venerdì 1 giugno 2018

Suicide club




In Giappone cinquantaquattro studentesse liceali compiono un suicidio di gruppo, lanciandosi sui binari di una metropolitana. A quel gesto ne seguono molti altri, tutti isolati, e che sembrano collegati a un particolare sito. Intanto, mentre le indagini hanno inizio, la baby band delle Dessert spopola sulle radio e sulle reti televisive...


Se siete stati adolescenti durante gli anni zero, stando abbastanza intelligenti da evitare truzzate e pgoldismi vari, sarete sicuramente incappati in qualche maniera verso i meandri del Giappone, o delle sue declinazioni che hanno avuto modo di giungere qui in Italia.
Perché tra MTV che dava l'Anime night, forse l'ultimo baluardo di salvezza di quel canale prima che venisse investito dai vari Shores (sulla musica manco ci pronunciamo...), e il primo avvento massiccio dei manga quando ancora non c'era il tormentone "sono stato nerd prima di te", tra un senpai e un kawaii a caso chiunque abbia avuto modo di trascorrere in quel periodo gli anni delle superiori si è scoperto lievemente giappofilo.
Arriveremo anche ai porno con le orientali, promesso.
Tutto questo per dire che, fino al momento in cui uno non arrivava a dire di essere un otaku, ovvero il limite massimo del recupero, il Sol Levante era visto con una strana fascinazione, come un paese nel quale tutti avrebbero voluto vivere per poter godere sul luogo di quelle nuove passioni che iniziavano un lento sdoganamento. 

Dopo questa scena, non prenderete per mano nessuno...

Inutile a dirsi che in realtà il Giappone non è proprio la terra dei sogni che tutti i manghettari pippaioli (me compreso, ammetto) sognavano.
Certo, è un popolo che ha alle spalle una lunga storia di tradizioni, usanze, onore, leggende e costumi molto bella e affascinante. Fuori dai contesti nerdici l'ho pure studiata e ne sono uscito, per quanto concesso dalle mie facoltà intellettive non proprio eccelse, arricchito. Il presente invece presenta (ahahah!... ok, la smetto) delle problematiche non da poco, non tanto come paese in sé, che dopo la lunga crisi economica degli anni Novanta ci sarebbe solo da far cambio, quanto per l'impatto che ogni cosa sembra aver avuto sulla popolazione.
D'altronde stiamo parlando di un popolo che ha attraversato un bignami di quello che le normali nazione europee hanno passato nei vari millenni. Si tratta di un paese prettamente isolazionista che, prima dell'arrivo del commodoro Perry e delle sue navi nere nel 1853, viveva ancora in un rigido sistema feudale. Ci volle la rivoluzione Meiji per portare a quello che è il Giappone moderno, con tutti i problemi che una simile velocità può portare in una qualsiasi popolazione.
Attualmente il Giappone è uno dei paesi più efficienti nei servizi e con meno criminalità, ma al suo interno hanno modo di verificarsi inquietanti fenomeni come gli ikikomori, un gran numero di suicidi e, ironicamente, la formazione di punti di ristoro per coloro che escono dall'ufficio troppo tardi e non hanno modo di tornare a casa - esaurimento da overworking ai massimi livelli.
Stiamo parlando di un paese dove persino l'asilo scelto può determinare quelle che saranno le possibili università (non è un'esagerazione!) e dove nelle scuole si indossa ancora l'uniforme ed è espressamente vietato i tingersi i capelli.

Spremersi le meningi 2.0

Tutte cose che non sono sfuggite di certo a quel gran dritto di Sion Sono, regista decisamente controverso che sulla solitudine e l'alienazione giapponese ha dedicato una saga personale, iniziata proprio con questo Jisatsu Sākuru (anche conosciuto col titolo Suicide circle) e proseguita con Noriko's dinner table, che non è un vero e proprio seguito, quanto un film che ne adotta un pezzo per andare poi a parare in tutt'altra parte, pur trattando il medesimo tema.
Per quanto mi piaccia, Sion Sono non è un regista che mi sento di consigliare a scatola chiusa, perché la sua poetica così strabordante, esagerata, che cerca di shockare con tutti i mezzi possibili per far arrivare alle riflessioni più scomode insite nella nostra società, senza la paura di sfociare nel kitsch involontario, non è per tutti. E' un cinema che può disgustare fino a essere respingente per i motivi più disparati, senza contare che è necessario conoscere il tessuto sociale al quale fa riferimento per poterne comprendere appieno le motivazioni e certe scelte, non solo stilistiche o poetiche.
Suicide club non è solo il film che lo ha reso famoso anche fuori dai confini Giapponesi, ma proprio quello dal quale la sua vera poetica ha preso il via, decretandone lo stile, i punti cardine e anche tutti quei micro e macro-elementi coi quali bisogna convivere se si vuole essere suoi spettatori.
Può essere un valido strumento per iniziare a visionare le sue opere, anche con una certa logica cronologica, oppure quello per cercare di capire se può essere un tuo compagno di giochi o il tizio antipatico che speri non abbiano invitato anche a quella festa.
Certo è che, casomai dovessi iniziare a frequentare i suoi stessi party, non mi farei mai offrire da bere da lui.

I Teletubbies ne vogliono ancora.

Suicide club prosegue nella sua durata canonica con ritmo serrato e con una regia realizzata anche con mezzi di fortuna, mentre il mistero dei suicidi va avanti senza però sembrare di trovare una vera connessione logica che possa portare a un finale davvero logico e consequenziale. Avverti solo uno strano malessere che attraversa tutta la pellicola e ti limiti a guardare, mentre morti più o meno eclatanti si avvicendano sullo schermo.
Sì, casomai non si fosse capito, è un film che parla di suicidi.
E il Giappone ha un rapporto molto particolare coi suicidi.
Basti pensare alla tecnica del seppuku (腹切り, ovvero taglio del ventre) in uso fra i samurai, suicidio di rito usato per espiare una colpa o per scappare a una morte disonorevole, o alla foresta di Aokigahara, dove molte persone vanno a porre fine ai loro giorni. E' strettamente insito nella loro cultura nonostante il modello di società occidentale che hanno oramai adottato. Ma cosa vuol dire il suicidio espresso nel film?
Nel mondo ideato da Sion Sono, l'unica forma di libertà per sfuggire a una società che vuole importi ogni minima cosa fin dalla nascita è questo. Il suicidio, spettacolarizzato, teatrale e reso eclatante in ogni sua forma improvvisata, non è alto che l'ultimo grido di libertà di una società che ormai non ha più sfoghi, non ha più ambizioni e, se le ha, sono solo quelle già imposte e codificate da un codice sociale che annulla in toto l'individuo.
E poi c'è quel sito.
E quella baby band che cambia nome ogni volta. Prima Dessert, poi Desert… varie allitterazioni che ai madrelingua danno ulteriori chiavi di lettura, ma che anche preso come semplice "errore" fa comprendere quella che è la potenza dei mass media, anche loro colpevoli di questo, di agire senza che nessuno se ne accorga.
Nemmeno quel coro di bambine riesce a essere innocente. Pure loro sono coinvolte in questo circolo (o club) perverso.

Ci crediate o meno, nella mia scuola è successo pure di peggio...

Attualmente i suicidi organizzati attraverso la rete in Giappone sono diventati una triste realtà, quindi si può dire che Suicide club in questo sia diventato un triste preveggente. Ma quanto espresso finora basta a far capire come mai ha saputo - e sa ancora - scuotere in questa maniera, per l'assoluta lucidità cin cui sa esporre il problema del singolo in Giappone, non considerato tale, ma facente parte di un ingranaggio complessivo che corrisponde al nome della società.
Certo, il film risente di alcuni limiti tecnici ed è proprio questo suo voler continuare a esagerare che può farlo apparire indigesto o ridicolo, insieme a quelle che sono le conoscenze sociali che si dovrebbero avere per poterlo analizzare nella sua interezza. Ma è innegabile che il discorso generale fila, non possiede buonismi di sorta per parlare di un problema così angosciante e non vuole addolcire la pillola in nessuna maniera. Forse resta il fatto che la scena iniziale, così bella e inquietante allo stesso tempo, non viene eguagliata da tutte quelle che seguono e nel cercare di superarsi ogni volta finisce per diventare cacofonico, ma una volta che i titoli di coda iniziano a scorrere si ha la sensazione di aver visto qualcosa di assolutamente malato ma, a suo modo, veritiero.
Sion Sono è un fine osservatore che guarda il problema da una debita distanza ma non ha paura di affondare le mani nel suo lordume per comprenderlo meglio.
Ma soprattutto, si lascia sfuggire la stoccata finale, con quella busta di plastica che richiama American beauty. Il mondo è anche quello appena mostrati nel suo film e di bello sembra esserci davvero poco.
Ma una flebile speranza, perché la società non diventi una spettatrice passiva e disattenta, sembra lasciarla...

"Lo so, Nikki Sixx sarebbe fiero di me..."

Una pellicola cult e che ancora oggi, a quasi vent'anni di distanza, riesce a cora a scuotere e a far pensare. Forse perché nonostante le quasi due decadi passate il problema non è migliorato.
Anzi...





4 commenti:

  1. Anime Night . . . Disgraziet . . . lei mi fa salire la nostalgia a livelli epocali. Anche questo da recuperare oltre a Mr Vendetta, I saw the devil e Castaway on the moon . . . w il cinema asiatico e le ripeto lei è un disgraziet XD

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    1. Ahahah! La strada mi ha insegnato a farmi tanti nemici u.u
      A parte l'ultimo, che non ho ancora visto, i titoli citati sono dei must imperdibili. Ma TUTTA la trilogia della vendetta per me ha un valore altissimo, sia artistico che personale.
      E W il cinema orientale!

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  2. Se è un film di Sion Siono probabilmente lo recupererò (dopo Tag la voglia di conoscere più a fondo il suo cinema c'è), perché non l'ho mai visto ;)

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    1. "Tag" purtroppo mi manca 😖 questo è il suo lavoro più cekebre. Poi lui è un autore che va approfondito a prescindere, molto democraticamente 😉

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U