giovedì 26 luglio 2018

A beautiful day - you were never really here



Joe è un reduce di guerra, cosa che, insieme agli abusi subìti dal padre quando era piccolo, gli ha lasciato qualche cicatrice nell'anima. Vive con la madre mezza tocca e per tirare a campare va a risolvere guai a colpi di botte. Le cose diventano leggermente complicate quando deve salvare la figlia di un senatore e si trova coinvolto in una spirale di mercanti del sesso minorenne...


Sui traduttori e distributori italiani si è fatto più di una volta un sacco di ironia, ma ogni tanto ritornano a stupirmi. Perché se un Eternal sunshine of the spotless mind trasformato in Se mi lasci ti cancello non era sufficiente, qui fanno una doppietta interessante perché, non paghi di voler tenere il titolo originale in inglese, lo fanno precedere da un A beautiful day che sinceramente c'entra mezza sega col tutto, è solo la frase finale detta da una dei protagonisti. E si sa che "E' finita si dice solo alla fine", ma qui abbiamo preso la cosa un po' troppo in parola e il risultato si vede.
Lo so, può sembrare il torrone del primo della classe, ma nella comprensione di una qualsiasi opera di narrativa il titolo è una cosa importantissima.
E in questo caso fa ancora più ridere perché il libro di Jonathan Ames da cui è tratto è presente in libreria col titolo Tu non sei mai stato qui. Un trip così appassionante che Nolan levete proprio.
Sui paragoni a Taxi driver, Leon e Drive invece stendo un velo pietoso. Sono tutti e tre dei film che adoro ma che non hanno nulla a che vedere con questa ultima fatica della Ramsey, sia per tematiche, che per stile o finalità artistiche o visive.

Presentatemi un personaggio così e, dopo la mia curiosità, avrete la mia attenzione (-cit.)

Quando poi il film è di Lynne Ramsey, allora, capisci che il titolo forse è anche l'ultimo dei tuoi problemi. La regista più provocatrice e controversa di sempre ritorna sei anni dopo il suo We need to talk about Kevin e ci regala un'altra bella mazzata sui denti, reinventando nuovamente il proprio stile, stavolta al servizio di una storia thriller che sfocia nel neo-noir - e davvero, a questo giro le affinità col film sul motorizzato afono di Refn terminano.
Sulla regista poi va spesa più di una parola. Perché, sinceramente, trovo assurdo che in giro si sia detto che risulti incredibile che un film simile, per tematiche e stile visivo, sia stato diretto da una donna. Mi ricorda quando dicevano che Kathrine Bigelow dirige come un uomo… ecco, limitiamoci a dire che la Bigelow dirige estremamente bene, qualunque allusione sul suo sesso è del tutto fuori luogo perché la bravura è universale. Con quel tanto ritorniamo a dire che le donne devono leggere o scrivere solo romanzi d'amore.
Ritornando alla Ramsay, invece, mi limito a dire che è solo il suo quarto film in diciannove anni di carriera e a ogni uscita c'è stato qualcuno che si è sentito male. Questi sono i registi, di qualunque sesso, che ci piacciono!

Aggiungi un martello e tutto diventa più bello u.u

Ad ogni modo, You were never really here si colloca in una zona d'ombra rispetto alla produzione della regista britannica, che pur rimanendo fedele al proprio stile e alla morbosità che caratterizza ogni sua opera, crea qualcosa di totalmente diverso e inaspettato. Si sposa al neo-noir, unendo alla violenza psicologica e concettuale anche quella visiva, ma montando come sempre il peso del film grazie a un ottimo uso delle atmosfere e sulle spalle di un grande interprete.
Se prima erano la Morton e poi la Swinton, affiancata da Ezra Miller, a questo giro spetta a Joaquin Phoenix - dire quanto sia bravo è totalmente retorico - che qui veste in maniera incredibile il personaggio in tutto e per tutto, trasfigurando il proprio fisico, arrivando a dare una delle sue migliori interpretazioni, tanto da essere stato premiato a Cannes. E a tal proposito, solo stima e lode a uno che quando viene premiato si guarda intorno come a dire "Ma hanno davvero detto il mio nome?"
No, quella di Joe non è un'esperienza facile da portare sullo schermo, sia che ci si trovi davanti o dietro la macchina da presa, perché la Ramsay cerca di gestire tutto il film nella maniera meno scontata possibile, privilegiando l'aspetto interiore a quello esteriore, che sicuramente non è lasciato da parte ma gode di un trattamento che molti potranno trovare respingente.

Altolà al sudore!

Perché You were never really here non è un film d'azione e nemmeno un film che porta dialoghi particolarmente memorabili. Anzi, potremmo dire che su novanta minuti di visione parleranno per dieci e sono tutt'altro che risolutivi per la trama. La vera storyline la fanno le immagini e le azioni dei personaggi, ma anche lì i tempi sono estremamente dilatati, pur durando così poco.
Notevole anche come viene gestita la violenza e l'azione, perché possiamo dire che questo è un film violento, sì, ma dove c'è poca azione. Nonostante il protagonista abbia un martello e ne faccia buon uso, la Ramsay, quando l'azione sta per esplodere, pur lasciandone vedere gli effetti allontana subito lo sguardo, ovattandola, senza ridurne la carica emotiva, ma tenendola sempre così distante. Non nasce una sensazione di schifo per dello splatter gratuito, quanto una di disagio per quello che l'autrice decide di far vedere. Esemplificativa su tutte, a tal proposito, può essere la scena del massacro nella tana dei pedofili ripresa interamente dalle telecamere di sicurezza, dove la violenza è ben presente, ma colpisce la modalità della messa in scena insieme a un particolare che avviene una volta che Phoenix leva l'ancora…
La Ramsay quindi non colpisce alla pancia, ma lo fa alla bocca dello stomaco. Quella che sentirete non è una scarica di adrenalina ma una sensazione di forte disagio. Quella che preferisco.

# le mie toste giornate, filavano così… #

Alla Ramsey di raccontare una storia alla The equalizer non importa nulla. A lei cose così non sono mai importate, quello che è importante per la britannicona è immergersi nella psiche e nei trascorsi malati e distruttivi dei suoi personaggi. Non verrà mai specificato quello che tormenta Joe, il suo passato in guerra e i maltrattamenti subìti dal padre sono appena accennati, è il corpo di Phoenix, un tempo muscoloso e ora in completo decadimento, e le sue abitudini lesioniste che parlano. You were never really here è un film su passato che riaffiora e col quale bisogna fare i conti, supportato da un'estetica sporca e che prende per mano il suo morboso personaggio che cerca di mantenere un certo equilibrio nonostante lo squallore che lo circonda e che sta dentro di lui.
Nel mezzo a tutto questo male di vivere, il mondo vero, quello cattivo, che non si risparmia né in guerra né nella vita reale di una città americana qualsiasi. Un mondo dove l'amore viene schiacciato e dove la giustizia riesce a farsi strada solo attraverso il sangue e la violenza. Nulla è attutito, tutto è fatto per sembrare sporco e disagevole, senza però essere mai gratuito. Questo è un merito che spetta solo a una grande sensibilità, perché il materiale che si sta maneggiando, nella sua semplicità, è di una complessità rara ed è - anche - questo che rende la visione così complessa e non facilmente immediata.

Cheese!
Parlano le immagini, che danno senso di esistere allo sporco e alla bruttura una sua bellezza. Non parlano i personaggi, troppo invischiati nei loro pensieri e alla ricerca di una redenzione, di un'infanzia e una vita negata sotto più punti di vista.
Non sei mai stato qui, dice il titolo originale. Oggi è una bellissima giornata, dice la ragazzina salvata da Joe verso la fine. Due visioni opposte che conducono a un fine uguale, a quell'andare avanti lasciandosi il passato alle spalle, quel passato che ci ha tanto feriti ma che ci ha resi quello che siamo, molto banalmente. Tutta la sequenza finale è imbastita su questo concetto, mentre prima si sono tirate le fila di così tanti orrori che sembravano rendere un qualsiasi ideale di lieto fine impossibile.
Ma un lieto fine, a conti fatti, non c'è. Così come sembra non esserci nemmeno un finale vero e proprio. C'è solo quello che è stato e il risultato umano che ne è uscito, due vite distrutte e che cercano di andare avanti.
Ma poco importa.
Fuori c'è il sole, meglio abbandonare ogni desiderio di morte, di rivalsa, di sopraffazione di un mondo che sembra insensibile e indifferente a tutto per continuare a vivere. Con quelle due incompletezze che insieme non formano nulla di concreto e totalmente realizzato, ma formano qualcosa. Ed è il qualcosa, l'importante. Qualcosa che ti spinge ad andare avanti. Fosse anche una semplice giornata di sole da godere...

La bellezza...

Non perfetto, a tratti troppo dilungato in questa sua estetica e sicuramente non soddisfacente per chi voleva solo una storia di vendetta e azione.
Ma quanto si finisce per provare empatia per Joe...





8 commenti:

  1. Sono assolutamente d'accordo, dalla solita trasformazione del titolo allo spaesamento di Phoenix a Cannes (troppo divertente).
    Film che mi è piaciuto parecchio, e secondo me bisogna tenere d'occhio la ragazzina, Ekaterina Samsonov.

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    1. Sulla ragazzina purtroppo si può dire ancora poco, certo che con un film così parte decisamente avvantaggiata ;)

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  2. “Altolà al sudore!” mi ha steso :-D
    Concordo in pieno, troppo diluito però niente, il protagonista conquista, poi hai detto bene, colpisce alla bocca dello stomaco, descrizione impeccabile, ma d’altra parte non sei The Genius mica a caso. Cheers!

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    1. E vorrei vedere! XD
      Comunque non sta raccogliendo moltissimi consensi e un po' mi spiace… :(

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  3. Mi ha convinto a metà. Ottimi attori e ottima direzione degli attori, atmosfere cupe e suggestive, di grande impatto emotivo e scenico. Però... il soggetto è davvero esile esile, la storia si esaurisce dopo mezz'ora. Dopo è solo mestiere. Di classe, ma comunque solo mestiere :)

    p.s. sul titolo stendiamo un velo pietoso. "tradurre" un titolo in inglese con un altro titolo in inglese, per giunta ad cazzum, era davvero un'impresa titanica!

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    1. Lo sai che per me la storia esile (se non ininfluente) certe volte non è un problema. Qui non è stato così, ma ci sta che a certi possa dispiacere ;) il resto per me ha compensato alla grande.

      Sui titoli storpiati si potrebbe fare una collezione… basta pensare a "Let mi in" che diventa "Blood story" o "Maggie" che si trasforma in "Contagious - epidemia mortale"...

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  4. E daje con la Bigelow... Io l'ho detto e io l'ho anche spiegato... Il film invece, al di là del titolo fuorviante, volevo vederlo al cinema e non ci sono riuscita, peccato perché lo trovo intrigante. E magari la prossima volta commenterò dicendo che invece di dirigere come un uomo, ha il concept e il ragionamento di un uomo. :-P

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    1. Rimane un concetto in sé che proprio mi fa andare in bestia XD anche perché in campo artistico proprio non riesco a fare distinzioni.
      E' quella di molti, purtroppo come film è stato distribuito malissimo.

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