domenica 27 maggio 2018

I segreti di Wind River




Cory Lambert lavora come agente federale per il controllo della fauna selvatica nella riserva indiana di Wind River. Durante una giornata di lavoro trova il corpo della figlia diciottenne di un caro amico, con evidenti segni di stupro. Ancora segnato dalla morte della figlia, che morì in circostanze simili tre anni prima, si unirà alle indagini insieme alla giovane agente Jane Banner...


Da un po' non riesco a vedere tutti i film che vorrei e, soprattutto, a guardarli con la giusta dose di concentrazione. La "vita da adulto" porta via molto tempo e questo ti fa perdere un sacco di cose circa le tue passioni. Ma il nome di questo Taylor Sheridan da un po' mi ronzava nelle orecchie e da quel poco che sono riuscito a racimolare su internet - traduzione: tramite i social - si è fatto notare all'ultimo Festival di Cannes vincendo la Palma d'Oro per la migliore regia.
A questo punto, una domanda era lecita.
Ma chi cacchio è questo Taylor Sheridan?
Santo Google dell'Incoronéta è stato d'aiuto, perché egli altro non è che un attore prestatosi alla sceneggiatura, mettendo la propria firma a due filmetti da poco come Sicario di Denis Villeneuve e Hell or high wather di David Mackenzie, e in quest'ultimo recita addirittura come attore.
Si viene anche a scoprire che questo Wind river fa parte, insieme agli altri due titoli da lui scritti, di una trilogia tematica sulla frontiera americana.

"Se dici che faccio il cacciatore perché ho un occhio di falco ti sparo per davvero!"

A me gli altri suoi due titoli erano davvero piaciuti molto. Anzi, sono uno dei pochi che ha amato alla follia Sicario e che sta aspettando con trepidazione il seguito di Sollima (che sarà sempre scritto dal nostro Sheridan, prafo rakazzo), ma sono anche ben conscio di tutti i problemi che possono succedersi quando è chi viene da un altro settore a immolarsi in un altro ramo di competenza. A Sheridan passare dalla recitazione alla scrittura è andata bene, ma mettersi anche dietro la macchina da presa poteva essergli fatale.
Il nostro dimostra di essere ancora più odioso di Tom Ford, uno che ogni cosa che fa gli viene bene, perché anche questo terzo step si conclude con un successo.
Alla luce di tutte queste informazioni si può benissimo dire che Wind river è un film che per tutta la propria durata dà la sensazione di essere stato fatto da un onesto veterano e non da un improvvisato, come potrebbe ben sembrare, in più è scritto davvero bene e si porta dietro quella malinconia che da queste parti è sempre ben gradita.
Dal canto mio, posso dire che è bastata la scena iniziale per convincermi che stavo assistendo davvero a un bel film.
Tanto che mi è venuto in mente solo in un secondo momento che abbiamo Hawkeye e Scarlet Witch nello stesso film, e che quest'ultima fa Banner di cognome.
Viene da sperare che sia solo un caso, perché altrimenti Sheridan è pure un fine umorista.

Non vedevo così tanta neve da quella mia gita a Milano...

Tra l'altro il nostro è pure vissuto in una riserva indiana, quindi non stupisce che abbia voluto esordire alla regia proprio con questo film. Che non si limita a essere un film di denuncia, è molto di più, ma lo diventa proprio attraverso l'occhio che solo chi ha vissuto in certi contesti può avere.
Wind river è un film che riesce a diventare molte cose: un thriller, ma questa è solo la patina più superficiale, una storia sul dolore e sull'accettazione dello stesso, ma a anche una delicata riflessione sull'animo umano e sul suo istinto di sopravvivenza. In tutto questo non sono tanto gli scenari, davvero splendidi, a farla da padrone, ma la terra in cui si muovono i personaggi a tutto tondo.
Si apre tutto con la sequenza di una ragazza disperata che corre a piedi scalzi fra la neve, semplice e d'impatto in tutta la sua straordinaria bellezza, per proseguire poi con l'attività di Cory che deve sparare a un lupo. Due immagini potentissime che ribaltano il concetto di preda e predatore, proponendo un'ambientazione che diventa il fulcro stesso del privamento: sottratta ai proprietari originari e stuprata dalle trivelle che la perforano continuamente. Due analogie agghiaccianti che, se colte, danno un peso ancora maggiore alla vicenda.
Il film gioca continuamente su queste corde, sempre suggerendo, mai in maniera esplicita, usando il genere come tramite e non come fine per delineare un messaggio di decadimento e smentita rassegnazione, fino a quelle che saranno le rivelazioni finali. Sheridan si prende tutto il tempo che vuole, senza mai dilungarsi troppo e scandendo bene il ritmo quando necessario, col risultato che non annoia mai manco per mezzo secondo della propria durata.

"Le mie sorelle però non hanno mai dovuto recitare a queste temperature..."

Sappiamo bene come gestire un thriller sia difficile. Non solo devi avere un'indagine che sappia tenere lo spettatore incollato allo schermo, ma devi fare in modo che lo sviluppo dell'investigazione proceda parallelamente con l'evoluzione dei personaggi. Se guardi nell'abisso, l'abisso guarda dentro di te, diceva il buon Nietzsche... ma c'è sempre il rischio di cercare la proverbiale luna nel pozzo o di guardare nel buco sbagliato.
Se proprio vogliamo trovare un difetto a questo Wind river, è proprio quello di avere la sottotrama thriller davvero basilare e lineare, anzi, forse fin troppo semplicistica, sommersa da quelle che sono le naturali evoluzioni dei personaggi. Per alcuni, come già detto, questa può essere una pecca, per me invece è una scelta stilistica perfettamente coerente con quello che la penna di Sheridan ha già saputo servire ai registi che l'hanno tradotta per immagini sullo schermo. D'altronde, pure la grandezza di Sicario era data più che dall'investigazione in sé, proprio da quello che Villeneuve aveva saputo riempire con quel suo modo lento e carico. Qui non siamo a quei livelli di pessimismo cosmico, c'è un fievole alone di speranza rassegnata verso la fine, ma è un modo di intendere la narrazione che si ripercuote con quanto già proposto da questo autore.
Sheridan ha una visuale molto più secca e meno bucolica del canadese, ma oltre a tutto il resto deve essere bravo anche a cucinare per come, da solo, ha saputo dosare ogni elemento, dove nulla prende il sopravvento sul resto. Anche di fronte a uno svolgersi della trama a tratti davvero semplice. Ma non semplici sono i sentimenti da gestire.

"Un, due, tre... stella!"

C'è tanto dolore in ogni spostamento, c'è un'infinita sofferenza nelle dichiarazioni sussurrate, oltre che in quelle scoperte, ed è proprio in quelle che ogni cosa trova il giusto posto nella storia. Tanto la Storia del paese è finita ancora prima di iniziare, è quella di un popolo ormai perso, come fa intuire il bellissimo finale, che nel non ricordare più le proprie origini le inventa, mentre le differenze continuano a sussistere. Quello che deve essere il popolo che ha portato la civiltà dei "selvaggi" si trova diviso sulla propria stessa frontiera, fra persone isolate dal mondo, un clima sempre più ostile e quella solitudine che porta al concretizzarsi della vera mostruosità.
Nel mezzo, la Vita che impone il suo marchio e lascia i miseri umani a rantolare nel loro stesso dolore. Che non risparmia nessuno, nemmeno alla risoluzione dell'enigma. Perché la vera immagine di salvezza e di progresso per quella che sembra una terra in balia di sé stessa è morta correndo a piedi nudi nella neve.
Non è un film perfetto, si vedono diverse incertezze qua e là, e non c'è una scena che ti fa soffrire più delle altre. C'è solo la consapevolezza finale, che prima si avvicina piano e ti infetta a fine visione, lasciandoti una sensazione di malessere che ti accompagnerà per diversi giorni.
Non il thriller definitivo, come hanno detto alcuni. Film come Mystic river o La isla minima riescono a correre ben più veloci di lui, ma l'opera prima di un autore finalmente completo che, continuando così, riuscirà a proseguire questo suo discorso nella migliore delle maniera. Anche questo è un buon segno di speranza, a suo modo.

"Sì, anch'io seguo Clio Makeup."

Fa ben sperare pure il riuscire a vedere Renner e la Olsen (comunque, davvero… che fine hanno fatto le sue sorelle?) in due parti che rendono finalmente giustizia alle loro capacità, dopo anni soggiogati dall'egemonia di costumi multicolore e scollati.
Non che ci lamentiamo delle scollature, sia chiaro.





10 commenti:

  1. Su “Clio Makeup” sono morto, te lo dico :-D
    Non ho ancora capito in che rapporto di parentela sia questa Olsen, con le altre Olsen, ma è senza ombra di dubbio la prima preferita, e non solo per una questione di scollatura.

    Divertente vedere tutti questi attori, liberi del genere popolare del momento (quello delle tutine multicolore) tornare al genere popolare di un tempo (il western), poi concordo con te, “Hell or High water” era un film più solido, ma ne voglio altri cento diretti da Taylor Sheridan come questo, il fanatico di western in me non ne avrai mai abbastanza ;-) Cheers

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    1. Credo sia la sorella. Le gemelline ora si sono date a tempo pieno alla moda, mi hanno detto.
      E sì. Purtroppo Renner rimarrà Hawkeye ancora a lungo, così come Robert Downey jr verrà ricordato più per l'uomo di latta che per "Charlot"... speriamo che Sheridan vada in crescendo. La stoffa ce l'ha!

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  2. Visto al Torino Film Festival lo scorso inverno.
    E piaciuto sì, sorpattutto grazie a un Renner a sorpresa, a me questo Sheridan nonostante tutto continua a non convincere pienamente. Eppure è emozionantissimo, ci mette perfino il fegato in ballo più che il cuore, ma a me (citando la Ventura a X Factor) non arriva. Perché non lo so proprio, boh.

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    1. L'arte è molto soggettiva e Sheridan deve mangiarne ancora molte di bistecche, almeno dietro la macchina da presa. Però per me qui ha gettato le basi per una carriera da autore completo che può portarlo lontano, per me 🙃

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  3. Recensioni sempre ben scritte, complimenti :). Ero molto curioso di vederlo, adesso non ho dubbi

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    1. Se a dirlo poi è un membro della Loggia Nera... beh, onore doppio 😉 poi fammi sapere!

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    2. Finito di vedere poco fa. Hai centrato in pieno la filosofia di questo film, come dici tu forse non ai livelli massimi del genere, ma sicuramente un'opera potente. Dopo la delusione (almeno per me) de L'uomo di neve mi serviva proprio👍

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    3. "L'uomo di neve" purtroppo mi manca e tutti i pessimi pareri che ho sentito mi hanno fatto desistere dal vederlo. Peccato, da Alfredson mi aspettavo qualcosa ai livelli di "Lasciami entrare" o "La talpa"...

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  4. Al momento è uno dei film che ho preferito quest'anno, decisamente sorprendente.
    Io sono una di quelle che ha apprezzato la linearità della trama thriller, perché ero più interessata alla costruzione dell'atmosfera e dei personaggi entrambe perfette come la regia :)

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    1. Anche per me, ho ben scritto che è una scelta stilistica, piuttosto che una vera e propria mancanza. Atmosfera e personaggi sono davvero eccelsi, vero fulcro del film. La nemesi finale con Renner mi ha davvero scavato dentro...

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