domenica 6 maggio 2018

A single man



1962. George Falconer è un professore universitario omosessuale, in lutto per la perdita del compagno col quale conviveva da sedici anni. Il film rappresenta quella che dovrebbe essere la sua ultima giornata, quella alla fine della quale ha pianificato il proprio suicidio...


Non so voi, ma io ho un particolare odio per Tom Ford.
In realtà l'odio che provo verso di lui è quello che nutro verso tutti coloro che sono bellissimi - onestamente parlando, ha passato i cinquanta e ne dimostra poco più di trenta - e hanno successo nella vita lavorativa, in pratica tutte quelle persone che sono l'opposto di me. Il nostro Tommasone internazionale invece ha quel qualcosa in più che lo rende il non plus ultra delle persone meritevoli di essere odiate.
Sì, il tizio si improvvisa regista e fa bene pure quello.
Così, pare che gli avanzasse tempo.
Perché il Tom Ford autore di questo film è proprio quel Tom Ford, lo stilista, quello che ha rivoluzionato il marchio Gucci, che ha fatto quelle campagne commerciali così provocatorie e che ha saputo diventare un'icona di stile ed eleganza, tanto che pure il suo nome è un trand. Sì, uno che al massimo può contare come maggior fallimento l'aver cotto troppo la pasta, si improvvisa come regista e il risultato è un film bellissimo.
Ora ditemi se non si deve odiarlo per forza...

Non è mai un bel risveglio, quando passi da Tom Ford  Recensioni ribelli...

Tra l'altro, per il suo esordio - datato ormai 2009 - sceglie pure un soggetto bello tosto, andando a pescare proprio Un uomo solo di Christopher Isherwood, romanzo degli anni Sessanta che contribuì a creare un certo movimento della "letteratura gay" tipico di quegli anni, oltre che essere stato dedicato proprio a Gore Vidal, grande amico dello scrittore.
Io, molto semplicemente, ve lo consiglio perché è un romanzo bellissimo.
Un libro che non ha bisogno di parole troppo complesse, quasi essenziale nella trama, ma che scava negli avvenimenti con una perizia quasi chirurgica in grado di farti sentire addosso il senso di perdita del protagonista e di ineluttabilità di quel periodo storico, che non era solo hippie e canzoni rock a tutto volume, ma come ogni decade aveva il suo lato oscuro.
Anzi, sentir parlare del libro - o del film - come di "una storia su un gay" mi demoralizza particolarmente perché, come tutte le grandi storie, questa è in grado di andare al di là del singolo, omosessuale o etero che sia, per riuscire ad includere tutti in un abbraccio distante ma comunque forte. La grande classe con cui Tom Ford ha saputo tradurre per immagini quelle pagine così sofferte, poi, fa tutto il resto.
Davvero, è qualcosa di strabiliante non solo per essere un esordio, ma proprio perché lui col cinema non c'entra una beata fava.

Jean Jacques, pagherai per le tue recensioni!

La prima cosa che viene da dire è: eleganza.
Che nelle mani di uno stilista può essere un male.
Perché se è vero che moda e cinema hanno sempre viaggiato a braccetto, non si sono mai incrociate in un unico insieme. Il rischio era quello di trovarsi davanti a uno spot televisivo lungo cento minuti ma, e qui sta il vero miracolo, il film di Tom Ford non solo possiede quell'eleganza che solo uno che viene dalla moda può possedere - quando lo vidi non sapevo chi fosse, ma notai subito la cura quasi maniacale del vestiario persino nelle comparse - ma anche una visione d'insieme precisissima e perfettamente coerente nel proprio svolgersi, con un uso della fotografia davvero azzeccato e una costruzione dell'immagine ai limiti del professionale.
Tom Ford, uno che al massimo poteva essere abituato a shockare con un cartellone, riesce a dare un senso compiuto a quelle che sono le immagini in movimento, lasciando raccontare a loro e al contesto della narrazione i fatti salienti, concedendosi sperimentalismi di regia senza sfociare nel manierismo più ostentato. Mantiene sempre quel lucido equilibrio, in modo da riuscire a essere raffinatissimo ma per questo non respingente, capace di sperimentare ma senza cadere nell'onanismo più intellettualmente becero.

Questa avanzava da uno spot.

Tom Ford, che gli anni Sessanta li ha vissuti di sfuggita, li ricrea con quel suo aplomb da uomo di moda ma ne coglie l'essenza, forte anche della lettura del libro, che narra abbastanza fedelmente ma dandogli quel tocco che si confà alla materia cinematografica.
C'è il senso di perdita del protagonista, un bravissimo Colin Firth, ma pur restandogli attaccato per tutta la durata riesce ad allargare il giro mostrando ben altro. A single man non è incentrato solo sul protagonista, ma è allargato dagli incontri fatti in quella che è programmata per essere l'ultima giornata della sua vita. Essenzialmente, è un film sulla paura, che può esistere in più di una forma e sfaccettatura. E' proprio questo coglierne le varie sfumature che rende questo piccolo film così grande.
Siamo in un'America sull'orlo dell'abisso, da una parte spinta dalla rivoluzione culturale che sta attraversando quegli anni, anche se a piccoli passi ("Non sei ancora pronto per vivere in una casa di vetro"), ma dall'altro spaventata per una crisi missilistica in corso, dove tutti cercano di correre ai ripari come meglio possono. Chi sembra non preoccuparsene vive in un mondo a sé, ma anche dietro alle facciate più idilliache si nascondo gli spettri dell'infelicità.
Così come il libro, non è un film su un uomo solo, ma su un'umanità alla deriva dove dalla solitudine nessuno sembra potersi salvare. Tutto questo mostrato attraverso gli occhi del singolo.

"Jean Jacques... ecco una sparata più grossa delle tue!"

Siamo invasi da una fotografia che, per quanto elegante, si fa plumbea e spenta per la maggior parte del tempo. Sono solo brevi spiragli ad accenderla, fino a farla andare fuori fuoco, rendendo le immagini così brillanti da risultare fastidiose.
"Se quello che ci aspetta è un mondo senza sentimenti, non è il mondo in cui voglio vivere."
Sta tutto in quella frase.
Detta da un uomo che ha in mente di suicidarsi.
In un mondo verso il collasso, sull'orlo di una nuova guerra mondiale a pochi anni dall'ultima e dove si parla di rifugi anti-atomici, la vera salvezza è quella. Sono le emozioni la cosa più importante che abbiamo, questo vuole ricordarci Tom Ford dopo Isherwood. Il senso della vita stessa sta in tutti quegli incontri che George fa durante quella strana giornata, fatta di tristezza, quotidiano orrore, paura per il futuro e rimorso per il passato. Ma soprattutto, paura, come sottolinea quel suo intervento in classe. Paura di quello che non si conosce, paura della diversità, una paura fatta per governare le masse, perché tanto è questa l'unica cosa che ci unisce. La paura.
Ad ogni incontro, George completa i singoli tasselli del proprio piano, realizza il suo mosaico di morte. Ma intanto la vita scorre, la vita si fa vedere e alla fine si palesa.

Che poi, non so voi, ma un film con Julianne Moore per me è bello a prescindere.

Si potrebbero dire ancora molte cose di questo film. Potrei dilungarmi ancora sulla bellezza delle sequenze e sulla magnificenza della regia, potrei dire come Colin Firth qui è bravo come non lo sarà mai più in tutta la propria carriera o su quanto la Moore sia sempre più bella mano a mano che gli anni passano - e che dire poi del suo personaggio, per certi versi il più difficile di tutti - ma credo che sarebbero tutte parole al vento.
L'unica cosa sulla quale ci si dovrebbe soffermare è come un film così algido, a suo modo tanto stilisticamente perfetto da rasentare la freddezza, riesca a far trasparire tutta questa umanità e dolore di vivere.
Per mano di uno che ha la vita più agiata di molti altri, poi.
Invece al suo interno ha il dolore, il senso di abbandono di un popolo che forse non ha mai saputo chi è veramente, la sensazione di una vita al limite per la perdita subita... e la risposta su come alla fine nulla sia mai perduto veramente. Su come, anche nel dolore, sia proprio la vita stessa il vero dono, il tutto detto senza moralismi o retorica di sorta. Ma solo con un occhio che sa dove posarsi.
Il fatto che dopo una frase simile segua la foto di un culo, comunque, è una pura e semplice casualità.

"Scusi... ma ci siamo appena conosciuti..."

Come diceva Alda Merini, prima dei poeti parla la vita.
A suo modo, questo film mi ricorda sempre questa affermazione. A suo modo, questo è un film in grado di mettermi in pace con me stesso.






6 commenti:

  1. Post fiume, film gelido ma bellissimo.
    Voglio leggere il romanzo da una vita e, più o meno da allora, spero di dimenticare un po' il film di Ford. Ma si può?

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    1. Credo che quella glacialità fosse l'unica maniera per adattare il romanzo di Isherwood... che ti consiglio assolutamente. Dicono le stesse cose ma viaggiano su due binari diversi, ergo, si può ^^'

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  2. El Diablo - Concordo al 100% con la tua recensione; concorderei anche sui film con la Moore se non esistesse The Forgotten! Hola!

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    1. Ahahah! Beh, vogliamo parlare de "Il settimo figlio"? ;) anche le grandi purtroppo fanno qualche passo falso.

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  3. Ho adorato questo film. Freddo e perfetto... sorprendente. Anzi bisogna che me lo riguardi :D

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    1. Bellissimo davvero. Mi chiedo come faccia ad essere finito così presto nel dimenticatoio...

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U