mercoledì 7 febbraio 2018

Lady Bird



Christine "Lady Bird" McPherson è una ragazza di diciassette anni che vive la sua vita nell'America di Sacramento del 2002, frequenta l'ultimo anno del liceo cattolico della sua città, è la migliore amica di una ragazza grassa e vive in maniera abbastanza burrascosa la vita di famiglia. Il suo desiderio è andarsene in un'università lontana, anche se i suoi non possono permetterselo, cosa che crea diversi dissapori...


Onestamente, la mia adolescenza è stata una merda.
Ma credo sia così per tutti.
Dal canto mio posso dire che ho passato diversi momenti che non auguro al mio peggior nemico, non ho mai sentito un vero senso di appartenenza, mai avuto un rapporto sereno con la scuola e ho pure cercato di etichettarmi in una cerchia per cercare una sorta di via. Nel mezzo sono stato pure accoltellato - no, non sto scherzando. Non ho mai cercato di essere un ribelle a tutti i costi ma, incredibile ma vero, a mettermi nei guai seri è stato proprio questo. Perché sì, la mia vita in qualche maniera gira al contrario.
Se penso alla mia adolescenza ho sempre un velo di tristezza misto a malinconia. La cosa strana, però, è che quella malinconia è quasi piacevole. A tratti mi sembra di provare felicità per quello che è forse il periodo buio e triste per eccellenza, ma molto probabilmente la contentezza sta nel fatto di essere sopravvissuto a tutto quello. E poter dire "Sono ancor vivo" alla fine di un certo percorso non è proprio roba da tutti.

"Christine, ti preferivo drogata piuttosto che fan di Recensioni ribelli..."

Forse è per questo che quando si parla dell'adolescenza e del crescere, essere malinconici è inevitabile. Ci sono persone che con l'adolescenza ci fanno i conti tutta la vita o, peggio, manco ne escono vivi.
Sembra saperlo abbastanza bene Greta Gerwig, attrice paladina di una certa nouvelle vague americana, quella che comprende commedie autoriali fatte con pochi soldi e che circolano nel mercato indipendente tipico del Sundance... sì insomma, quelle robe che piacciono agli hipster. Ecco, lei sembra aver fatto tesoro di tutto questo per quello che è il suo vero esordio in solitaria dietro la macchina da presa, dirigendo un coming of age frizzante ma con una sentita vena malinconica che ben presto si è attirato tutte le attenzioni di una certa critica, incassando quelle che sono le migliori recensioni positive professionali nella storia del sito Rotten tomatoes.
Sì, insomma, un passo alla volta.
Ha anche ottenuto un ottimo riscontro nella critica un po' da tutte le parti, collezionando premi e diventando uno dei favoriti per la corsa agli Oscar, ricevendo addirittura la nomination come miglior film, miglior regista, miglior sceneggiatura originale e miglior attrice protagonista. Già che c'erano, lo hanno candidato pure per i prossimi Telegatti.
Ecco, questo è già un passo avanti.
Sia per quella che sembra essere l'ormai nata carriera autoriale della Gerwig, che per la crescita artistica di Saoirse "Galway girl" Ronan.

"Vuoi dirmi che sono dovuta passare da Ed Sheeran a Jean Jacques?"

Il pregio maggiore di Greta Gerwig dietro la macchina da presa, oltre a privarmi della sua presenza e di farmi rimanere quindi un po' più obiettivo sul film (scusate, il cuore è sempre il cuore...), è quello di allontanarsi dagli stilemi delle pellicole che l'hanno resa famosa. Quindi, anche se questo potrebbe essere vagamente una sorta di prequel di Frances Ha, film che aveva co-sceneggiato insieme al regista Noha Baumbach, se ne discosta letteralmente per la forma narrativa. Il risultato è quello di una pellicola magari più standardizzata ma, ironicamente, più onesta.
Greta Gerwig non cerca la forma autoriale a tutti i costi, non sembra voler gridare ad alta voce quanto è brava. La sua genuinità d'intenti è il pregio maggiore di un film che non vuole dire nulla di nuovo e che manco è interessato a farlo, merito e al contempo demerito, ma che però si fa seguire con attenzione e senza richiederne troppa. Solo quella richiesta dalla memoria e dal cuore.
Perché credo sia impossibile non ritrovarsi in una figura come quella di Christine, una ragazza che vuole fuggire da tutto e da tutti, tanto da essersi creata un secondo nome che dovrebbe soppiantare quello datole dai genitori, quel nome che pesa insieme a tutte le altre costrizioni che la vita da adolescenza ti fa sembrare come un macigno.
Come già detto, non sono stato un ribelle e il mio rapporto coi genitori, per quanto complesso, non era vagamente simile a questo. Ma diverse cose me le ha portate alla mente.

"Ragazzi, state lontani dalla droga. Potreste aprire un sito di recensioni."

Lady Bird parla di crescita, ma è anche una partita a pingpong fra la protagonista e la strana figura materna, personaggio che verso la fine appare con una luce propria (forse a dispetto di altri, magari solo abbozzati) e che, insieme a diversi particolari disseminati per tutti i novanta minuti di durata del film, fa capire che una certa intelligenza la Gerwig l'ha impiegata per la realizzazione di questo suo progetto, nel quale sembra aver investito una parte di sé.
C'è molto detto in quelle litigate mai troppo accese e che non scatenano nessun pietismo e c'è addirittura moltissimo nel personaggio del padre, nella rivelazione appena sussurrata circa a metà film e al suo comportamento tranquillo, più distaccato, ma mai assente. Le donne in quella famiglia hanno una personalità forte, ma un po' tutti lo sono, nel lottare contro le quotidiane crisi della middle class americana di provincia.
Perché c'è della forza in quell'egoismo testardo di Christine, nella sua ingenuità, in quel suo voler apparire a tutti i costi essendo al centro dell'attenzione. La Gerwig non vuole ritrarre in maniera impeccabile la sua creatura, crea una ragazzina fatta e finita, né migliore e nemmeno peggiore di altre, ma che riesce a ritagliarsi uno spazio speciale proprio per il suo modo di lanciarsi e di cadere. Manco la scoperta del sesso è trattata con il pressapochismo visto in molte altre pellicole a tema adolescenziale, c'è sempre quella striatura malinconica in ogni passaggio, anche in quello che strappa un sorriso.
Ma comunque, io vorrei sapere come fanno gli adolescenti dei film a scopare in ogni occasione, eh...

Mi raccomando, studiate anziché leggere i miei articoli.

Certo, non è tutto oro quello che brilla. E anche se gli erranti magari non sono perduti, come sembra suggerire il volo finale, non me la sento di dire che Lady Bird è il capolavoro decantato da molti.
Assolutamente no.
La prima cosa che ti insegna ogni scrittore degno di questo nome è che quanto migliore è l'avvio di una storia, tanto più difficile sarà trovare un finale all'altezza, ed è lì che si vede il vero genio, ovvero nell'equilibrio perfetto di inizio, intreccio e conclusione. La Gerwig non crea nulla di troppo complicato ma sa come tener vivo l'interesse dello spettatore, eppure sul finale fa un paio di cadute. Una è nella gestione temporale degli eventi (davvero, quanto sarebbe bastato fermarsi a quel "Christine", evitando la mini-trafila di disgrazie che seguono?), l'altra è in una strana infognata religiosa che non incide troppo sull'economia emotiva della pellicola ma che mi è sembrata del tutto fuori luogo, in quel contesto, anche se non in maniera così gravosa come in altri esempi.
Qualsiasi riferimento all'episodio del battesimo di Lost è puramente casuale...
Una conclusione che, proprio per quella gestione non mancata quanto impacciata, fa sentire quell'ultima scena con una potenza smorzata, senza vanificare il tanto fatto col poco che c'era prima, ma con la sensazione di essere stato quasi truffato lungo il percorso.
E poi diciamolo... a livello di regia, per quanto ben calibrata e con un ritmo non da poco, cosa non scontata oggigiorno, la Gerwig vive un poco di rendita.

La tipica vita del blogger cinematografico...

Forse non il film che noi bamboccioni avevamo bisogno e probabilmente manco quello che meritavamo, alla fine.
Però, almeno per gran parte della sua durata, è davvero capace di farti stare in pace con te stesso. E a farti capire che probabilmente in quel passaggio obbligato sei stato meno solo del previsto, anche senza volerlo.

PS: comunque, a Greta Gerwig voglio molto bene, ma quella sua pessima (e ipocrita) uscita contro Woody Allen non gliela perdono.






4 commenti:

  1. "Ragazzi, state lontani dalla droga. Potreste aprire un sito di recensioni." Morto, sono morto dal ridere :-D Ok dai mi hai convinto, non mi ispirava molto il film, ma se si becca tre birrette da te allora devo vederlo ;-) Cheers!

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    1. Stoccatella religiosa finale a parte, nel suo non dire nulla di nuovo si fa voler bene ❤

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  2. Film sincero e sentito, con il pregio di riuscire a catturare un periodo così complesso. Per me l'adolescenza è stato un periodo d'oro: una scoperta dietro l'altra, a parte il periodo delle medie, quando non sei né carne, né pesce.

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U