mercoledì 20 giugno 2018

L'arte della felicità



In una Napoli invasa dalla pioggia e dalla spazzatura, Sergio, tassista con un passato da pianista in lutto per la morte del fratello, si aggira fra le vie squallide e degradate della città. Lungo il suo peregrinare sulla vettura gialla, si imbatterà nei propri vecchi ricordi, ma anche in una carrellata di personaggi assurdi coi quali discorrerà sul senso della felicità.


Se c'è una cosa odiosa alla quale sono caduto persino io, ai tempi, è stato il pregiudizio sul cinema italiano. Ma su tutto ciò che è italiano a prescindere, soprattutto quando ero totalmente imberbe. Poi verso i diciotto anni ho cominciato a rinsavire e, se pure adesso rimango decisamente esterofilo, cerco sempre di trovare qualcosa di nostrano in grado di stuzzicarmi.
Con l'animazione le cose si fanno ancora più complicate…
Influisce in gran parte il passato da jappominkiofilo, quello "o anime, o nulla!", quello che bastava che al tavolo da disegno ci fosse uno che aveva fatto pranzo con una ciotola di riso che era contento. Perché poi, diciamolo chiaramente, per quanto sulla nona arte abbiamo sapute creare delle vere e proprie meraviglie, tolti gli esperimenti dello Studio Bozzetto l'animazione qui in Italia non ha mai fatto da padrona.
Mi viene giusto da pensare a Enzo d'Alò…
Tra l'altro, che fine ha fatto? Qualcuno sa dirmi se sta bene?

La bellezza in un singolo frame...

Proprio perché in Italia non c'è questo culto dell'animazione un film come l'Arte della felicità, che per quanto discusso nei vari ambienti di settore è passato pressoché inosservato, risplende in questa maniera. Davvero, la distribuzione è stata capillare ed ha goduto al massimo di un passaggio televisivo sulle reti Rai in seconda serata.
Perché l'opera prima del napoletano Alessandro Rak è così particolare, personale, strabordante e autoriale, senza però rinunciare mai a un linguaggio "basso", che avrebbe meritato una distribuzione decisamente maggiore.
Si tratta di un film autoriale, ma che riesce a parlare a tutti; cervellotico, ma senza essere incomprensibile; molto verboso, ma che non annoia mai; manierista, ma senza far venire il mal di testa. Tutto questo rischia di essere sia un pregio che un difetto, cosa tipica in quasi ogni opera prima, ma certe volte, specie nel contesto in cui è inserito, anche elementi simili che inficerebbero su quasi ogni altro prodotto possono essere dei tratti distintivi e peculiari che ne sottolineano la particolarità.
Certo non siamo davanti ai mega-budget disneyani e nemmeno alle filippiche tecniche di certi prodotti d'oriente, è un'animazione grezza e abbastanza sporca come la città che rappresenta. Ma è soprattutto nel fango, a mio parere, che si trova la vera poesia.

"Mi dicevano che Napoli è piena di negozi di cinesi, ma non immaginavo fino a questo punto!"
"Jean, un'altra battuta simile e ti fucilo! Quella sarebbe una VERA felicità!"

Va anche detto qualcosa a proposito della genesi dell'opera.
L'arte della felicità è anche una manifestazione culturale napoletana ideata da Luciano Stella, co-sceneggiatore del tutto insieme al regista, e l'intento iniziale era che il film fosse una prosecuzione di quanto raccolto in anni e anni di fiera. Alessandro Rak si innamorò del progetto e diede una mano, oltre che la propria firma sullo script insieme ad altri colleghi, per dare forma compiuta al tutto, anche attingendo dall'esperienza personale di Stella che aveva perso da poco il fratello. A questo poi ha unito il neo-nato studio Mad Entertainment, composto unicamente da quaranta addetti ai lavori, fra i quali unicamente dieci disegnatori, decretando un vero e proprio guinnes dei primati per quanto concerne la storia dell'animazione - non solo nostrana.
Io sono uno di quelli che cerca di separare i retroscena dal valore effettivo di un film, ma questo per me, soprattutto perché realizzato in Italia e a Napoli, è qualcosa che non si può dar per scontato quando si parla della produzione artistica del nostro paese. Che c'è, magari fa fatica ad emergere, ma basterebbe un po' di sforzo comune.
Questo film, nei suoi settanta minuti di durata, ne è la prova. Anche solo per la grande varietà di tecniche e stili che riesce a sciorinare in poco più di un'ora. Ma quei disegni così grezzi e dal tratto sporco sono qualcosa per cui mi è difficile non perdere la testa, io che le linee pulite e ordinate le ho sempre detestate.

L'immancabile tizio con la barba in ogni film che tratta di filosofia.

Anzi, ho sempre detestato l'ordine in generale, pure quello mentale. Dubito che in esso sussista la felicità… sempre che possa esistere. Più che alla felicità, credo (e ambisco) alla serenità, due concetti molto sottili e che si possono facilmente confondere.
Rak sembra non mettere distinzione fra le due cose e cerca di puntare in alto. Lo dimostra appieno quell'introduzione col gabbiano volante, che da sola vale più di mille parole, mentre una Napoli piena di immondizia e avvolta dalla pioggia conduce Sergio sul "girone" dei ricordi. Tranne che per degli sparuti flashback e per una scena decisamente lisergica, non ci allontaneremo mai da quel taxi. E non ci allontaneremo mai da Sergio, che sembra condizionare il clima e l'aspetto dell'ambiente che lo circonda, mentre pensa costantemente a quel fratello ritiratosi in Tibet a fare il buddhista, lasciandolo da solo con una vita da gestire e dei sogni che non è stato in grado di portare avanti fino in fondo.
In mezzo alle parole dei personaggi che condivideranno il viaggio con Sergio possiamo trovare tutto questo: tante idee sulla felicità, il tempo passato, occasioni colte o meno, caduta e rinascita e questo dover saper gestire la morte, sia dentro che fuori di noi.
E' un film permeato dal concetto della morte, come compagna di vita perenne.
Eppure ci sono anche momenti estremamente ironici, leggeri, che non fanno pesare questa consapevolezza. Ma te lo ricordano ogni volta che possono...

Tra l'altro: segnatevi la colonna sonora.

Può sembrare che L'arte della felicità sia un film a episodi, per questa sua struttura, dato che i personaggi entrano in scena, dicono la loro e, a parte il primo caso, poi di loro si saprà poco o nulla. E in parte è così. Ma ognuno di loro lascia un piccolo tassello, un mosaico che si potrà vedere solo con la consapevolezza che si acquisisce ogni volta che si guardano le cose dalla dovuta distanza.
Rak prova a non essere retorico, pur cadendo nel tranello in dei piccoli momenti, ma la sua sensibilità sull'argomento si sente tutta. Se non gli riesce sempre con la retorica, lo fa perfettamente col pietismo, evitando ogni ricerca di compassione da parte del pubblico e facendo vedere quel malcontento comune come qualcosa molto di pancia, in grado di coinvolgere. Perché siamo stati tutti un po' Sergio, nella nostra vita. E quel volto barbuto sembrerà davvero familiare già dai primi fotogrammi.
Se proprio voglio cercargli un neo rilevante è lo spazio, forse eccessivo, riservato al presentatore radiofonico, una sequenza davvero bella ma che rischia di creare una piccola confusione concettuale - il nome del suo programma è lo stesso titolo del film - oltre che a essere davvero troppo, troppo lunga e a rubare minutaggio prezioso che poteva essere riservato all'atmosfera generale o agli stessi ricordi di Sergio, anche se ci riserva delle sequenze davvero strabilianti.

Mi sa che quei tifosi della Juve che ho incontrato un mese fa sono stati presi un po' troppo sul serio...

Ma poi c'è l'arrivo.
Film così si fanno fregare sempre dal finale, dal messaggio che deve raggruppare tutte le lezioni apprese durante il cammino e dare loro una forma compiuta. L'arte della felicità su questo piano non fa nulla di innovativo, anzi, si fa portatore di un messaggio abbastanza banale e già sentito - e la scena onirica sembra essere fatta giusto per allungare il minutaggio - ma è proprio nella grande umanità che caratterizza ogni singolo personaggio, con quegli accenti così marcati e che accompagnano i discorsi, che si fa sentire così vivo, pur essendo quanto di più artificiale possa esistere in virtù della sua natura animata.
La felicità sta in tutto, anche in quella città piena di munnezza, perché è lì che hai incontrato quella ragazza piangente coi capelli corti. La felicità sta in un rigattiere che sa reinventarsi, perché da ciò che è morto trae nuova vita. E la felicità sta pure negli occhi di quel fratello morente, perché sa che fino a che l'uomo che ha amato di più esiste, non sarà mai morto, e la sua vita sussiste con la sua felicità. La felicità sta nel rendersi conto che in fondo si è vivi e si riesce a provare qualcosa anche il dolore.
La felicità non sempre è bella.
Ma neppure noi, specie se disegnati con quel tratto, lo siamo più di tanto. E sta proprio in questo la nostra bellezza inviolabile.
Come il ronzio di quella macchinina a molla. Dà un gran fastidio sentirlo, ma una volta che si ferma la corsa è finita. E che altro rimarrà di tutto quello?

# chistu è u paese du soleeeee #

C'è tanta magia in questa nostra piccola Italia, spesso così sottovalutata e perlopiù nascosta agli occhi dei suoi stessi abitanti.
Ma proprio in periodi come questo, che mi fanno avere tanta paura per il futuro umano del nostro paese, un film così mi fa avere speranza.





4 commenti:

  1. Hai ragione, ci sono un sacco di posti davvero magici nel nostro Paese e nemmeno lo sappiamo, per altro, questo è un film che potrebbe pure piacermi, grazie per la dritta, rischiavo di perdermelo ;-) Cheers!

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    1. Felice di far conoscere cose così belle! :D ma di sicuro avrai sentito parlare del secondo lavoro di Rak, "Gatta Cenerentola".

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  2. L'avevo recuperato tempo fa; bellissima pellicola e ottima recensione (è la prima volta che commento in questo blog ma ti seguo da tempo)!

    L'ultimo lavoro che ho visto di Enzo D'Alò era stato il suo ottimo "Pinocchio", una trasposizione fedele al racconto di Collodi.
    Secondo wikipedia, però, il suo ultimo film è "Pipì, Pupù e Rosmarina in Il mistero delle note rapite" (tratto da una serie animata da lui creata).

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    1. Felice del commento e dei complimenti! :D
      "Pinocchio" l'avevo visto ai tempi, ma dell'ultimo suo lavoro ero praticamente all'oscuro...

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U