venerdì 23 febbraio 2018

Lady Macbeth

 


1865, campagna inglese. Catherine è una giovane donna prigioniera di un matrimonio di convenienza, con un suocero che la umilia per non portare a compimento i suoi doveri coniugali, come dare un erede a suo figlio, e un marito che non ha il minimo interesse in lei. Quando si innamora del rozzo stalliere Sebastian, farà di tutto, anche le cose più terribili, per poter continuare a vivere il suo vero amore...


Ultimamente, in questa epoca che fa del razzismo e dell'intolleranza degli ideali dei quali alcuni riescono addirittura a vantarsi, adducendo la perenne scusa del buonismo, penso spesso alla condizione della donna.
Inutile girarci intorno, la tanto sbandierata uguaglianza non è stata raggiunta e siamo ben lungi, al di là di qualunque sbandieramento del #metoo (che avevo anche appoggiato all'inizio, ma che alla pari di ogni cosa che viene massificata ha subìto un arresto e un principio di ridicolizzazione davvero disarmante, fino a sfociare nella vera ipocrisia) a vedere un raggiungimento prossimo di questo obiettivo.
Le donne sono un po' gli immigrati di ogni epoca. In qualunque era o luogo, la loro figura è stata da una parte mitizzata, ma nel concreto sempre sottomessa da dogmi, convenzioni e, diciamolo pure senza tanti peli sulla lingua, fattori culturali che resistono ancora con particolare tenacia, spesso per mano delle stesse donne.
Quando mi lamento che è raro trovare dei personaggi femminili forti lo dico in virtù di queste convinzioni, perché anche l'arte può dare il proprio contributo su questa faccenda. Ed è per questo che quando tutti hanno iniziato a definire Wonder Woman come un film femminista, ho capito che l'evoluzione ha dovuto subire diversi arresti nel corso della storia.

Già il fatto che inizia con un matrimonio, ai miei occhi lo trasforma in un horror...

Temi che mi hanno spinto a vedere questo Lady Macbeth, da noi passato quasi inosservato e che come al solito ho scoperto grazie ai vari articoli di colleghi blogger e altri appassionati sparsi in giro per la rete, in quello che è diventato un piccolo passaparola mediatico.
A dirigerlo troviamo tal William Oldroyd, ovvero il direttore dello Young Vic Theatre, qui al suo esordio dietro alla macchina da presa. Questo potrebbe spiegare in parte il richiamo shakespeariano del titolo, che in pratica vorrebbe essere un Macbeth in gonnella, ma il realtà il tutto è una trasposizione del romanzo breve Lady Macbeth del distretto di Mcensk dello scrittore russo Nikolaj Semënovič Leskov, al quale il regista apporta numerose modifiche soprattutto nel finale, oltre che nell'ambientazione - non più la Russia, ma la campagna inglese, così come a essere inglesizzati sono i nomi dei personaggi e diversi inevitabili particolari dettati da questa scelta.
Non sembrerebbe un esordio, dato l'utilizzo quasi esperto delle luci e dei vari livelli di profondità delle inquadrature, ora vicine e ora lontane a suggerire il senso di prigionia della protagonista insieme ai rumori, ma soprattutto non si direbbe che il regista provenga dalla realtà teatrale dato l'assoluta coerenza filmica che riesce a dare al tutto nella sua ora e mezza di durata. E diciamolo seriamente, finalmente un film di durata media, che di queste mattonate da due ore e mezza non se ne poteva più!

Il rigore, non solo compositivo.

Si parla di donna, di una donna in particolare, una donna oppressa dalle leggi e dalle convenzioni. Nei fatti, una donna come tante, nella pratica, una donna che per un momento assapora quella che è la libertà e se ne vuole impossessare a tutti i costi.
Oldroyd ci lancia così in questa Inghilterra dell'Ottocento e, fin dalla primissima scena, non ci risparmia lo squallore che aleggia intorno alla magione dove è interamente ambientata la vicenda, senza mai cadere nella morbosità ma anzi, sancendo un giusto distacco che permette di far percepire per tutta la durata del film qualcosa di maligno che aleggia nell'aria, suggerendo con diverse sottigliezze gli elementi che andranno a definire il quadro finale.
C'è un continuo accennare al freddo nella parte iniziale, a come questo si sia inserito nelle ossa della protagonista durante una sua prima "fuga" verso la libertà, in quelle brughiere che però poteva vedere solo dalla finestra della sua stanza. E insieme a quel freddo vediamo come ogni singolo personaggio sia caratterizzato con un particolare sinistro, come a sottolineare che nessuno dei volti coinvolti si astiene dal male. Non sono piacevoli le introduzioni del marito e del suocero di Catherine, non è bello il modo in cui incontra Sebastian e manco la protagonista ne esce proprio linda. Tutti, anche quella che dovrebbe sembrare la vittima per eccellenza, porta con sé delle punte di buio che risaltano in ambienti illuminati da una fotografia non proprio sfavillante, ma comunque di grande effetto.

Parlando di cose serie... quanto riesce a essere bella Florence Pugh?

Ma è proprio quando gli eredi di David Herbert Lawrence stanno cominciando a rispolverare i contatti dei loro avvocati che la pellicola, così come il romanzo, compie una brusca virata e inizia a tingersi di una punta di crime, entrando in quelli che sono i veri temi della storia che Oldroy, con tutte le sue modifiche, vuole raccontare.
Così la storia di una donna sottomessa che scopre la libertà, diventa quella di una donna che fa di tutto per poterla tenere, difendendola con le unghie e con i denti, arrivando a compiere pure il gesto più estremo di tutti. Ma se il primo omicidio è quasi propedeutico all'evoluzione del personaggio, col proseguire dei minuti i metodi e le intenzioni di Catherine appariranno sempre più sadici, sancendo un distacco quasi totale col pubblico. Il film mostra proprio in questo la sua forza, è qui che Oldroy tradisce il romanzo di partenza ed è proprio questo a rendere Lady Macbeth un film così potente, pur nella sua (voluta) staticità narrativa e registica. Ed è in questo che le analogie col personaggio di Shakespeare che fa da prestanome vengono a galla, andando però a parare in direzione totalmente opposta. Perché se il condottiero scozzese del Bardo andava verso la propria rovina a causa della predizione di un gruppo di streghe, la donna venduta per "un lotto di terra inutile anche per far pascolare le vacche" cadrà nel baratro più oscuro per poter preservare l'amore che nutre per lo stalliere, arrivando però a trasformarsi in un mostro per le proprie scelte e trascinando il suo (presunto) amato nel vortice con lei.
Ma per Catherine la libertà è la cosa più importante.
Più della sua stessa umanità.
Questo è quello che differenzia i due amanti e che porterà al disastro finale. Catherine nell'inseguire il suo obiettivo non si fa fermare da nessuno e da nulla, abbandona quelle convenzioni che l'avevano imprigionata per divenire un essere a sé stante da tutto.

Da notare inoltre che il casting è più azzeccato che mai.

Catherine non è un personaggio femminile positivo, ma non credo che essi siano così indispensabili per il discorso fatto inizialmente. Catherine è un personaggio femminile forte, con una propria indipendenza, fautrice delle proprie scelte anche se questo la porterà a trasformarsi nel mostro che chiude la storia.
D'altronde nemmeno il mondo in cui si muove sembra dotato di una vera e propria umanità. Oldroy immette in tutto questo un altro sotto testo, quello della schiavitù, aggiungendo un personaggio che metterà la pietra tombale su quella che è l'umanità della protagonista, forse l'unico barlume di luce in questo piccolo universo fatto di sottomissioni, bugie e inganni. Ma al contempo, facendo intuire che la spietatezza che contraddistingue la protagonista non sia solo un reagire alla propria condizione, ma qualcosa di insito fin dagli albori dentro di lei, ipotesi che raccogliendo i vari elementi disseminati per tutta la pellicola si fa sempre più lucida nella mente dello spettatore.
E la cosa peggiore di tutte è che sotto sotto si finisce quasi per fare il tifo per la riuscita della sua missione, lasciandoti con un senso di colpevolezza una volta che tutte le pedine fanno la loro mossa, prima di essere tolte dalla scacchiera per far posto ai titoli di coda.
Ci lascia quindi col primo piano di questo assurdo personaggio, che inizia come sposa sottomessa e si conclude come pura carnefice, sola in una magione insieme ai fantasmi del proprio operato. Come a illustrare una malvagità insita nell'uomo dagli albori e che lo accompagna inevitabilmente.

Finali che ti fanno sentire sporco dentro.

Accompagna in tutto questo una splendida e bravissima Florence Pugh, volto perfetto nel fondere bellezza e crudeltà con la pacata risolutezza di uno sguardo in grado di scavarti dentro.
Un film di questi tempi necessario e di inusuale coraggio nel mostrare quello che vuole, senza esagerazioni, ma con sussurri che riescono ad assordare come un'esplosione.
Non male per un'opera prima...




8 commenti:

  1. Personaggio e film di una cattiveria esemplare.
    Ho decisamente apprezzato. Temevo, all'inizio, soltanto il bel quadretto; l'andamento rigoroso, piatto e perfettino di un certo cinema britannico. E invece.

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    1. Il suo "andamento rigoroso e perfettino" per me in un paio di punti lo frenano, ma il quadro finale è davvero magnifico.
      Una vera perla!

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  2. Davvero un colpo basso, questo film. Ero uscita dalla sala sconvolta dalla cattiveria e dalla bellezza.

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    1. Pure io, anche perché va a parare in direzione opposta al romanzo e lo fa pure benissimo!

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  3. Io invece questo film l'ho perso al cinema, dici che lo devo recuperare?

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    1. Personalmente mi è piaciuto molto!

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    2. Ci devo fare un pensierino, devo smaltire una lista di 80 film da vedere, ma questo ci può entrare benissimo!

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