mercoledì 4 aprile 2018

Taxidermia



La storia di tre generazioni della famiglia ungherese Balathony. La prima vede un soldato sessuomane, la seconda il di lui figlio, mangiatore estremo per sport, e la terza la progenie dell'abbuffatore, un magro e viscido imbalsamatore...


Ci sono dei film in grado di darmi la certezza, solo per il semplice fatto che sono stati prodotti, che Dio non debba esistere per forza. L'esempio più calzante è una porcata come A Serbian film. Perché dai, il pensiero che ci sia stata gente che ha sborsato bei soldi per produrre una roba simile è la prova che siamo destinati all'estinzione di massa.
Ci sono film però che corrono il rischio di passare per tali.
E lo ammetto, è solo perché sono dotato di una forte dose di masochismo che ho voluto vedere una roba come Taxidermia, dato l'alone di opera estrema e "malata" che si trascina dietro da anni, ma per fortuna ho avuto modo di pensarci su per bene. Perché sì, bollare questa fatica seconda di György Pálfi come la classica fantozziana cagata pazzesca sarebbe quasi istintivo già dopo i primi minuti di film, e per certi versi non potrei nemmeno tacciarvi di superficialità, ma sotto la (sporchissima) superficie c'è molto di più.
Certo, non è che Pálfi faccia di tutto per rendere indolore la pillola e non mi sento di giudicare quelli che non andranno oltre la prima storia, però come tutte le cose va analizzata in profondità. Anche a costo di sporcarsi le mani.

# Alla locanda numero mille... #

Già la prima immagine è piuttosto eloquente...
Su quella si staglierà il titolo.
Taxidermia è un film che gioca in un territorio tutto proprio, senza paura di mostrare l'inosabile e senza preconcetti morali su quello che è lecito mettere in scena o meno. Mi vanto di avere uno stomaco bello resistente, ma su un paio di sequenze ho avuto vita difficile pure io. Ma ciò che colpisce davvero - se in negativo o in positivo spetta a voi dirlo - è tutto il microcosmo che Pálfi ha saputo ricreare, e sembra davvero incredibile che una mente umana abbia saputo ideare tutto quel marcio e quel male di vivere.
Non è tanto lo schifo in sé che colpisce - e anche su quello ci sarebbe da dire parecchio - ma proprio tutto il contesto esterno, che non risparmia nemmeno comparse o semplice ambientazione, che riveste l'intera opera. L'abilità del regista è stata proprio quella di creare un genere nuovo saccheggiando in massa da tutti quelli esistenti e creandone uno proprio, passando da tutte le possibili varianti e volgendole secondo l'ottica ideata per questo film.
Perché si inizia col film di guerra, si prosegue col dramma sportivo per finire in quello che è uno scontro generazionale. Ma tutto, strano a dirsi, segue una propria logica, per quanto perversa. Perché Taxidermia non è solo lo sfogo di un povero pazzo, ma una riflessione anche abbastanza dolorosa sulla nostra società e sul nostro modo di essere umani. Nella sua personalissima maniera, tratta l'amore come se lo volesse pulire dopo averlo immerso nella merda, se mi perdonate il francesismo.

Qui stavo rischiando di vomitare pure io...

Secondo l'Enciclopedia Treccani la tassidermia è la «tecnica di preparare, a scopo scientifico, le pelli degli animali in modo da renderne possibile la conservazione, e di imbottirle dando loro l'aspetto e l'atteggiamento degli animali vivi».
Ironicamente, ma non molto, sta tutto qui.
Pálfi prende l'umanità e la sviscera, toglie tutti gli orpelli per mostrarla al suo peggio. Vediamo dei corpi che si muovono, ma cosa li separa veramente da quella che può essere un'imbalsamazione semovente, quasi una recita di burattini? Quello che il regista vuole mettere in scena è un mondo dove l'amore è stato dimenticato, dove il corpo umano non è altro che un guscio vuoto di ambizioni, pulsioni primordiali e bisogni egoistici. Lo mostra nella prima storia, con quel soldato erotomane così disperato da trombarsi pure il fuoco e le viscere di un maiale scuoiato, tanto che di un maiale suo figlio avrà la coda - il fil rouge, o porcu, davvero geniale. E proprio del maiale erediterà l'appetito, diventando campione olimpionico di mangiate, con questa esposizione di fisici obesi che danno ribrezzo, anche perché immessi in un contesto davvero ai limiti, e permettendo al cineasta di dare davvero il "peggio" di sé.
Se quindi il primo segmento poteva sembrare un azzardato ed estremo esercizio di stile, nell'addentrarci nelle avventure agonistiche - anche qua, incredibile come riesce a variare la struttura tipica del film sportivo in questo ambito - del secondo anello spuntano diversi elementi che fanno intuire tutte le possibili diramazioni di questa storia.
Vengono aggiunti gli effetti del regime socialista, la disumanizzazione delle attività agonistiche e come l'ambizione umana sia sempre la rovina degli stessi. Ma alla fine, per quanto la trama possa andare a parare su mille e passa concetti, è proprio nel terzo che finisce per trovare il collante definitivo.

Shrek e Fiona nella vernice rosa.

Se nei primi due episodi Pàlfi fa di tutto per poter mostrarci quell'umanità disumanizzata, preda solo dei propri bisogni più abietti, col terzo cala il tiro, senza mai perdere mordente, e mettendo la vera prova di umanità in questa ammasso di putredine.
Ogni cosa ha senso proprio in questo segmento.
Trova senso in quel ragazzetto emaciati e quasi anoressico, figlio del mangiatore, che deve prendersene cura dopo la sua metamorfosi in un ammasso di carne senziente che vive solo in ricordo della propria passata gloria («C'è una tecnica per vomitare che porta il mio nome!», frase scult ma di grandezza assoluta). Quello è l'unica azione d'amore concessa, ma è un amore destinato a far soccombere e a non lasciare alcuno spiraglio a quella che è la vita vera.
Fa molto male, quel pezzo.
Più di tutto il marcio mostrato prima. Più del fango, del sangue, del vomito e di quei corpi deformi che ballano al ritmo del loro peso. Se prima quelle scene causavano il vomito, questo segmento lascia solo un'infinita tristezza. Perché se il ragazzo decide di compiere una rivoluzione e di spostare quell'amore a se stesso, alla fine si ritroverà a essere ancora più solo. E ciò che è iniziato come un atto di rivolta, finirà per essere una resa. Perché l'amore può essere un enorme peso in un mondo che sembra averlo dimenticato. Meglio svuotarsi, non lasciarsi nulla dentro. Forse l'unica soluzione di un'anima disperata per andarsene da un mondo che non gli ha mai voluto bene, lui che ne chiedeva solo un poco. E quell'attimo di pausa contiene un ultimo sguardo disperato per tutto ciò che ci è stato mostrato prima.

Fuori il vecchio, avanti il nuovo.

Tutto è volto sui toni della black comedy e del surreale, perché altrimenti sarebbe davvero ingestibile come cosa, oltre che impossibile da sostenere a prima vista. Non è un film per tutti perché davvero, in certe parti è davvero insostenibile. Anche se alla fine mi ha lasciato tanto, dubito che riuscirò a rivederlo a breve. E' un film che fa di tutto per respingere lo spettatore, che vuole metterlo alla prova in tutte le maniere fino a farlo soffrire in questa maniera nei minuti finali, quelli che gli danno vero senso di esistere, oltre che darne a tutto quello che è stato mostrato prima.
György Pálfi però non si risparmia nemmeno sul lato tecnico. Anche per chi finirà per odiare questo film è innegabile come molte soluzioni di regia e montaggio siano davvero geniali - forse più del film stesso, dirà legittimamente qualcuno - e che rendono una narrazione altrimenti ostica fluida e accessibile anche allo sguardo più inesperto.
Dissento però con chi lo vuole paragonare al film del serbo citato a inizio articolo.
Sono due modi di intendere l'orrore e lo shock davvero differenti. Se nel film di Srđan Spasojević alla lunga tutto diventava autocompiaciuto e davvero fine a se stesso, qui la funzione è più poetica, arriva a snodare un concetto molto più profondo e universale, dando quello che è un vero ritratto di un'umanità veramente disperata, condotta a tal fine fin dall'infanzia, e che si arrende alla propria stessa evidenza. Sono due metodi e due stilemi così differenti che non andrebbero minimamente paragonati, perché le sensibilità che ne stanno alla base sono davvero agli antipodi, pur usando a tratti gli stessi mezzi. E se il primo raschiava la superficie, inzuppandosi di sangue, il secondo fa lo stesso perché scava in profondità.

Esplorando il corpo umano.

Taxidermia è quindi un film grottesco, brutto, sporco, cattivo, malvagio, respingente, perverso, violento, insostenibile, refrattario, disagevole e disturbante.
Ma ha anche dei difetti.





4 commenti:

  1. Aggiudicato! Non ho mai visto questo film ma me lo hai “venduto” come si deve, inoltre le didascalie sono una meglio dell’altra 😉 Dalla descrizione mi ha fatto pensare ad un Emir Kusturica particolarmente incazzato con il mondo e in modalità punk. Cheers!

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    1. Nella chiusa lo hai riassunto alla perfezione!
      Tu guardalo... solo che poi non mi assumo responsabilità per il tuo stomaco 😅

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U