giovedì 8 marzo 2018

Dark night



La vita triste, monotona e densa di incomunicabilità di un gruppo di persone, prima del massacro in un cineplex...


Forse non tutti lo ricordano, ma nel 2012 l'uscita di The dark knight rises di Christopher Nolan fu accompagnata da un triste fatto: in un cinema di Aurora, Colorado, il dottorando James Holmes organizzò una carneficina alla prima del kolossal targato DC Comics, facendo dodici vittime e cinquantotto feriti.
La cosa che fece scalpore fu che l'assassino, che si era tinto i capelli di arancione e aveva dichiarato di essere la nemesi di Batman, sembrò addirittura sorpreso di essere incarcerato e che, mentre veniva portato in prigione, chiese agli agenti che lo tenevano in custodia come fosse finito il film.
Al momento deve scontare dodici ergastoli, uno per ogni vittima, insieme a oltre tremila anni di prigione per tutti i centoquarantuno capi di imputazione. Tutte le armi usate per la carneficina le aveva comprate pochi mesi prima in alcuni negozi e su internet.
Ad oggi, a parte il fatto di essere stato paziente di uno psichiatra all'Università del Colorado, nessuno riesce a ricondurre elementi di squilibrio nella vita di James Holmes. Anzi, tutti lo ricordano come una persona molto tranquilla, dall'ottimo rendimento scolastico e che non si era mai cacciato nei guai con la giustizia. Persino quello che gli affittava l'appartamento lo definì un individuo modello.

Il primo che fa battute sui "film a luci rosse" lo banno.

Nel 2003 invece il regista Gus Van Sant vinceva la Palma d'Oro e il Prix de la mise en scena al Festival di Cannes col film Elephant - e la giuria chiese una deroga al regolamento, perché non possono essere assegnati entrambi alla stessa opera. Il titolo del film alludeva al proverbio dell'elefante della stanza che nessuno vede, metafora di un problema sotto gli occhi di tutti ma che ognuno ignora, fino allo sfociare delle più tragiche conseguenze.
Il lungometraggio di Van Sant si ispirava al massacro della Columbine High School, già portato in scena da Michael Moore nel documentario Bowling for Columbine, perpetrato dagli studenti Eric Harris e Dylan Klebold. I due ragazzi, entrambi diciottenni, uccisero dodici studenti e un insegnante.
I due diciottenni erano considerati da tutti delle persone "eccentriche" e progettavano una fuga in Messico dopo il loro atto, nel quale diversi ordigni che avevano immagazzinato nel corso degli anni non esplosero, facendolo in parte fallire. Si suicidarono quarantacinque minuti dopo aver aperto il fuoco.
Avevano acquistato le armi su internet l'anno prima, usando un'amica che aveva raggiunto la maggiore età come intermediaria, fino a comprare una pistola da un loro conoscente (che dovette rispondere all'accusa di aver venduto un'arma a dei minorenni) e creato dei dispositivi esplosivi usando le istruzioni raccattate in giro per la rete.

I miei pomeriggi hanno lo stesso carico di adrenalina...

Un fatto e un film che vanno a braccetto, perché è innegabile che il regista e sceneggiatore Tim Sutton, qui alla sua terza prova dietro la macchina da presa, sia stato fortemente condizionato da entrambi. Ma proprio per come la cosa si palesa si può prendere sottogamba il tutto e bollare come fantozziana cagata pazzesca questo film, che sicuramente perfetto non è e paga lo scotto dell'ispirazione fin troppo evidente, ma ha qualcosa da dire sul nostro mondo.
Perché no, Dark night non parla del massacro di Aurora, anche se in molti lo hanno pubblicizzato così, e non è la brutta copia di Elephant.
Sutton non nasconde come il lavoro di Van Sant lo abbia ispirato. Anzi, lo omaggia palesemente in più riprese, come quel palo inquadrato più volte e che porta alla memoria i titoli di coda della celebre pellicola cult, così come una scena in soggettiva (nel film del 2003 si rifaceva a un videogioco, qui invece a una visuale di Google Maps). Però non si può dire che questa pellicola ne sia la copia, perché pur partendo da un presupposto e da delle dinamiche simili, va a parare in tutt'altra direzione. E in una storia sono i particolari di come si vuole raccontare qualcosa a fare la vera differenza.
Dark night quindi è un'opera totalmente differente e distante da Elephant, anche se vola affianco ad essa più volte. Ma una volta finito, se si porta la pazienza necessaria per tutti gli ottanta minuti, si vede che il discorso finale è totalmente diverso. Più attuale, più diramato e meno univoco.

Io quando ho un appuntamento e la tipa non si presenta...

Diciamolo chiaramente, Elephant è un film migliore da quasi ogni punto di vista.
Ora che ci siamo chiariti onde evitare flame di qualche cinefilo dell'internetto, torniamo a parlare di Dark night.
Che non è, come già detto, un film sul massacro di Aurora. Sutton gioca molto sulla cosa, lo fa addirittura col titolo (che assomiglia molto a The dark knight), eppure ancora prima che il suo film giunga a metà lo cita apertamente. I fatti narrati quindi risalgono a dopo, in un mondo recente dove quel fatto fa ancora parlare e la ferita è ancora aperta.
Un mondo dove ci mostra gli scorci di vita di un gruppo di persone, più che di perosnaggi. Personaggi che hanno vite a sé, quasi nessuno di loro ha un nome o un background adeguato alle spalle. Si accenna a qualcosa, al massimo, ma colpisce l'incomunicabilità in cui vivono. Se in Elephant i protagonisti dei vari capitoli si incontravano senza mai riuscire ad avere uno scambio costruttivo, rimanendo quindi nel loro micro-mondo, qui ognuno conduce una vita a sé. Il regista segue queste sue pedine in maniera asettica e quasi documentaristica, a volte in lunghe sequenze dove non accade nulla e si dice ancora meno. Ma se si presta attenzione, sono le immagini a parlare più del dovuto.
Vediamo così una ragazza fissata con l'aspetto fisico e i selfie per Instagram, un giovane studente insoddisfatto e che sta per preparare un colpo, due ragazzi in skate che ciondolano per le strade, un reduce di guerra che conduce un programma di riabilitazione, una ragazzina messicana obesa e un giovanotto che segue una cura psichiatrica. Sutton ce li mostra, ci fa vivere con loro e mette qua e là dei particolari per confondere le idee. Uno di loro si colora i capelli di arancio come James Holmes, ma non è lui. Piuttosto sembra essere, così come sembrano tutti, un'eco dello stesso.

Nineties comes back!

Tutti sono potenziali assassini ma, al contempo, tutti sono delle vittime, Vittime di un mondo sempre più strano dove comunicare col prossimo è impossibile, dei veri invisibili che, come tali, sono molto più ordinari di quanto ci si potrebbe aspettare. Niente freaks, individui eccentrici e che soffrono la loro diversità. Sono persone comuni, che potete incontrare per strada - o nella sala di un cinema - e che portano il loro pesante e quotidiano fardello.
Dark night non mostra manco per un momento, a differenza del capolavoro di Van Sant, una scena di massacro. Si apre con il dopo e si conclude un attimo prima che ciò avvenga. Nel mezzo, in quello che è un gioco narrativo davvero interessante ma abbastanza rischioso, ci sono loro, i personaggi, e il loro orrore quotidiano. Sutton non mostra le conseguenze di un'indifferenza perpetrata nel tempo, ci mostra l'indifferenza stessa che sta per ribollire nel cuore di una sempre più alienata America che lascia i propri figli in balìa di se stessi.
Il trucco funziona sempre?
Non proprio.
Anche se dura poco, è facile annoiarsi, perché lo stile quasi da documentario alla lunga stanca e ti fa venir voglia che succeda qualcosa. Ma alla fine qualcosa succede.
Tutti loro vanno a vedere un film. Dark night, appunto. Quei personaggi siamo noi, che stiamo guardando ciò che potrebbe succedere in ogni istante, ma non riusciamo ad accorgerci di ciò che succede. Siamo noi e il mondo che abbiamo creato, il nostro non accorgerci del clima che si fa sempre più caldo e impazzito.

# Born in the USA! #

C'è ognuno di noi in quella sala cinematografica. E c'è ognuno di noi fuori, pronto a imbracciare un fucile e a fare una follia.
Ma c'è anche chi, con una visione distaccata ed estremamente lucida, riesce anche a vedere qualcosa. Questo piccolo film ne è la prova.




8 commenti:

  1. Ricordo molto bene il brutto fattaccio di cronaca, anche perché allora, qualunque cosa anche minimamente legate al film di Nolan aveva un eco totale. Il paragone con Gus Van Sant è azzeccatissimo, ero curioso di vederlo ma è uscito in pochissime sale, per ora mi faccio bastare la tua ottima analisi, intanto tengo gli occhi aperti per un futuro recupero. Cheers!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sì, è davvero stato distribuito male, ma essendo un film abbastanza "respingente" per come si sviluppa dovevamo aspettarcelo.
      Io stesso in alcuni momenti sono stato messo a dura prova... 😅

      Elimina
  2. Lo vidi a Venezia, fuori concorso, alla fine di una lunga giornata di visioni... e confesso di essermi miseramente semi-appisolato. Hai ragione: malgrado la brevità ci si annoia facilmente a causa del ritmo dilatatissimo, straniante, ovviamente voluto, come per farci provare il disagio e il senso di vuoto dei suoi protagonisti. Merita una seconda visione (parlo per me). Gliela concederò.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Posso capire che dopo una giornata veneziana un film simile possa essere fatale, credimi 😂😂 va visto sapendo a cosa si assiste e con lo "spirito" adeguato.

      Elimina
  3. Beh, direi che abbiamo scritto quasi le stesse identiche cose ;)

    d'accordo su tutto. Buffo però che paragoni la soggettiva del videogame di Van Sant a quella di Google Maps. Buffo non per l'abbinamento, ottimo, ma perchè in quel caso l'omaggio è "identico", nel senso che anche nel film di Sutton c'è la soggettiva del videogame sparatutto, strano non l'hai notato

    hai fatto benissimo a fare quell'excursus iniziale, tira le fila a tutto, ottimo

    e sì, siamo anche d'accordo sulla cosa più importante, Dark Night non è un film sul massacro di Aurora ma sull'eterno ritorno dei massacri, sulla "normalità" ormai della cosa

    a tratti bellissimo, a tratti più interessante che bello, a tratti un filo noioso

    ma ce ne fossero

    RispondiElimina
    Risposte
    1. L'ho vista, ma quella di Google Maps è apportata nella realtà dinamica dei personaggi, proprio come in "Elephant". Ho visto l'omaggio più in quello, ti dirò.
      Verissime le ultime due righe. Tutte quelle cose insieme, a suo modo una sorpresa graditissima.

      Elimina
    2. Ah, ecco, l'hai fatto proprio consapevole che ce n'era un'altra molto più scontata

      interessante

      Elimina
    3. Infatti 😎 e ancora grazie per avermi fatto scoprire questa piccola perla! 💪

      Elimina

Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U