lunedì 5 febbraio 2018

The killing of a sacred deer



Steven è un cardiochirurgo dalla vita apparentemente perfetta: un lavoro remunerativo, una bella moglie anche lei di successo e due bellissimi figli. Nutre anche uno strano rapporto con un ragazzino, Martin, del quale ha curato senza successo il padre. A sconvolgere la vita del medico però è proprio Martin, che gli annuncia come, a causa della dipartita del genitore per mano sua, i famigliari di Steven sono destinati a una tragica fine...


Fino a qualche anno fa non sapevo nulla del cinema greco. Non che ora possa dire di essere un esperto (non lo sono assolutamente di nulla, oltre al fatto che per me gli esperti non esistono) ma ho vissuto quella che è stata la nuova ondata dei cineasti ellenici grazie allo scalpore veneziano di una pellicola come Miss Violence e ai lavori di Yorgos Lanthimos. E proprio su quest'ultimo vanno spese delle parole, non solo perché il film recensito è il suo.
Innanzitutto, un cinico come me non può amare uno come lui, che del cinismo e dell'odio verso la razza umana ha fatto una summa della sua poetica a partire da quel Kynodontas che ha saputo scuotere più di una persona e iniziando quella sua asportazione chirurgica dell'animo umano che, per quanto possa non piacere a tutti, ha sicuramente il suo fascino. Se non altro, non lascia indifferenti.
Il greco più famoso degli ultimi tempi dopo Tsipras comunque è ormai arrivato a quello che è il fine ultimo di molti suoi colleghi, connazionali o meno, ovvero arrivare a girare film in America con delle superstar di grido ma, cosa ancora più incredibile, riuscendo a non tradire la sua poetica, come ha dimostrato un film come The lobster.
Insomma, magari tutto questo è possibile anche grazie al fatto che i suoi film costano poco, ma il nostro oramai si trova nella proverbiale posizione dove può permettersi di fare lo stracazzo che vuole - se mi perdonate il francesismo.

Quando Farrell lavora con Lanthimos, McDonald's esulta...

The killing of a sacred deer infatti è un film di Lanthimos a tutti gli effetti, fotogramma per fotogramma. Ritorna la sua fotografia asettica (ironico quindi che il protagonista lavori in un ospedale) e quel modo di fare da automi dei personaggi, immergendoci in un mondo distante dove l'unico sentimento concesso sembra essere quello della paura e del disagio. Non per nulla, nella sua messa in scena quasi kubrickiana, Lanthimos fa iniziare tutto con un paio di minuti di buio assoluto, quasi un richiamo a 2001 - a space odyssey, per poi aprire la narrazione con una ripresa ravvicinata di un cuore pulsante, lo stesso cuore che Steven sta operando.
Da lì in poi segue una narrazione strana, lenta, che precede a segmenti e attua a mostrare il microcosmo di vita del protagonista, ma sempre con l'impressione che ci sia qualcosa che non va ad ogni scena. Persino la scena di sesso con la moglie Nicole Kidman (oh, allora è ancora viva!) è un gioco abbastanza destabilizzante, dove lei mima un'anestesia totale.
E poi c'è quel ragazzo.
Martin.
Segmenti che si insinuano fra le varie sequenze della vita apparentemente perfetta di Steven, un rapporto non specificato all'inizio e che fa iniziare la vera storia del film con una dichiarazione già anticipata dal trailer ma che lascia straniti proprio per il modo e il contesto in cui viene fatta.

L'effetto che fanno i miei articoli su chi di cinema ne capisce veramente...

Questo film aggiunge un ennesimo tassello alla cinematografia di Lanthimos. Sempre coerente con se stesso, col proprio intellettualismo e alla sua visione quasi kafkiana per il mondo (e che nessuno se ne esca con la battuta "Ma questo Kafkian, chi è?", per favore), il cineasta greco opera sempre all'interno dell'universo grottesco che ha creato, ma giocando coi generi. Abbiamo l'horror, con la maledizione lanciata da Martin e gli effetti sui cari di Steven, a cui si aggiunge il dramma familiare e il desiderio di vendetta. Tanti generi e modi di fare cinema che si fondono in un unico prodotto sicuramente destinato a scuotere, ma dove il nostro a tratti rischia un poco di farla fuori dal vaso, un po' per il sovraccumulo di stilemi e per un discorso di base così crudele che non sempre sembra avere il coraggio di sostenere fino alla fine al pieno delle forze.
Il tutto, come fa riferimento il titolo, è una parabola della Ifigenia in Aulide di Euripide (anche qua, nessuna battuta tipo "Attenzione, che le scale del teatro sono Euripide"), solo che dove la tragedia trovava verso la fine, proprio nella figura della figlia di Agamennone, un simbolo di speranza e redenzione, Lanthimos va proprio nella direzione opposta.
Nessun cervo sacro da mettere al posto di una delle vittime sacrificali. Al mondo siamo soli con le nostre maledizioni, le nostre paure e i macigni che portiamo quotidianamente sulle spalle. E quel cuore denudato proprio nella primissima scena sembra proprio essere il sunto di tutto questo: nessun dio che veglia su di noi, solo un caso onnipresente che ci mette nella mani di altri uomini e ai giochi degli stessi, per quanto la matrice soprannaturale faccia prepotentemente il suo corso all'interno della pellicola.

"E alla fine, di Recensioni ribelli non ne sentiremo più parlare..."

Anche perché, col passare dei minuti, nessun personaggio ne esce così bene.
Si scopre che Steven non è l'individuo lindo che ci sembrava a prima vista, la moglie farà di tutto per sottrarre i figli al terribile fato che li attende e persino uno di questi ultimi cercherà di attuare un proprio e maldestro stratagemma per poter scampare la maledizione lanciata da Martin.
Una maledizione mai specificata, fra l'altro. Si sa che esiste e se ne vedono gli effetti, come la miglior tradizione di un certo horror insegna, tutte cose che aiutano ad aumentare il senso di straniamento della pellicola. Anche perché non è questo, come già detto, che interessa a Lanthimos.
Il regista continua il suo excursus nell'orrore umano, mettendo alla berlina i valori della famiglia e dell'unità d'insieme come potrebbe riuscire al miglior Haneke, anche se la crudele lucidità dell'austriaco opera su fronti leggermente diversi.
A mio parere non si tratta del miglior film di Lanthimos, come è già stato detto da altre parti. A livello puramente personale, l'ho trovato un passo indietro rispetto a The lobster, che pure quello peccava di una seconda parte dove non me la sentivo di perdonare un paio di ingenuità, nonostante il finale bellissimo, e pure qui si opera sugli stessi schemi.
Lanthimos ha il problema di ideare dei percorsi così geniali e complessi, nella loro linearità, da non riuscire a mantenere sempre il passo costante, arrivando in certi punti che lasciano abbastanza basiti. Ci sono anche qui un paio di momenti che mettono un sorriso involontario, non solo per l'ironia cinica che contraddistingue i lavori del filmmaker, ma proprio per la loro realizzazione, senza contare che la semplicità di inquadrature e soluzioni visivi lascia in secondo piano l'aspetto tecnico per concentrarsi maggiormente su quello concettuale e intellettuale, che raggiunge livelli di pesantezza che per alcuni possono diventare davvero insostenibili.

"Ti prego, fuma, ma non scrivere più!"

D'altronde qui abbiamo carichi da novanta belli tosti: colpe dei padri che ricadono sui figli, destrutturazione del rapporto familiare, segreti che tornano a galla, incubi del passato che riaffiorano, tentativi di redenzione e la coscienza finale che solo il sacrificio estremo può portare a una parvenza di normalità.
In tutto questo il cineasta greco non ci risparmia nulla, mettendo in scena infanticidi, gioco a sorte sulla vita dei cari e addirittura violenza sui minori. Ma senza morbosità, sempre con quello sguardo distante e quella composizione dell'immagine così perfetta da tenerci sempre lontani, per quanto noi cerchiamo di affiorare a galla per poter prendere quei personaggi per mano. Personaggi freddi, anche di fronte alle loro paure, che sublimano come non mai quella distanza che viene intenzionalmente a crearsi.
Su tutti spicca Martin, personaggio ambiguo come non mai e portato in scena da un giovane attore per cui si prospetta un futuro a dir poco brillante, che nel suo dire e non dire, fare e non fare, porta a una confusione che non lascia manco a titoli di coda inoltrati. E resterà per lungo tempo l'impressione di non aver afferrato qualcosa di questo film, di essersi persi per strada un passaggio, ma forse è lo stesso tentativo di guardare dentro di noi e cercare di capire quanto riesce a rappresentarci questa stabile crudeltà.

"Ti prego, Nicole... dimmi che riuscirò a rimettermi in forma presto..."

The Killing of a sacred deer non aggiunge molto a quanto Lanthimos ha già detto sul genere umano in precedenza e per tanto può finire per non risultare, a chi ha seguito la sua produzione cronologicamente e con costanza, un passo avanti, se non proprio a livello narrativo.
Ma come ogni film del greco scuote, destabilizza e ti fa sembrare di essere stato seduto in mezzo al fango per tutta la visione.
Spero proprio che questo odio provato da "buon" Yorgos non passa mai, se basta a regalarci film simili.





12 commenti:

  1. Non ho capito se mi è piaciuto tantissimo o mi ha fatto schifo.
    Così, un po' a confine.
    Però, dopo un mese, lo ricordo alla perfezione. Qualcosa vorrà dire.

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    1. Questi sono i risultati che voglio da ogni film/libro/fumetto degno di questo nome 😍

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  2. Lanthimos continua a prenderci allegramente a calci sui denti.
    Uso del grandangolo micidiale, per un film che mi è piaciuto anche più dell'Aragostone, che avevo già apprezzato. Cheers!

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    1. Io avevo preferito l'Aragostone, però anche qui sono calci dolorosi ma necessari.

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  3. Non l'ho ancora visto, ma penso sia difficile raggiungere il fascino malato e destabilizzante di Kynodontas: ricordo che lo misi in vetta ai film visti nel 2010. Regista interessante e sempre da tenere d'occhio.

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    1. Non saprei dire, anche perché è stato il film «della scoperta» e lo ricordo con una malata tenerezza - anche perché il suo film che preferisco è "Alpis".

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  4. Ovviamente l'ho adorato, soprattutto per l'odio che ricopre tutti, persino coloro per i quali si dovrebbe ragionevolmente provare pietà. Bravo Lanthimos!

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    1. L'unica persona in grado di rendere produttivo l'odio. Un genio.

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  5. Spero di recuperarlo presto, perché mi piace molto questo cineasa estremo.

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    1. Recupera assolutamente! È quello che mi piace meno nella sua produzione, ma come sempre è un pugno nello stomaco.

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  6. Ce l'ho lì da vedere e aspetto il momento "giusto"... un film che incute paura a tutti ma ormai, dato che i precedenti di Lanthimos li ho visti tutti (molti adorandoli) non mi faccio impressionare!

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    1. Allora sei ben allenato 😉 vai e non temere!

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U