venerdì 17 agosto 2018

El bar



Un'umanità disparata si ritrova all'interno di una tavola calda per fare colazione quando, d'improvviso, assiste al cecchinaggio di un avventore che stava uscendo e di quello che tempestivamente corre a soccorrerlo. Partono così una serie di ipotesi sul movente, complotti e alleanze, mentre all'esterno la situazione si fa sempre più complessa...


Incredibile come Netflix ogni tanto nel suo catalogo offra pellicole meno convenzionali del solito perché, forse per una forma di pregiudizio, mai mi sarei aspettato di trovare un film come El bar nella sezione "cinema". Perché, diciamolo tranquillamente, visti i risultati al botteghino che hanno fatto gli altri lavori del regista sembra incredibile che abbiano deciso ancora di distribuire in Italia un film come questo. Anzi, sembra quasi incredibile che in Italia ci sia gente che conosca Álex de la Iglesia, perché sulla carta i film sono distribuiti e doppiati ma, dopo aver fatto discorrere più o meno ovunque, qui saranno uscito più o meno in dieci sale.
Un film però che, al di là dell'effettiva riuscita, compie un discorso nel quale mi sono sentito molto, in un periodo storico che ritengo molto brutto e dove il concetto di umanità viene sempre meno.
Ma il cinema spagnolo è quasi sempre stato un po' così, servendosi soprattutto di un'ottica decisa a stravolgere attraverso un'ironia estremamente cinica la condizione umana, impregnandola di quel black humor che per noi magari può risultare quasi respingente ma che dalle loro parti pare essere la normalità - insieme agli exploit di pessimo gusto del Commissario Torrente.

Foto di gruppo

Ironicamente un film come El bar può essere proprio il compromesso ideale per conoscere un simpaticone come Álex de la Iglesia, uno che sicuramente il più delle volte fa roba buona, molto probabilmente come quella che si cala perché, diciamolo senza francesismi di sorta, è proprio fuori come un balcone. Credo che il nostro de la Iglesia sia proprio l'esasperazione del concetto di cinema stesso spagnolo, quello che l'ha portato all'eccesso con pellicole decisamente molto punk, dal sottotesto politico quasi sempre presente se non accennato, decise a scuotere e, soprattutto, divertite.
Il fatto che certe volte si diverta solo lui è un altro discorso.
Non mi stupisce che a molti vada di traverso, così come non mi sono stupito nel sentire gente che ha iniziato la visione di questo film a mente vergine definendolo poi a fine visione "fuori di testa". Beh, fuori di testa lo è per davvero, ma nei canoni del nostro è addirittura sottotono. Quindi se già con questo capite che non fa per voi, allora tanto meglio salutarsi fin da subito e amici come prima.
Per chi vorrà proseguire, lasciatemi dire che a questo giro, per quanto mi piacciano le giostre che il buon Alex costruisce, l'attrazione mi è piaciuta più del divertimento che sa offrire. Che poi non so quanto ci si possa effettivamente divertire coi suoi film, dato il macabrume del suo umorismo, ma ci siamo capiti.

Per un attimo mi è sembravo di vedere Toni Servillo in Loro.

La farò breve: il film non mi ha fatto impazzire.
Se preso come un divertissment a sé stante di certo non è tempo buttato. De la Iglesia non è uno sprovveduto, rimane sempre un tecnico eccezionale - basta il piano sequenza iniziale che ci mostra tutti i personaggi, una gestione del ritmo e degli spazi esterni davvero magnifica - e manco stavolta giunge a compromessi, regalandoci il suo stile fatto di eccesso, grottesco, disagio ed effetti secondari di un sabato sera nella saletta-vip del Miami Beach.
Se si vuole andare un po' più a fondo però sarà impossibile non notare che non tutto quadra come dovrebbe, che il film ha dei piccoli problemini e un discorso alla base abbastanza scontato, così come la frase di lancio internazionale. Perché forse la paura ti mostra per quello che sei realmente, ma il film, pur trattando della paura, abbraccia così tante direzioni che fanno pesare particolarmente la debolezza di alcuni passaggi.
E il continuo cambio di registro, con questa commedia che sfocia più volte nell'horror, per diventare poi film di contagio, infine thriller e anche revenge movie, alla lunga sembra quasi uno specchietto per le allodole per nascondere una debolezza di base. Come quando vai a una festa e ti dicono: non ci sono tipe, ma almeno abbiamo birra a fiumi.

"Recensioni ribelli… ma che è stammerda?"
"Non è che quello che hanno freddato era il gestore del blog?"

Penso sempre che in una storia che si rispetti la trama arrivi quasi a essere secondaria se sono i personaggi a parlare. Qui ne abbiamo otto, rinchiusi in uno spazio ristretto, con tutti i problemi del caso. Dare lo spazio necessario a tutti è difficile, se poi li tagli col machete e li rendi delle macchiette allora la cosa a tratti diventa imbarazzante, specie se per esigenza di scrittura alcuni vengono fatti fuori in una maniera che non fa concludere nessun discorso.
De la Iglesia prende un'umanità media variegata, di estrazione sociale differente e fa in modo di coinvolgerla in un gioco al massacro che prevede un tutti contro tutti. Operazione che si intuisce fin da subito - per esperienza, la convivenza forzata alla lunga logora, se poi ci sono di mezzo ansia e timori allora patapum! - ma che alla lunga mostra diversi segni di squilibrio ritmico, specie quando è necessario allungare il minutaggio per arrivare a una durata canonica, dove dieci minuti in meno sarebbero bastati comunque. Però la sinergia che riesce a creare con l'ultimo gruppo rimanente è davvero incredibile e proprio alcuni personaggi che rimangono ai margini riservano alcune sorprese niente male, anche se purtroppo non portate fino al limite come tutto il resto sembrerebbe suggerire.
Perché sì, c'è sempre quel modo di fare ai limiti, ma si ha la perenne impressione di una persona che ha del potenziale ma per qualche motivo cerca di strafare nel modo sbagliato.

"Lo vedi?"
"Cosa?"
"STO...!"

Non è un discorso che faccio (solo) come affezionato al regista spagnolo, ma proprio un'impressione che questo film lascia addosso. Perché tutti gli entusiasmi nati intorno allo j'accuse politico del film non mi sono proprio sentito di appoggiarli, anzi, è forse il discorso più blando e populista dell'insieme e trattato veramente all'acqua di rose. E che si dica che lo stato non ci pensa due volte ad ammazzare degli innocenti per i suoi porci comodi non mi sembra proprio il massimo dell'innovazione.
C'è sempre quel discorso sui personaggi troppo stilizzati, tutti con una bella peculiarità, ma che purtroppo a causa di troppo poco spazio a disposizione viene solo trattata superficialmente. E il discorso sul fascismo e sui residui di una certa visione franchista, proprio nell'ottica che poi si andrà ad esplorare, potevano essere molto più utili di tanto altro.
Risulta più interessante (e salvabile) di tutti il personaggio del barbone, uno che si presenta per come è e che nella sua visione non giunge a compromessi, diventando poi solo il riflesso della proiezione che gli altri hanno di lui e regalandoci il delirio finale nelle fogne.
Ma è sempre troppo poco. A livello visivo tutto resta sempre squallido, grottesco e malsano, ma a livello morale c'è sempre qualcosa che sembra frenare la mano del regista quando sono i partecipanti al gioco del massacro a dover partecipare e non a subire.

Comunque, cara Blanca, le pubblicità di Intimissimi me le ricordavo diverse.

Basti pensare che, senza fare spoiler, il tutto finisce con una sorta di redenzione, relegando il ruolo di angelo salvatore proprio alla bellezza di Banca Suàrez, ex modella di Intimissimi che aveva debuttato nel La piel que abito di Pedro Almodovar. E strano a dirsi, è proprio quel moto di speranza finale che sembra cozzare incredibilmente, risultando nelle dinamiche borghese alla pari di tutto quello che vuole denunciare nei minuti che l'hanno preceduto, come un limite auto-imposto all'anarchia che ha da sempre caratterizzato il proprio lavoro.
El bar alla fine è una bomba a orologeria che non esplode mai del tutto e pure con qualche difetto di fabbrica, che fa venire le bizze nei momenti meno opportuni, creando diversi problemi di raccordo nel complesso. Non brutto e nemmeno inutile, quanto non del tutto riuscito.
Come un centometrista che a pochi metri dalla fine sente il peso dell'età e il fiato venirgli meno.
Non una colpa, ma con un soggetto simile si poteva fare molto di più.
E con poco.
Alla fine ci è rimasto un film provocatorio che però non provoca quanto vorrebbe, ma che almeno si fa guardare bene e, se ci si allinea sulla stessa lunghezza d'onda dell'autore, diverte pure. Poco male, in fondo.

"Fai il cinema d'autore, dicevano… sarà tutto semplice, dicevano…"

Come già detto, il titolo ideale per vedere se uno come il nostro può fare per voi. Ma se i problemi iniziano già da qui, allora meglio astenersi deboli di stomaco.





4 commenti:

  1. A me il cinema di De La Iglesia non dispiace e quindi vedrò certamente questo, un film parecchio interessante ;)

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    1. Se non ti dispiace allora vai tranquillo, anche se non con molte aspettative.

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  2. Regista che mi piace parecchio - La Comunidad, bellissimo - però questa volta, nonostante l'accattivante idea di base, alla fine si è perso in un mare di confusione e violenza insensata. Peccato.

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    1. Un poco, davvero. Il che non lo rende un brutto film, ma da uno come lui è lecito aspettarsi qualcosina in più...

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