martedì 16 ottobre 2018

Apostolo - Apostle




Thomas Richardson, uomo dal passato oscuro, parte in missione segreta su un'isola deserta per salvare la sorella rapita per la quale viene chiesto un ingente riscatto. Si troverà a dover fare i conti con una strana setta religiosa e tutti i misteri annessi al suo culto…


Mentre tutti i cinefili d'essai stanno a cospargersi il capo di cenere per la morte del cinema, foraggiati dall'odiato-amato (proprio in quest'ordine) Christopher Nolan che se ne inventa di ogni per salvare la pellicola e portare la gente in sala, Netflix prosegue nella sua politica: cercare di far vedere che ce l'ha grosso (il budget, che avevate capito!) anche nella produzione dei film originali, fino ad ora la nota dolente fra le offerte.
Dopo degli inizi tentennanti, la scelta politica è stata semplice. La piattaforma ha ingaggiato dei registi con un nome proprio e una propria autorialità, cercando di lasciar loro carta bianca. E se Wingard ha iniziato maluccio col suo Death Note, e noi proseguiamo anche peggio ricordandolo, ci sono stati altri tentativi più o meno felici a seconda dei vostri gusti. Certo, la strada da fare per l'eccellenza è ancora lunga, e solo per Le nostre anime di notte devono regalarmi otto mesi di abbonamento gratuito.
Alla lista dei talenti emergenti mancava proprio uno come Gareth Evans che, per certi versi, era proprio un colpo sicuro per quello che è l'andamento della piattaforma internettiana.

"Ahò! Dopo la prossima collina ce se mena, giusto?"

Da queste parti vogliamo molto bene al gallese, soprattutto per le peripezie del poliziotto Rama - non che abbia fatto molto altro. Serbuan maut è la prova di come si possa fare qualcosa di qualità anche con una sceneggiatura che sembra scritta da un bambino non molto sveglio sotto farmaci, mentre col seguito Berandal si è slacciato la patta e ci ha fatto vedere quanto ce li ha grossi.
Sì, stavolta avete inteso bene.
Ironicamente uno come Evans è stato l'uomo giusto al momento giusto per una piattaforma come Netflix, il cui motto è stato una sorta di "qualità alla portata di tutti". Il cinema del nostro amicone è sicuramente di ottima fattura, ma non può dirsi qualcosa che sia sorretto da script particolarmente elitari o complessi, il suo è un cinema che si muove su una storia molto basilare e che, nel raccontarla, sfoggia la migliore tecnica possibile.
Uno che riesce ad accontentare tutti, per certi versi, pur rimanendo fedelissimo a se stesso - che è la cosa più importante di tutte. Perché il suo è vero cinema e non voglio sentire dubbi in merito.
Ci si aspettava quindi un action che togliesse ulteriori paletti alla sospensione dell'incredulità gravitazionale, invece a questo giro tocca all'horror finire sotto il mirino di Evans. E con tutto il gore presente in Rama back in action è una scelta che non dovrebbe sorprendere.
Garettino bello però che combina?
Prova a dire qualcosa.
Perché sì, dopo tre film di botte da orbi, sta a vedere che prova a dare una propria visione del mondo che esuli dalle nocche nei denti.

"Dovevi provare con il silat."
"... mi spiace… non bevo…"

Si prende proprio uno dei temi classici dell'orrore: la religione. Perché da una parte è vero, l'uomo inventò la religione perché aveva paura dell'ignoto, di ciò che non poteva spiegare da sé con le proprie conoscenze, e quando la credenza raggiunge i livelli di fanatismo fa paura in senso molto stretto. Lovecraft poi creò una religione a sé, e qui cominciano a spiegarsi diverse cose - su Hubbard poi non mi pronuncio.
Evans per una certa inizia a prendere la cosa col suo solito cipiglio. Una trama molto striminzita, che sembra quasi presa in prestito a The wicker man per certi versi (Iron Maiden in sottofondo, grazie), portata avanti dal suo inconfondibile gusto estetico. E per quanto sia palese che Netflix abbia sembra rivolto maggior attenzioni alla serialità e che lo schermo di un pc o di un televisore non possano restituire appieno tutti i particolari per cui un film è ideato, pensiamo quindi un prodotto nato direttamente per quei supporti, il senso cinematografico del gran dritto del nostro amico ne esce inalterato. Fin dalle prime scene è possibile vedere come questo Apostle sia un film pensato da uno che il cinema lo sa fare, uno che non ha paura di osare e al quale, fortuna più grande, sono state lasciate tutte le libertà possibili.
Ma soprattutto, un film che dice quello che deve dire, riuscendo a risultare come il prodotto di un autore che le cose ama dirle alla sua maniera, arrivando ad essere accessibile per tutti. Dimentichiamo quindi i deliri da acido presoammale di Valhalla rising. Evans è uno che la mortazza la avvolge col pane di segale e ci mette su persino chili di mostarda, ma tutto risulta saporito.

Ecco perché Evans ce gusta.

E saporito è pure il suo Apostle per la prima metà, quella introduttiva - dura due ore buone - che serve a presentare protagonista, ambiente e contesto. Evans usa un ritmo lento ma non per questo troppo dilatato, prendendosi i propri tempi e lasciando ad ogni particolare il giusto spazio. Avviene tutto molto linearmente, giusto un qualche azzardo nel montaggio all'inizio e qualche scambio di point of view, ma l'atmosfera che riesce a ricreare il gallese è ottima. E' quella tipica di un certo tipo di horror gotico britannico, solo che al posto delle parole sono le immagini e la curatissima fotografia a parlare.
E' tutto un insieme di piccoli dettagli, movimenti appena percettibili e particolari abbastanza scabrosi che, sommati, riescono a dare un peso non indifferente ad una storia che avrebbe potuto annoiare o far perdere interesse già dai primi minuti, evitando quegli odiosissimi jumpscare che fanno venire voglia di prendere a calci negli zebedei quasi tutti i realizzatori degli horror moderni.
Tutto questo bendiddio, è proprio il caso di dirlo, finisce per ritorcersi contro ad Evans quando la seconda metà inizia, perché quel senso di oppressione che è riuscito a ricreare per accumulo finisce per ritorcerglisi contro quando, spremuto lo spremibile, non riesce a superarsi in quanto a efferatezze.
Non c'è mai un vero tracollo, quanto il raggiungere un limite che non riesce più a oltrepassare e, una volta stazionatosi a quelle altitudini, prosegue con calma piatta. Una calma che comprende dei piccoli passi falsi che si porta dietro proprio da tutto quello che in origine aveva sfruttato al meglio.

L'unico motivo per far piacere il mio blog: il condizionamento mentale.

Perché se è vero che il cinema di Evans è molto lineare negli intenti e negli svolgimenti, il dover arrivare a spiegare tutto banalizza un messaggio sì desueto e già affrontato (anche meglio e con più completezza, diciamolo pure) altrove, facendo convergere i vari intrighi in una storia fantasy che toglie molta della originalità e della perversione accennate nel primo tempo. Si danno troppe risposte e si lascia sempre meno all'interpretazione, quando il vero orrore sta nel non detto e in quello che lo stesso pubblico riesce a presagire, senza la spiegazione abbastanza pedestre della morale di fondo.
Non c'è mai, come già detto, un vero e proprio capitombolo. Apostle porta a casa il risultato ma senza riuscire a ferire come aveva promesso, scalfendo in maniera violenta e lasciando che il sangue sgorghi a intermittenza. Le uniche cose su cui viene lasciato un vago mistero sono certi particolari - sempre molto stilosi - che però non trovano una vera e propria collocazione logica all'interno del tutto e degli strafalcioni di sceneggiatura che… beh, con tutta la buona volontà, ma posso capire il culo e tutto il resto, ma il nostro Thomas al netto delle amputazioni che riceverà ha due chiappe colossali rispetto a quella che è la semplice casistica.
Tutte cose che basterebbero a far bollare qualunque altro film come la proverbiale e fantozziana cagata pazzesca ma che qui vengono messe in un angolo in corner dall'intelligenza che caratterizza la produzione di Gareth Evans, specie ora che affronta un tema ostico come quello della religione.

Come un cinefilo vede la distruzione del cinema per mano di Netflix.

Ho già detto altrove come la penso sulla religione: non mi definisco credente, approdando con tutta la comodità che mi caratterizza sulle vie dell'agnosticismo, preferisco pensare che ci sia una forza superiore ma non voglio darLe un nome, pur mantenendo un forte rispetto per le religioni e per chi crede. Preferisco battermi contro le forme istituzionali e i fanatismi, quelli sì davvero pericolosi in ogni contesto in cui vengono applicati.
Gareth Evans si astiene da qualunque giudizio, concentrandosi sull'ultima parte del mio discorso. Mantiene una visione molto distaccata nel ritrarre il delirio mistico che ne deriva, dando al male una forma il più umana possibile, mentre tutto il resto è solo uno sfociare folle e incontrollato delle forze naturali. D'altronde, possiamo dire se un uragano sia buono o cattivo? Malvagio è l'agire di chi riesce a paventarne il controllo, semmai.
Separandolo dal gore, invece, riesce a dare una duplice valenza anche al sangue: distruttivo a una prima visione, ma anche capace di dare la vita.
Apostle rimane quindi un film che, al netto dei suoi difetti tipici di chi per la prima volta si imbatte in lidi sconosciuti, ha qualcosa da dire e per la maggior parte del tempo riesce a dirlo. Tutto il resto è gradevole vedere, che in questa epoca di film in tutina fatti con lo stampino è sempre oro che cola. Rimane una pellicola sulla ricerca di una propria verità, che non deve essere per forza qualcosa che protenda verso un vero e proprio estremo, ma su un personale equilibrio.

Se volete conquistare un uomo, prendetelo per la gola.
O per il pagliericcio...

Netflix non avrà fatto il colpaccio del secolo, ma la filosofia di lasciare carta bianca a dei tecnici che hanno già dimostrato di aver qualcosa da dire, immolandoli in soggetti originali e personali, può essere una buona via.
D'altronde, molto meglio mille film imperfetti come Apostle che l'ennesimo all-in di supereroi che si ricollegano all'ennesima gloriosa storia a fumetti del passato.
Qui c'è una sola fede che conta.
Quella per il cinema. Quello vero.





6 commenti:

  1. Prometto di ripassare a leggerti appena domerò il mio account netflix, ho sempre più voglia di vederlo, ho letto "Wicker Man" in blu e sono tutto in sollucchero ;-) Cheers

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    1. Eheh, so come attirare i miei polli 😜

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    2. Po, po, po, po... Coccodè!

      P.S. Scusa non ho resistito :-P

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  2. Regista di cui purtroppo non conosco altro, ma questo film qui, a sorpresa, l'ho trovato fortissimo. Lercio, eppure così raffinato. Pesante, eppure così poetico nel finale. Peccato per Dan Stevens, che con quello sguardo inutilmente allucinato non mi piace mai...

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    1. Pure a me lui non è piaciuto particolarmente :/

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U