martedì 20 febbraio 2018

La forma dell'acqua - The shape of water



Baltimora, 1962. Elisa Esposito è una ragazza muta che lavora come donna delle pulizie presso un grosso centro di ricerca governativo dove vengono eseguiti degli esperimenti per contrastare la Russia durante la Guerra Fredda. Quando nel centro viene portata una strana creatura anfibia e proprio lei ha il compito di pulire la stanza che la ospita...


Ci sono tanti modi di intendere la bravura...
Potrei sciorinare una bella mazzata di neologismi, spiegazioni tecniche e sciorinamenti sulla strutturazione di una storia, ma credo che il tratto principale che caratterizza ogni buon narratore, al di là di quelle che sono le ovvie competenze tecniche, è saper trasmettere quanto ti diverti nel fare quello che stai facendo. È il motivo principale che mi fa amare uno scrittore come Stephen King anche davanti alle peggio fregnacce che ha sfornato, perché si sente che si è divertito un mondo a scrivere pure quelle.
Su Guillermo Del Toro va fatto però un discorso a parte.
Perché sì, ha tanto talento quanto panza e si sente l'amore che mette nel suo lavoro anche in progetti che sembravano destinati a naufragare come Pacific rim, che in mano sua si è rivelato una bombetta non da poco - giusto Crimson peak mi ha deluso. La cosa fantastica però è che, e questa è una convinzione che ho maturato solo guardando i suoi film, egli debba essere la miglior persona che esista insieme a Neil Gaiman, perché con l'amore che mette nelle sue opere si fa portavoce di un'amore ancora più universale e puro, oltre che portatore di una visione del mondo così lucida da far spavento.
Inutile dire che lo adoro proprio per questo.
Anche se l'attendere questo suo film mi ha fatto ronzare per le orecchie Shape of you senza volerlo per almeno tre settimane buone.

La mia espressione quando so che sto per vedere un film di Del Toro...

Purtroppo nella sua vita non ha mai avuto particolare fortuna commerciale. La trilogia di Hellboy si è fermata all'ottimo secondo capitolo e il film sui robottoni è (quasi) morto sul nascere. Certo, ha la sua schiera di fedeli e appassionati, ma non sembrano essere abbastanza, e pure il suo capolavoro (sì, sto parlando de Il labirinto del fauno) dai più non sembra essere stato compreso del tutto o apprezzato in maniera errata. Poi c'è stato questo The shape of water...
Prima il premio al Festival di Venezia, con tanto di errore di traduzione che ha trasformato la frase "I have faith in monters" con "Ho fede nella mostarda", poi la corsa a quello che sembra essere il film favorito ai prossimi Oscar. E quasi tutti, oserei dire stranamente, sono stati attivi nello spellarsi le mani dagli applausi a fine visione, anche se poi inevitabilmente non sono mancati quelli che hanno dovuto fare i bastian contrari a tutti i costi, definendo il film una deriva buonista da parte del nostro ciccione messicano preferito.
The shape of water quindi è il capolavoro che tutti ci stavamo aspettando?
Assolutamente no.
Ma anche qui va fatto un discorso a parte, come per l'autore...
Perché questo è un film che si può vedere in due modi: con la testa o col cuore. A seconda della vostra scelta, è facile intuire il giudizio finale.
A questo giro pure un anafettivo come me ha optato per il cuore e finalmente ha avuto la storia d'amore che gli mancava, dato che ho ritenuto Call me by your name una mezza ruffianata.

Incredibile che la storia d'amore più bella dell'anno sia proprio questa...

Se vi affidate alla testa, noterete che questo film ha diversi problemi.
La trama non è proprio il massimo dell'originalità, il mostro e il centro di ricerca sembrano essere uscite dalla trasposizione dei fumetti di Mignola, senza contare che si capisce già fin dalle prime immagini come andrà a finire e pure il modo in cui Elisa viene a conoscenza del mostro è abbastanza ridicolo - un segreto militare di quella portata e due donne delle pulizie entrano così come se nulla fosse?
Se vi affidate al cuore è tutta un'altra storia.
Usando i toni della favola ma tradendone i princìpi, dato che dà alla storia un'ambientazione precisa nel reale, Del Toro riesce a costruire un discorso sulle differenze e l'emarginazione di una lucidità davvero rara. Non solo si affida a una ragazza con un handicap e che fa un lavoro umile, ma le affianca una collega di colore dalla stessa vita problematica e un vicino di casa omosessuale, insieme alla creatura. Buonismo? Forse, ma coi tempi che corrono, dove populismi vari e razzismo spicciolo sembrano diventare all'ordine del giorno, mi sta anche bene.
Inoltre, sono tratteggiati con una delicatezza rara.
È facile cadere nel pietismo con soggetti simili, ma Del Toro sa come evitare tutto questo. Non vuole ritrarre dei "diversi" solo per il gusto di farlo, ma lo fa (e gli riesce bene!) con una mano che sembra conoscerli per davvero, senza mai essere invadente. Ci vuole una sensibilità estremamente particolare per riuscire a creare un personaggio come Elisa, così sola, abituata alla routine e col peso (oltre ai segni) del passato addosso, così come il vicino omosessuale rischiava di diventare una irritante macchietta, ma con una manciata di parole riesce a dargli una tridimensionalità fantastica, e così il suo essere stato silurato dall'azienda per cui lavorava a causa del suo orientamento sessuale e del progresso tecnologico che ha reso la sua abilità pittorica obsoleta basta a renderlo vivo con poco.
Sullo sfondo, invece, il terrore di una guerra che può scoppiare da un momento all'altro, con tanto di spia russa infiltrata che dovrà fare i conti col suo stesso paese, creando così un personaggio dalla doppia diversità.
Per non parlare dell'immancabile villain...

A lui farei interpretare qualsiasi ruolo.

Succedeva pure nel film sul satiro dedaleico che il cattivo fosse di una cattiveria inaudita, ma al contempo dotato di una personale umanità che dava alla pellicola ulteriori sfaccettature. Qui a fare la parte dell'antagonista abbiamo Michael Shannon, uno che anche se viene ripreso mentre è sul cesso riesce a dare una prova d'attore incredibile, ma la sostanza non cambia.
Sembra assurdo come nei film di Del Toro, o almeno, quelli dove ha avuto la possibilità di mettere molte delle proprie idee, i buoni siano sempre persone disastrate mentre i cattivi quelli meglio inseriti nella società, anzi, delle persone che basano la loro vita su delle certezze inossidabili.
Il personaggio di Michael Shannon è così. Un agente federale che ha costruito la propria vita su ideali razzisti e classisti, che rispecchia quello che è l'american dream e intanto sotto il tappeto nasconde molta polvere sporca, mentre nel frattempo sorregge quelle proprie fallaci convinzioni leggendo libri sulla consapevolezza di sé. Anche qui a Del Toro bastano poche parole per descriverlo e il suo ingresso, con relativo discorso su quando pulirsi le mani, serve sul piatto d'argento un personaggio fatto e finito. La bravura di quello che è uno dei migliori attori sulla piazza (snobbatissimo agli Oscar...) fa tutto il resto.
Anche qua, il regista non sembra mai puntargli gli occhi addosso in maniera fin troppo malevole. Ritrae un uomo limitato e i cui limiti lo hanno portato a facili risposte, quelle che creano i mali del mondo. Ma anche un uomo che è a sua volta vittima di un potere più grande. Una parentesi che conferma la lucidità insita nello sguardo di Del Toro.
Che quando si fa andare allo splatter inaspettato, anche in un film come questo, si fa apprezzare ancora di più. Poi il suo personalissimo omaggio al cinema fa tutto il resto.

L'arte che celebra l'arte. C'è forse qualcosa di più bello?

Si potrebbero spendere molte altre parole su quanto The shape of water sia tecnicamente ineccepibile, ma da un regista simile la cosa mi pare quasi ovvia. Il suo stile è sempre riconoscibile e riesce sembra a variare in base a quello che vuole raccontare, ma qui riesce a compiere un discorso meta-cinematografico che mi ha sorpreso.
Che la sua creatura sia un palese omaggio a Il mostro della laguna nera di Jack Arnold è quasi ovvio, ma il fatto è che Del Toro con la sua passione per i mostri-mostarda non si limita a un mero omaggio e neppure a una dichiarazione d'amore per la settima arte fine a se stessa. Prende proprio quello che era il genere più in voga nel periodo in cui ha ambientato la storia, il musical, e crea forse la sequenza più bella di tutte le due ore di immagini che ci scorrono davanti. Una dichiarazione d'amore in tutto e per tutto, che in mezzo a quel dolore, tutta quella emarginazione, quel "questo è un posto per famiglie", riesce a ritagliarsi uno spazio proprio, dove il bianco e nero non è quello delle ideologie che guidano i malvagi della vicenda. E concedendosi pure di aprire un discorso sulla sessualità, andando oltre il concetto di genere e mettendo la stoccata finale per tutti quelli che possono avere da dire sull'argomento.
Altro motivo per volergli bene, specie se lo fa in un film rivolto a una grande fetta di pubblico.

Qui ho perso ogni ritegno in sala.

Guillermone nostro non ci ha regalato quello che è il suo film migliore, ma ci ha concesso, come lo concede ai suoi personaggi, il potere di compiere una scelta: quello di guardarlo con la testa o col cuore.
Io ho deciso di vederlo col cuore.





10 commenti:

  1. Mi limito ad aggiungere Amen bro! Ottima recensione come sempre. I difetti ci sono nel film ma siamo davanti ad una pellicola che si guarda con il cuore, ma anche scritta e diretta con lo stesso organo. Dove devo firmare per avere solo film con difetti fatti in questo modo? Firmerei subito e poi pagherei in mostarda, casse di mostarda ;-) Cheers

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    1. Bisogna lasciarli fare a persone che amano quello che fanno, non solo ai mestieranti. Cheers!

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  2. Anche io ho usato il cuore, è l'unico "mezzo" per godere appieno di un film simile.
    Avessi davanti ciccio Del Toro mi perderei in un abbraccio gigante tutto per lui, a costo di slogarmi le braccia *__*

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    1. Me lo trovassi davanti lo caricherei stile giocatore di rugby!

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  3. Io non vedo l'ora di vederlo,anche se temo gli sbuffi del Khal XD
    E devo dire che anche a me Ciccio del Toro fa lo stesso effetto di Gaiman!

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  4. Visto ieri, mi ha ricordato perché tanti anni fa mi sono innamorato del cinema. Sally Hawkins - a una prima occhiata bruttina, a una seconda bella e non si sa perché - non aveva nemmeno bisogno dei sottotitoli quando parlava col linguaggio dei gesti, tant'era espressiva. Mi ha portato nella sua favola, nel suo musical assurdo, e ancora non ci esco.

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U