lunedì 3 settembre 2018

Ida



Polonia, primi anni Sessanta. Anna è una giovane orfana che vive in un convento e sta per prendere i voti. Prima della cerimonia di iniziazione, però, la Madre Superiora insiste perché la ragazza si rechi a Varsavia a conoscere Wanda Gruz, sua zia e unica parente che le rimane. Una volta incontratesi, la zia Wanda le rivela che lei in realtà è ebrea e che il suo nome è Ida Lebenstein. Insieme partono quindi alla ricerca della tomba dei suoi genitori...


Chi mi conosce sa bene che ho un rapporto abbastanza ondivago con la fede, per questo ho scelto di essere agnostico; sempre chi mi conosce, sa bene anche che non vedo di buonissimo occhio nemmeno le istituzioni e che quindi preferisco professarmi apolitico, pur seguendo gli sviluppi del mio paese e andando a votare tutte le volte che posso, sempre con le idee ben chiare.
Tutte cose alle quali ho pensato durante la visione di questo Ida, recuperone delle passate stagioni che ho potuto fare per l'ennesima volta grazie a Netflix - a 'sto punto credo che molti comincino a pensare che questo blog sia diventata una marchettata a favore della piattaforma - e del quale avevo sentito parlare con un certo, per quanto ristretto, entusiasmo negli anni passati. Del resto se vinci l'Oscar come miglior film straniero non devi essere per forza tutto pizza e fichi e di cose da dire, in effetti, ce ne sono diverse. Se poi in mezzo arrivano a mischiarsi anche i due punti di cui sopra, allora siamo sicuro che non si sta assistendo a una visione da poco, ma a una che potrebbe essere ben condizionata dal modo che abbiamo di rapportarci a quei due temi così particolari.

"Questo pupazzo di neve è riuscito davvero bene!"

Paweł Pawlikowski firma qui la sua quinta opera e ritorna alla sua terra d'origine, la Polonia, ambientandolo nel suo passato prossimo e tracciando dei temi che seguono i fatti che hanno scritto le pagine della storia moderna. Per quanto siano passati anni, il nazismo e i frutti del suo operato sono ancora oggi in grado di scuotere fortemente l'opinione pubblica, forte anche del fatto che viviamo in un periodo (non solo qui in Italia…) che sembra fortemente ricordarlo e, cosa ancora peggiore, rimpiangerlo.
Perché è il nazismo a rimanere sottotraccia per tutta la durata del film, o almeno fino a che Anna/Ida non scopre la verità sul suo passato, rendendo il film molto più politico di quello che potrebbe sembrare. Perché Pawlikowski mischia le carte in tavola e il suo intento non è (solo) fare un film sugli orrori del passato e della guerra, ma circoscriverli nell'ottica di un racconto che parla della scoperta di sé di una giovane donna combattuta da fra due scelte, una spirituale e l'altra terrena, un "coming of age on the road" atipico sia negli intenti che nel formato.
Perché se il bianco e nero (davvero molto bello!) e il taglio dell'inquadratura, personalmente, li ho trovati una mezza ruffianata, molto meno banali sono invece tutti gli elementi di contorno che accompagnano la narrazione. Che di certo non è delle più movimentate e fanno sembrare anche gli ottanta minuti di durata, classico del regista polacco, decisamente molto più di quello che sono.

"Zia... dovessi farti suora, che nome sceglieresti?"
"Suor-presa."

Appurata la mancanza dei sottotitoli in tedesco, nonostante tutto, va detto che Ida gioca con gli stilemi tipici di queste storie e con questa tipologia di film.
Perché innanzitutto, oltre che della storia di un paese, il film parla soprattutto di una donna e delle sue scelte di vita. Scelte che inevitabilmente vengono messe in discussione con la contrapposizione fra un modo d'essere e il suo contrario, con quella zia Wanda che tutto può dirsi tranne che una santa, forse il personaggio che in tutti quei detti e non detti ho sentito più vicino a me.
Va detto che ambo le attrici sono davvero brave, persino l'esordiente Agata Trzebuchowska (salute!), e la loro alchimia sullo schermo si sente in maniera particolare soprattutto nel modo in cui sanno riempire i (molti) silenzi della pellicola. E' il confronto, assolutamente non impietoso e mai messo a paragone, fra due donne che hanno avuto vite ed educazioni diametralmente opposte, con Anna che sa rispettare i dogmi anche andando contro alla propria sessualità e Wanda che a una vita sfrenata e di eccessi ha affiancato una rassegnazione quasi assoluta.
Pawlikowski segue le due donne nel loro viaggio, sempre stando a debita distanza ma anche guardandole da vicino, appena appena, senza mai essere troppo invadente. Tanto c'è un intero contesto che parla per loro.

"Ida, non è così che funziona la storia della benzina…"

Perché Anna e Wanda si muovono nella Polonia del dopoguerra, lo stesso paese nella cui capitale è stato costruito uno dei più grandi ghetti ebrei della storia e anche uno dei più tristemente famosi, un paese che subì l'invasione tedesca e che durante la Seconda Guerra Mondiale perse il maggior numero di cittadini in tutta Europa ma, soprattutto, un paese che alla fine della Guerra dovette sottostare a un altro tipo di dittatura, quella comunista.
E' in questo che affiora il passato di Wanda, un magistrato che oltre a un passato nella resistenza ha pure quello come accusatrice di crimini di guerra e che, stando ad alcune voci appena accennate, provò molto gusto nel mandare a morte diverse persone. C'è un intero paese che preme sulla vita delle persone sia prima che dopo gli orrori più famosi della storia e ci sono i fatti della vita che rendono i giorni ancora più duri da sopportare. Il frutto, spesso anche disastrato, del nostro presente non è altro che il germogliare di come abbiamo metabolizzato il nostro passato.
Ed è qui che il paragone con la nipote si fa contrasto, fra quella ragazza che di vita ha sperimentato così poco ("Fai mai pensieri impuri?" "A volte…") e quella donne che ha provato l'inimmaginabile ma ne è rimasta schiacciata.

"Una benedizione va bene come vaccinazione o meglio l'autocertificazione?"

Pawlikowski non dice nulla di nuovo, in fondo. I temi che porta alla luce sono già stati detti molte altre volte e, non facciamo gli ipocriti, il ritmo complessivo favorisce le penniche in una maniera incredibile. Si tratta di un film lento e che magari riesce anche a pesare persino su quelli a cui la lentezza non crea solitamente dei problemi - presente! - ma è proprio il modo in cui i suoi due personaggi evolvono che lo valorizza più di ogni altro, pur restando un film con degli innegabili limiti tematici e in grado di suscitare interesse.
E' innanzitutto la storia di due donne. La storia di una vita fatta di scelte, compromessi e di sacrifici, sempre a braccetto con la Storia con la S maiuscola. Ma oltre alle due protagoniste sono anche i comprimari a dire la loro, in quella strana ricerca.
Sono le poche figure che incontrano nel loro viaggio che dicono molto più di un paese dell'animo umano in generale. Sembrerebbe una ricerca costante del male, per essere continuamente smentiti. Perché il male esiste, è stato attraversato, ma le persone lo hanno attraversato, ci sono passate in mezzo e non e sono uscite come prima. Ci sono gli strascichi delle scelte, il bussare dei rimorsi e il modo di affrontare la vita. Ma sta proprio lì il senso di tutto: affrontare sapendo a cosa si va incontro, magari anche soffrendo.

Senza l'acqua non c'è la vita, ma senza vino non si fa festa!
- cit.

Chiunque in questo film ha fatto una scelta. C'è chi durante la guerra aveva deciso di tenere nascosti gli ebrei, chi si era schierato con la resistenza e chi per il bene della propria famiglia ha dovuto vendere la propria anima. Ma non ci sono dei veri cattivi, nei volti di chi si incontra. Solo i solchi lasciati dal passaggio degli eventi.
Ida fa così da contraltare sociologico e storico, senza però essere incisivo come vorrebbe. Tante buone idee in mezzo a tanti altri temi già rodati e non espressi in maniera nuova, e viene da chiedersi se forse l'Oscar come miglior film straniero non lo meritasse l'altrettanto lento ma più interessante e strutturato Leviathan.





6 commenti:

  1. Film dalla fotografia di una bellezza indicibile ma che, lato tecnico a parte, purtroppo non ricordo proprio. Lo dicevo, e non senza dispiacermene, l'altro giorno incrociandolo in TV. Sarà che era così discreto e delicato da risultarmi, lì per lì, freddo. Aspetto con curiosità, comunque, il nuovo di Pawlikowski: pare sia un grande ritorno.

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    1. Stessa impressione. Sono curioso di vedere quanto ricorderò da qui a 8un anno senza rivederlo.

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  2. Non ho visto Leviathan, lo farò forse prossimamente, tuttavia resto dell'idea che il premio l'abbia meritato, certo, per i miei gusti è abbastanza lento e credevo non mi sarebbe piaciuto, ma la fotografia, le attrici e tutto il resto è di livello, e quindi oggettivamente gran film ;)

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    1. Le attrici sono straordinarie, se pensi che la protagonista poi è praticamente esordiente...

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  3. A mio parere rimane un film di un'eleganza formale unica. Si è vero i contenuti a volte scarseggiano, ma se cinema è anche riconoscimento dell'immagine qui siamo ai massimi livelli. Dello stesso autore un altro film di pura "rappresentazione formale" è il recente Cold war. Qui, ancora di più, contenuti ed emozioni sono sostanzialmente assenti ma rimane una indiscutibile scuola di fotografia.
    Un saluto a tutti

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    1. "Cold war" manca ancora, sarà uno dei recuperi che farò quando avrò un po' più di controllo sulla mia vita ^^' per il resto, grossomodo la penso come te, ma spesso anche l'eleganza formale può essere essa stessa veicolo per un messaggio/contenuto. Diciamo che io amo quando le due cose combaciano o vanno a braccetto… ma anche qui, è "eleganza" o sensibilità personale ;)

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