venerdì 21 settembre 2018

L'immortale - Blade of the immortal




Manji è un abile spadaccino sul quale è caduta una taglia dopo che ha ucciso il suo signore e tutti i suoi emissari, fra i quali stava anche il marito della sorella che, per il dolore, è impazzita. Un giorno, dopo un terribile scontro con dei cacciatori di taglie, sua sorella viene uccisa e lui ferito mortalmente, ma una maga vagabonda immette nel suo corpo delle sanguisughe sacre che lo rendono immortale. I suoi servigi saranno richiesti settant'anni dopo da una ragazzina che vuole vendicare la sua famiglia trucidata...


Il bello di Netflix è che ha trasformato il pubblico di nicchia nel pubblico mainstream. Mentre però i più continuano a discutere su quanto la piattaforma del momento sia il male assoluto del cinema o meno, mi limito a sottolineare qualcosa che ha reso concordi sia i detrattori che i più talebani degli entusiasti: per quanto le serie tv rimangano il top, sui film deve ancora mangiarne parecchie di bistecche.
La strategia quindi da almeno un annetto a questa parte è stata molto semplice: commissionare a registi affermati o sulla cresta dell'onda dei lavori. Quindi, dopo l'acquisto in extremis di Annientamento di Garland, ecco che al codazzo si è aggiunta gente come Adam Wingard, Bong Joon-ho, Angelina Jolie, Mike Flanagan e David Ayer. In più, mi si dice che The irishman di Martin Scorsese approderà proprio lì l'anno prossimo.
Certo, non proprio i primi stronzi che passano, ma a parte alcuni spiragli nella nebbia i risultati non sono stati proprio eclatanti, lasciando in sospeso la questione. In tutto questo, però, non mi sarei mai aspettato di vedere comparire fra le offerte originali proprio il nome di Takashi Miike, che per l'occasione ha firmato proprio con la piattaforma il suo centesimo film in ventisei anni di carriera - per poi superare con altri due titoli il primato.
E quando Miike dirige, sappiamo tutti cosa vuol dire...

Il bello è che è iniziato da manco dieci minuti...

Per festeggiare questo primato il nostro Miike si ispira a un manga (ma guarda, giapponesi e manga...), cosa che gli ha permesso di realizzare uno dei suoi passati capolavori, e si ispira all'omonimo Mugen no jūnin di Hiroaki Samura, pubblicato anche da noi in Italia col titolo L'immortale.
Si tratta di un seinen storico con degli innesti fantastici, con numerosi momenti violenti e gore, quindi il nostro amato regista con poco tempo libero è proprio nel suo ambiente. Quello che stupisce fin dai primi minuti infatti è come la piattaforma non abbia deciso di limitare lo stile del regista nipponico che, come ben sappiamo, non è proprio "per tutti" in termini di sopportazione. Al di là di quello che può essere ogni eventuale parere in merito sulla riuscita del film, questo è al 100% un film di Takashi Miike, il che possiede tutti i pro e i contro della cosa.
Passando al film…
Diciamo, per pararci le chiappette, che non avevamo chissà quali aspettative. Anzi, aggiungo che quando un regista diventa troppo prolifico o supera il momento "di punta" della carriera, raramente ho aspettative troppo elevate. Vedere un film di Miike ormai è come andare a trovare un vecchio amico: magari ti annoi, la serata non è nulla di che, ma ogni tanto succede qualcosa che ti fa ricordare perché la vostra amicizia è nata.

Che film sui samurai sarebbe senza gli shuriken giganti?

Trasporre un'opera da un media differente è sempre un problema. Se poi devi fare il passaggio dal fumetto al cinema le cose diventano ancora più complicate perché i due media condividono il lato visivo, ma su due fronte diversi - il primo comunica con lo spazio, il secondo col tempo. Aggiungiamo poi che l'opera di Samura si evolveva per un ciclo di trenta tankobon e riassumere il tutto in un film dalla durata canonica che ne conservasse i momenti chiave non era cosa semplice, ma se gli è riuscito di fare una cosa come Ichi the killer allora nulla è impossibile.
Blade of the immortal è quindi un film che fa dei bei salti in alto ma che poi zoppica notevolmente quando è costretto ad atterrare, attraversato da diversi problemi che Miike cerca sempre di raggirare con la sua classe ma che purtroppo inficiano e non poco sul risultato finale.
A cominciare dalla durata.
Che davvero, due ore e venti per 'sta roba sono anche troppe.
Per non parlare poi delle solite problematiche che subentrano quando troppo generi iniziano a collimare fra loro, cosa che in passato il regista ha saputo gestire in maniera egregia ma che qui invece mischia in maniera abbastanza pastrocchiata e fra fantasy, cappa e spada e storicità, soprattutto il primo viene inserito un poco a minchia canina quando fa più comodo, mentre poteva essere un'ottima sottotraccia.

"Manji… che posto è questo?
"E' Lucca Comics."

Miike con la macchina da presa non perde mai lo smalto, anche dopo tutti questi anni di attività e titoli firmati. Instancabile e sempre fedele a sé stesso, quando è l'azione, insieme ai suoi elementi caratteristici, a parlare, il film fila che è una meraviglia. Basterebbe il prologo in bianco e nero a far capire le abilità del nostro, ma purtroppo quando la storia comincia a intraprendere una certa articolazione inizia a mostrare tutti i suoi lati più deboli che una maggiore asciuttezza avrebbe ovviato.
La riflessione sull'immortalità purtroppo è vecchia da quando Anne Rice l'ha sdoganata coi suoi vampiri mestruati e anche i numerosi commenti in merito all'interno della pellicola lasciano il tempo che trovano, tanto che quello che doveva essere il tema portante diventa in secondo piano rispetto a un altro: quello dell'unità. No, non il giornale dei vecchi comunisti, ma quella che lega due persone, ciò che i giapponesi chiamerebbero "il filo rosso".
Perché in mezzo a tutti quegli scontri, è proprio il rapporto che lega Manji alla ragazzina (che guarda caso, gli ricorda la sorella morta) a dare nuova svolta alla storia, a dare scopo a un'esistenza che era passata in secondo piano per via del suo non avere nulla e - soprattutto - nessuno a cui votarsi. La vita, che sia eterna o meno, merita di essere vissuta solo quando puoi prodigarti per il bene di qualcun altro. Una filosofia del guerriero oltre che dell'uomo.

Non mi ero accorto di star guardando un film su Soulcalibur...

Viene però da chiedersi il perché di molti passaggi. E se c'è una cosa di cui Miike è sempre molto conscio, è dell'elevato grado di sospensione dell'incredulità che richiedono i suoi film.
Però qui è troppo anche per il fan più accanito.
Perché viene naturale chiedersi come mai un personaggio che da solo è stato in grado di far fuori cento nemici, da immortale le prenda come un demente da quasi tutti gli avversari, che se non fosse per quel suo dono sarebbe morto come un idiota qualunque - i cinquant'anni di inattività? Oltre che il gran numero di scontri, dalla durata non indifferente, che però non portano nulla all'economia della storia e anzi, se ridotti avrebbero dato molto più ritmo a un film che dura troppo e che si disperde in maniera decisamente mortale su più fronti. E poi, come fanno a trovarsi sempre così per caso Manji e tutti gli altri combattenti? Poi la parte in cui la guerriera in viola scoppia a piangere è di un trash assoluto...
La cosa che più infastidisce di questo film una volta che i titoli di coda iniziano a scorrere è quella di un caffè molto buono che viene allungato a dismisura con l'acqua. Perché la parte più basilare della storia, quella più legata agli intrighi interni alle varie scuole e al passato dei personaggi cardine, insieme agli scontri veramente importanti (quello finale su tutti), non fanno staccare gli occhi dallo schermo. Peccato che ci sia anche tutto il resto e quello, per quanto realizzato con il solito estro di Miike, alla lunga comincia a farsi sentire.

"Ciao, sono il personaggio efebico che però fa il culo a tutti. Non efebicamente, però."

La cosa che nessuno può negare a Miike è quella di essere un Autore con la A maiuscola che, nel non negarsi mai a quelli che sono i suoi vezzi e le proprie peculiarità, riesce anche a essere il più popolare possibile, quando vuole, riunendo le cose migliori del termine popolare.
Qui il risultato alla fine lascia abbastanza a desiderare, ma non si può negare che tutti i caratteri principali di un regista sono stati mantenuti e lasciati liberi di essere sfogati, quindi tanto di cappello a Netflix.
Certo, però, il pensiero a come sarebbe potuto venire con un trattamento migliore è quasi d'obbligo. Così come a tutta la strada che Netflix deve ancora fare per continuare sul versante cinema.





4 commenti:

  1. Devo vederlo da un pezzo, ma avendo amato il fumetto, ho un pò di timore. Mi sa che attenderò ancora.

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    1. Beh, tanto mica scappa ;) e Miike è come il vino. Più lo fai aspettare...

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  2. «…questo è al 100% un film di Takashi Miike, il che possiede tutti i pro e i contro della cosa.»

    Non potevi dirla meglio di così Genius. Lunghi dialoghi alternati ad ammazzamenti brutali e grondanti sangue, nella struttura è identico a qualunque altri Miike (sto pensando a “13 assassini”), il protagonista non ha una vera tecnica, vince perché non può morire, quindi è un’icona di resistenza che comunque mi ha conquistato, il massacro iniziale in bianco e nero resta il momento migliore, ma mi ha esaltato anche l’ultima scena, poteva essere una bomba, si ferma ad essere solo un buon film, però mi è piaciuto, averlo su Netflix poi, una gran comodità, anche se è vero, avrebbero bisogno di una dieta a base di bistecche, ci va più ferro nel sangue, Miike lo sa ;-) Cheers

    P.S. Morto sulla didascalia su Lucca Comics! :-D

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    1. Ahah, grazie ^^' Miike ormai non farà più uno dei suoi capolavori passati, ma non si può dire che nei momenti clou perda lo smalto. Speriamo che la piattaforma invecchi altrettanto bene.

      Ps: ero certo avresti apprezzato ;)

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