochi manierismi, una telecamera ferma e che quando si lascia andare riesce a far valere i momenti onirici con inusuale naturalezza, un mix che si fonde alla perfezione e fa bene più al cuore che agli occhi, cosa perfettamente voluta. Lee Chang-dong mette in scena una Corea dove l'integrazione fra due personalità ai margini come quelle di Jong-du e Gong-ju non trovano il giusto equilibrio, fra famiglie che non sanno come gestirle o che tengono a nasconderle a favore dell'etichetta, dimostrando il rapporto più sincero fra quelli che vengono mostrati, tanto che in certe circostanze mi è venuto da chiedermi se l'autore abbia avuto una qualche esperienza nel settore. E' una storia d'amore non convenzionale ma che vive di perfetto equilibrio, con una romanticheria quasi bambina ma perfettamente matura nello svolgimento e credibile, nonostante l'assurdità del contesto, forse fin troppo per essere apprezzata appieno e per il suo essere lontana anni luce dagli sviluppi più tipici di un Nicholas Sparks. Ma è anche una storia d'amore che, nella sua apparente irrealtà, dovrà prima o poi scontrarsi coi contrasti del mondo reale, mostrati per tutta la prima parte e che esploderanno nel finale, qualcosa di davvero duro che qualche lacrimuccia me l'ha fatta scendere, complice anche la perfetta credibilità dei due attori protagonisti - lei, tra l'altro, riveste una doppia natura che a tratti fa quasi spavento. Niente finale hollywoodiano, niente "vissero felici e contenti", solo un "contenti" che però si riveste del contesto in cui è ambientata, mostrando una forma d'amore di una tale purezza che per certi versi mi sento di avvicinare ad Amour di Haneke, per quanto vagamente più retorica, ma assolutamente sincera. Lee Chang-dong non avrà scavato nell'animo o analizzato la spiazzante lucidità del quotidiano, ma ha saputo guardare fra le pieghe dove solitamente i più volgono lo sguardo.

Un film che, nonostante il tema trattato, riesce a metterti in pace col mondo e con te stesso. E soprattutto, nella maniera più difficile di tutte.


Voto: ★★★★

2 commenti:

  1. Mi avevi già convinto sulle parole "Cinema coreano", grazie per la dritta! ;-) Cheers

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    1. Eheh, ai veri intenditori basta poco 😉

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U