martedì 31 luglio 2018

Cold fish - Tsumetai nettaigyo



Nobuyuki Shamoto gestisce un negozio di pesci tropicali e conduce una vita poco lieta: si è da poco risposato con Taeko dopo la morte della moglie, ma sua figlia non ha mai preso bene la cosa, creando un clima familiare invivibile. Quando la figlia verrà beccata a taccheggiare in un negozio, in maniera del tutto casuale accorrerà in loro soccorso tal Yukio Murata, gestore di un negozio di pesci tropicali di successo e che prenderà sotto custodia la ragazza. Ma in realtà è l'inizio di un incubo...


Quando a inizio film compare la scritta Inspired by true events cominci già a farti un'idea del delirio che ti si può parare davanti agli occhi. Un po' perché spesso la realtà supera la fantasia, ma soprattutto perché se a manipolarla c'è Sion Sono, uno che è notoriamente fuori come un balcone, allora quella che vedrai sarà una realtà filtrata dalla sua personalissima poetica.
Che può piacere o meno, con quei deliri kitsch sempre volontari ed esasperati, ma sicuramente non è per tutti. Folle, visionario, respingente… Sono è uno che ha fatto dell'eccesso visivo e concettuale un marchio di fabbrica, ma è anche un fine sociologo che nella maniera meno scontata di tutte è riuscito a fornire dei ritratti spietati del proprio paese, il Giappone, che non è proprio la terra tutta moe e kawaii che molti jappominkia vogliono decantare dopo aver letto due manga.
Va da sé poi che questo Tsumetai nettaigyo è il film più canonico realizzato dal regista, il che dovrebbe essere un monito di avviso per chiunque abbia la malsana idea di addentrarsi nella cinematografia di questo strano pazzoide.

In sintesi, è Fantozzi fatto dai giapponesi.
Poi ti ricordi che Tozzi-fan esiste già...

Come in Suicide club, titolo cult che ha fatto conoscere il "buon" Sono in tutto il mondo, è proprio la società giapponese che è motivo di riesamina per tutta la durata - non indifferente, tra l'altro, due ore e venti minuti… - della pellicola, basandosi proprio su due personaggi che ne sono all'antitesi pur operando sullo stesso settore.
Sono entrambi dei commercianti.
Ambedue gestiscono un negozio di pesci tropicali.
Shamoto è mite, impettito come solo un giapponese può essere, timido, riservato, con quell'aria che da una parte ti fa venire una tenerezza assurda ma che poi alla lunga ti fa nascere anche la voglia di mollargli due sberle. E' un uomo buono, ma che la vita sembra averla subita su più versanti, specie in quel rapporto così disastroso con l'ingestibile figlia.
Murata invece è istrionico, manierista, esagitato e con una foga che travolge fin da subito la sventurata famiglia, uno che la vita sembra prenderla a morsi e facendo pure dei bocconi belli grossi. Non ha figli, cosa che sembra dargli una gran bella botta di libertà, ma ha invece una moglie bella oltre misura che sembra adorarlo e un negozio che nulla ha da spartire con quello di Shamoto.
Molto banalmente, è l'impietoso confronto fra un vincente e un perdente.
Ricordate tutto questo perché sarà molto importante per l'economia narrativa e tematica della pellicola.

"Salve, vorrei parlarle di Recensioni ribelli, il mio blog…"

Come avevo già avuto modo di dire, il Giappone è una terra strana. Non perché tutti hanno gli occhi sproporzionatamente grandi rispetto al viso e i capelli a punta multicolore, ma proprio per la rigidità di regole di cui è caratterizzata la sua società. Che è così efficiente che i capotreno si scusano coi passeggeri per il ritardo e la polizia va a tirare i gatti giù dagli alberi, senza contare la loro squadra che ai mondiali, dopo la delusione dei campi troppo corti e dei palloni che non si deformavano, ha lasciato un biglietto di ringraziamento negli spogliatoi, ma è altrettanto castrante sotto molteplici punti di vista - per dire, se vai a scuola coi capelli tinti o senza la divisa vieni espulso.
Non c'è da stupirsi che in una terra così inquadrata il concetto di vincente sia così sentito. Avete presente quegli shojo dove la ragazza si innamora del tizio che va bene nello studio e negli sport? 
Ecco, una roba simile.
Portate al limite una cosa e non viene da stupirsi che il numero di suicidi da quelle parti sia ancora altissimo e che molti studenti in crisi diventino degli hikikomori, fenomeno in preoccupante diffusione, tanto che hanno realizzato la serie anime Welcome to the NHK sul tema.
Portate la cosa ancora più al limite, fate incontrare due persone come Shamoto e Murata, ed ecco che avrete una vaga idea della catastrofe che può venirsi a creare.

"Amore, questa è l'ultima volta che mi fai mangiare al giapponese!"

Tsumetai nettaigyo non è un film perfetto e nemmeno uno dei migliori di Sono. Il suo sguardo smaliziato è presente in ogni inquadratura, così come il suo cinismo esistenziale, ma si porta dietro delle pecche non ignorabili. Dura troppo, perdendosi in diverse lungaggini, e il segreto di Murata è fin troppo prevedibile per chiunque abbia un minimo di immaginazione. Il che potrebbe far compiere delle analisi col fatto di cronaca che ne sta alla base, ma in merito sono riuscito a ricavare troppo poco e, francamente, me ne frega fino a una certa.
Quello che gli dà risalto è proprio l'evoluzione del suo protagonista, quel Shamoto a inizio film così permissivo e arrendevole, che piano piano comincia a diventare padrone della propria vita. Murata lo porta nel suo mondo di orrore e violenza, ma tutto quello, anche se inizialmente lo disgusta, fa breccia nell'animo di quel tizio un po' sfigatello che gestisce un altrettanto sfigato negozio di pesci. E mentre la sua odissea personale va avanti, ecco che altri temi risaltano proprio da Murata: colpe dei padri che ricadono sui figli, voglia di libertà che il suo status da vincente non sembra dargli realmente, una necessità di andare sempre oltre… nulla è come sembrava inizialmente e tutti sembrano essere rovinati dalla loro stessa vita, da quell'ideale che sembravano rappresentare.
Non esistono vincenti in questo film. Siamo tutti dei grandi perdenti e chi riesce ad avere un minimo di controllo sulla propria esistenza ha dovuto barattarlo con la propria umanità. Provate a guardare Shamoto a inizio film e poi verso la fine, un cambiamento che rende solo lode all'attore che lo interpreta.

"Me llamo Nobuyuki Shamoto, you killed my fish, prepare to die!"

L'ultima mezz'ora verrà dominata da un crescendo di follia e violenza che fa quasi impallidire quanto visto prima e segna la totale metamorfosi del mite protagonista. Qualcosa di così estremo che a tratti si fa addirittura insostenibile, tanto è il carico emotivo che tutta quella carneficina, spesso gratuita ma mai inutile, sembra portarsi dietro. Shamoto non esiste più, al suo posto c'è uno strano animale che però non sembra più godere della propria vittoria, un qualcosa a cui non è rimasto più nulla.
Ed è lì che Sono sorprende.
Quando tutto quello che sembrava essere stato detto è compiuto, ecco che il regista nipponico spiazza con un ultimo fendente, con quel confronto finale fra i due estremi che hanno dato inizio al racconto e quella morale che non lascia speranza alcuna. E dopo questa, un'ultima coltellata nel fianco, qualcosa di assurdo, ironico e totalmente sfacciato, che mostra da solo tutta l'ingiustizia di un mondo che sembra schiacciare con tutto se stesso chi non ha abbastanza forza di reagire.
Nonostante il proprio tentativo di rivalsa, Shamoto ha perso.
Proprio lui, che forse non lo meritava.
Così come forse Murata non meritava certe cose del proprio passato.
Proprio Shamoto, che oltre ai pesci tropicali amava le stelle e sognava di poterle guardare al planetario insieme alla nuova famiglia che era riuscito a ricreare, felice di stare con loro, felice di amarli e di essere amato a sua volta.
Ma la felicità non fa parte di questo mondo, sembra dire Sono. Solo le persone cattive sanno essere felici, o chi sa adeguarsi alle dure leggi dell'esistenza.

Un quarto di manzo è per sempre.

Un altro calcio nei denti dal paese del Sol Levante servitoci da uno dei suoi artisti più folli e anarchici. L'unica certezza è che Sion Sono fa sempre roba buona, così come quella che deve (probabilmente) calarsi per partorire certe bellissime follie.
Ma finché riesce a restituirci un simile sguardo del e sul mondo, ben vengano anche i pazzi come lui.





4 commenti:

  1. Uno dei miei compari, guru del cinema orientale, da tempo me lo consiglia accostandolo a “Cane di paglia”, quello vero non quella cagata di remake. Da allora sono curioso, perciò ti ho letto a balzelloni perché dovrò proprio decidermi a recuperarlo, ho visto troppi pochi film di Sion Sono, anche se quelli che ho visto mi sono piaciuti ;-) Cheers

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    1. Ma donna che altor filmone hai tirato fuori! - e che brutto remake mi hai fatto ricordare…

      Come scritto, questo è il suo più ordinario. E il film più ordinario di Sono è il più folle che il regista medio può concepire, non so se mi spiego…

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  2. Ancora Sion Sono, aggiungo anche questo bizzarro film al suo curriculum da vedere quindi ;)

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    1. Fai benissimo! Anzi, per i motivi che ho scritto nella recensione e nel commento sopra, questo è un ottimo "compromesso" per iniziare la sua filmografia :D

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U