lunedì 6 agosto 2018

Morgenrøde - Dawn



In un mondo post-apocalittico, dove la gran parte delle sorgenti d'acqua sono inquinate e una nuova era glaciale si sta diffondendo, vaga un pellegrino. Durante il proprio viaggio incontrerà un altro uomo, l'unico sopravvissuto insieme a lui...


Lo ammetto, in origine sono stato portato a questo film perché Morgenrøde è il titolo di una canzone di Burzum e il passato metal non se ne va via manco nelle condizioni più marce, anzi, riaffiora nei momenti più inaspettati per darti dei flashback che ti portano via tutta una sera a cazzeggiare. In più ci si mettono anche i logaritmi internettiani e per una serie di ovvie collocazioni di idee ti ritrovi a dover avere a che fare con l'omonimia.
Non conoscevo questo film norvegese datato 2014 e cercando per l'internetto le recensioni italiane si possono contare sulle dita di mezza mano. Abbiamo quindi a che fare con materiale raro, semi-sconosciuto qui da noi, nonostante diversi riconoscimenti raccattati per mezzo mondo e un attore proveniente direttamente da Dead snow 2, che forse meriterebbe uno sguardo più attento ed esperto di quello del sottoscritto.
Ma è anche un film che non si limita ad essere visto distrattamente, una pellicola destinata a raccogliere pareri opposti e, solo per questo, al di là di ogni (più che legittimo!) giudizio personale, meritevole di essere vista e discussa.

Il costumista è un cosplayer di Star Wars...

Morgenrøde è una pellicola che ha fatto del minimalismo un marchio di fabbrica. Non solo conta unicamente due attori, ma è stato scritto, diretto, montato e fotografato da tal Anders Elsrud Hultgreen (salute!), reduce da un cortometraggio che potrebbe essere perfettamente attaccato a questo suo strano film. Leggenda vuole che il regista tuttofare si sia anche occupato del catering, storia vera, e che nei titoli di coda vengano aggiunti solo altri tre nomi per gli effetti sonori, la musica e i costumi.
Siamo nel settore "tante idee e pochi mezzi", ma non si capisce se questo è stato tutto un fare di necessità virtù oppure una scelta ben ponderata per questo film ostico, una di quelle pellicole tanto respingenti e consce di esserlo che se state uscendo con qualcuno che tende ad atteggiamenti vagamente hipster, segnatevi il titolo con tanto di ø perché quasi sicuramente finite per cuccare di brutto.
Occhio a non dire Dawn perché quello è il titolo per il lancio internazionale.
Che alla fine, entrambi i titoli sono due traduzioni perfette, perché questo è un film composto di albe che verranno, ma albe senza luce e dove il pessimismo nichilista la fa da padrone in tutto e per tutto. Tutte cose che fanno pensare che questo "Hultgreen-spacca!" non sia proprio un allegrone. Ma diciamolo pure, anche io che mi metto a guardare un film simile non scherzo molto.
E infatti di albe se ne vedono diverse. Ma sarà proprio l'ultima a contare più di tutte, stravolgendo il concetto metaforico stesso e dando la chiave di lettura del film che, diciamolo, per un pochetto si perde insieme ai suoi protagonisti.

#Acqua azzurra / parapapapa / acqua chiara / parapapapa #

Dura poco più di un'ora… ma arrivare fino alla fine è ardua.
Ritmo lento e trascinato, ergo se con i film che non brillano per ritmo avete dei problemi, statene alla larga. Io stesso non mi faccio particolari problemi con i film "lenti" - sarà perché sono in linea col mio metabolismo, o almeno, una mia professoressa diceva così - ma qui ho avuto dei particolari problemi pure io. E lo so che bollare come noioso qualcosa è un atto che farebbe meritare la gogna nella pubblica piazza di quelli che parlano di film, ma davvero, in certi momenti arrivavo persino a chiedermi se certe sequenze, che si limitavano a un mero vagare in questo deserto, non fossero state messe solo per allungare il brodo.
Anche se il tutto è abbastanza affascinante.
Le scenografie così sporche, quella fotografia che sembra bianco e nero ma invece è tutto virato verso il seppia-bluastro, i vestiti sporchi e quei rituali che sono un misto fra il nostro cristianesimo e qualcosa di esotico-esoterico... insieme a quella gestione minimalista delle cose, beh, personalmente mi hanno colpito molto. Senza contare che ho sempre amato l'effetto casereccio, quando non è sinonimo di incuria o incompetenza.
Qui si possono vedere diversi rimandi al non-più-recente Valhalla rising di Refn, sopra ogni cosa il rimando alla fede, tema che non stanca mai di scaldare gli animi. Manca però una certa perizia tecnica - il film di Nicoletto aveva comunque uno staff mooooolto più nutrito, non solo per il catering - e una gestione del racconto, che qui a tratti sembra davvero assente. Non che sia qualcosa per cui dargli necessariamente contro, ma a compensare ho trovato poco, diciamo.

Non lo nascondo, in poco più di un'ora vi capiteranno diverse penniche...

"A-E-I-O-U-Hultgreen!" lavora unicamente di sottrazione, gestendo il racconto principalmente di cose non dette. Non sapremo mai il nome dei due protagonisti, non sapremo mai cos'è successo al mondo e non avremo mai una visione specifica delle leggi che ormai lo governano. Sappiamo solo che ci sono quei due uomini e basta, tutto il resto è straniamento e disorientamento.
E' disorientamento anche tutto quello che li guida, perché opposte sono le due visioni del mondo che hanno. Se il più giovane è un uomo di fede, il secondo è un uomo di sospetto. Sono i due contraltari di un mondo in rovina, quello che trova l'unica consolazione nella fede e colui che trova la sicurezza solo in ciò che può verificare col proprio tocco, con la razionalità, pertanto ecco perché lo seguiva e ha voluto pedinarlo in tutto e per tutto.
Il regista enfatizza tutto questo non solo con la fotografia, che sembra aver dimenticato il colore, ma con inquadrature sbilenche che spesso deformano il senso stesso del paesaggio o dei dislivelli del terreno, tenendo per mano la confusione mentale che accompagna il suo stesso protagonista iniziale. In mezzo a tutto questo, diverse albe.
Tra ogni alba, quel sogno del pellegrino.
Tra ogni alba, io che mi domandavo se questa era una scelta stilistica azzeccata oppure un non saper più che pesci andare a pigliare per cercare di dare carattere a un film che alla lunga viva quasi unicamente di un proprio psichedelismo (che è sempre sottrattivo, eh) e di un montaggio a tratti abbastanza assassino.

"Aho', ma lo hai acceso il tomtom?"
"Fidete de me, so' guida turistica, io…"

Sono sempre stato convinto che il fascino, così come la raffinatezza, se troppo ostentati o presenti in maniera eccessiva diventino a lungo andare una nuova forma di volgarità. Così come le vite più assurde spesso sono anche le più vuote, e quelle apparentemente più banali invece hanno dentro di loro delle sfumature di sentimenti più difficili da cogliere, ma presenti in maniera più viva e in certi casi anche più distruttiva.
Un film come Morgenrøde gioca con lo spettatore, ma quello che fa è un gioco abbastanza pericoloso. Perché per quanto i mezzi siano pochi, riuscire a gestir così pochi elementi senza diventare ridondante diventa davvero difficile. Alcuni sono soliti dire che troppe cose in una sola storia creano la vera difficoltà, io invece dico che sono due tipi di complicazioni diversi e che presentano problematiche opposte. Hultgreen suggerisce di continuo, non è mai esplicito, ma è difficile dare un senso compiuto alle sue riflessioni su fede, scetticismo e fine del mondo, così come dare una vera e propria compattezza al film. Questioni abbastanza superficiali in base ai temi che il regista svedese va a toccare, ma per me pure quelli hanno una loro importanza.
Pure un libro deve avere una sua compattezza, al di là delle belle frasi. Sennò andavi a fare un volume di aforismi.
sappiamo che il pellegrino crede. Sappiamo che l'uomo che lo segue è guidato dallo scetticismo. Vediamo quelle pietre, quel non detto, quell'indizio verso la fine che mette dei dubbi su un kinghiano "mondo che è andato avanti" e quel confronto conclusivo che instillerà altri dubbi. Personalmente, però, ci ho visto poca coesione, nonostante dei momenti molto alti che da soli valgono la visione.

"Ozymandias… is that you?"

Ci sarà quell'affacciarsi al divino, quelle risposte che arrivano, mai dette, che però non sono quelle che ci aspettavamo. Ma personalmente, a me questo non è bastato.
Morgenrøde è un'alba che anziché nuova vita porta una nuova morte, il tassello definitivo su un mondo che ha perso il contatto col prossimo e con se stesso. Non per forza un film non riuscito, ma una pellicola che gioca con la sensibilità dello spettatore. Forse sono troppo pane e salame per poterlo apprezzare interamente, ma la mia metà coi piedi a terra non è riuscita a provare empatia con la breve odissea dei due morituri.
Non un film brutto, ma qualcosa che può portare a una discussione puramente soggettiva. Anche questo, nel suo piccolo, è un merito. Anche questo è un motivo per dargli una chance.





4 commenti:

  1. Mi sembra un titolo che ha dentro tanti elementi che potrei apprezzare, vediamo se riesco a scovarlo da qualche parte per dargli una possibilità. Cheers!

    RispondiElimina
  2. Stavolta credo che passerò, anche perché non c'é niente che mi intriga davvero in questo film ;)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Credo proprio che non rientri nei tuoi gusti ^^' comunque dagli una chance, magari ti piace. E fa sempre bene vedere qualcosa di poco conosciuto :)

      Elimina

Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U