domenica 7 ottobre 2018

La mia vita da Zucchina




Icare, soprannominato "Zucchina", è un bambino di nove anni che vive con la madre, divenuta alcolista dopo l'abbandono del marito. Un giorno, per sfuggire da uno dei suoi attacchi di violenza, finisce per ucciderla incidentalmente e viene mandato a vivere in una casa-famiglia, dove farà amicizia con gli altri bambini...


Sinceramente, non ho proprio un grande rapporto con i bambini e l'infanzia in generale. Diciamo che sarei la persona meno indicata per lavorare in un asilo, non voglio figli e, alle superiori, in un'ora di educazione civica, quando iniziò la solita guerra discorsiva fra fascisti e anarchici, esordii con un - per me - innocente: "I comunisti mangiavano i bambini, quindi erano belle persone", cosa che quasi mi fece espellere.
Dal canto mio, anche se non mi è stato fatto mancare nulla, non posso dire di aver avuto un'infanzia lietissima, anche se in confronto a quella dei protagonisti di questo film è stata quasi una passeggiata.
Quasi…
L'infanzia se ne va a passeggio con l'adolescenza. Se dopo i vent'anni la seconda la vorresti rivivere per poterla trascorrere meglio, la prima ho iniziato ad ambirla dopo i venticinque, quando la "vita vera" ha iniziato a chiedere il conto in termini di tempo, impegni e maturità. Resto però fermamente convinto che sull'infanzia in generale ci sia un romanticismo quasi sbagliato...

Ecco, mandare in rete un post su blogger è più o meno così.

Ligabue cantava che "Gli occhi del bambino non li danno indietro proprio mai", Neil Gaiman (e poi Henry Selick) nel suo Coraline faceva un giochetto perverso con occhi e bottoni, mentre chiunque dice che i grandi attori recitano prima di tutto con gli occhi.
Tre affermazioni a cui ho pensato per tutta la durata (molto ridotta: poco più di un'ora) di questo Ma vie de Courgette, produzione franco-svizzera che doveva rappresentare il paradiso degli investitori agli Academy Awards come Miglior film, venendo però relegato nella categoria di Miglior film d'animazione - che vinse Zootropolis della Disney.
E sembra strano che a questa prima riflessione ne seguano poi molte altre, tutte legate a doppio filo con l'infanzia, ma anche su come siamo tutti dei bambini cresciuti male, alla fine. Così come appaiono incredibili tutte le sequenze e le sensazioni lasciate da un film così piccolo, poco pubblicizzato, poco accattivante per il grande pubblico e che al suo interno non ha proprio uno svolgimento memorabile - non succede una mazza, in sintesi - ma che fanno capire che Claude Barras, il regista, abbia un mondo dentro.
Perché se con l'infanzia è facile cadere nello stereotipo zuccheroso o nel voyerismo violento (non fatemi pensare a quella porcata di A Serbian film...), mantenere questa delicatezza sembra quasi un miracolo. E se finisci la visione con addosso una delicata angoscia e non un attacco ipoglicemico, allora quello che hai appena visto è un gran film.

E Khaled Hosseini muto!

Parlavamo degli occhi...
Da quel che ho potuto sentire nel mio piccolo, il design è stata la prima cosa ad essere contestata già dal trailer. Poco accattivante per quello che è il pubblico di adesso, così deformato e realizzato con una tecnica, la stop motion, che personalmente adoro ma che è stata sostituita prepotentemente dalla CG. Ma soprattutto, tanti trovavano così disturbanti quegli occhi, così grandi, che rendevano quei visi così assurdi. Ma è proprio lì che si nasconde il cuore del film, in un particolare così grande che finisce per essere notato poco dai più.
Ma vie de Courgette è il racconto di ciò che si nasconde in quegli occhi, di una vita vissuta e che cerca, con l'ottica di un bambino, di tirarsi su dalla merda che si è visto, vissuto e provato. Quegli occhi sono un segno distintivo, qualcosa che suggella l'appartenenza di quei bambini a un altro mondo, un mondo che, per quanto si sforzino, non li abbandonerà mai.
Dietro quei comportamenti infantili, quel giocare, quell'urlare e quel vivere quotidiano, quasi ininfluente per certi versi, c'è la muta consapevolezza di tutto quello. Ed è forse un particolare che segna il passaggio dall'infanzia all'età adulta, anche se metabolizzato attraverso la maturità di un gruppo di bambini.
C'è tanto, in quegli occhi. Forse troppo. Ma non sono gli unici a essere stati intaccati dalle storture di un mondo che sembra guardare tutti a debita distanza.

Poche battute sui capelli: negli anni Novanta eravamo messi peggio.

Dire che la pellicola di Claude Barras sia solo un ritratto dell'infanzia sarebbe riduttivo. Certo, quello è il tema principe, ma la realtà è che Ma vie de Courgette è una storia di anime abbandonate. "Certe volte sono i figli ad abbandonare i genitori", dice uno dei comprimari, ed è qui che si apre un aspetto molto interessante del film.
Mi sarei aspettato da parte del regista una rappresentazione del mondo adulto marcia, quasi squallida… invece a sorpresa quasi tutti gli adulti presenti sono dei begli esempi. Invece di limitarsi a fare un film di denuncia sulla gestione degli orfanotrofi - o di qualunque altra cosa che caratterizza queste delicate procedure - Barras ha l'ardire, quasi coraggioso, di riuscire a rappresentare un ecosistema di personaggi "maturi" in grado di funzionare, di mettersi allo stesso livello dei bambini che devono accudire e in grado di rendere la loro vita migliore, nei limiti del possibile, anche se di passaggio ci sono un paio di mele marce oltre a tutte le brutte persone che i piccoli protagonisti hanno incontrato nel loro cammino.
Un particolare che non mi è passato inosservato. E che non mi è sembrato buonista o scontato, ma solo la visione di chi ha un cuore più grande degli occhi e che, in virtù del proprio talento, riesce a ritrarre una realtà, lasciando una malinconia onnipresente e a disseminare dei particolari - la cicatrice del bulletto, il design degli occhi, il modo di portare i capelli, i tic nervosi - che sembrano sempre ricordarti che, al di là di tutto, la realtà è molto diversa.

Scene ideate apposta per farti stare male.

La stop motion è una tecnica che rappresenta la quintessenza del finto. A differenza della sorella computerizzata, che grazie ai progressi tecnologici sembra acquisire molta più realtà, tanto da divenire quasi un sussiego del live-action, l'animazione a passo-uno lascia sempre dietro di sé un odore di casereccio, di artigianale e, a seconda del materiale usato, appunto, di finto. E' la testimonianza per eccellenza che c'è un animatore dietro ai movimenti dei personaggi e, in certi casi, anche di studio per come gestire l'inquadratura per le riprese svolte.
Eppure, in mezzo a quello che è il trionfo del finto, tutto sembra più reale.
C'è la vita di quei ragazzi, il più delle volte appena accennata. E ci sono sempre loro, quegli occhi. C'è lo spiraglio di una nuova esistenza, di una rinascita, c'è il manifestarsi di un'amicizia sincera e, infine, quelle lacrime, la scoperta che si può piangere di gioia oltre che di tristezza, ma anche per tutt'e due le cose. Che si può piangere per la propria prigione ma anche perché si vede la possibilità di poterne uscire, pur portandone un pezzo nel cuore per sempre.
Ma Barras, da buon sadico, ci ricorda che non è così per tutti. E con la cinica delicatezza che lo contraddistingue si riversa su quell'ultima scena, con i bambini attorniati intorno al bambino avito dalla maestra. Un connubio fra loro, che hanno visto troppo, e lui, che ancora ha da vedere tutto, e la caccia al paragone e all'ipotesi.

"E per Recensioni ribelli: hip-hip... hurrà!"

Non sono mai stato uno che piange spesso davanti ai film, ma a questo girto la lacrimuccia è scesa. E negli ultimi tempi, incredibilmente, mi è capitato con tre cartoni animati: questo, il coreano Leafie - la storia di un amore e il nostrano Gatta cenerentola.
A suo modo, la vedo come una cosa bellissima.
Molto meno essere passato in un supermercato e, nella cesta comune dei dvd vecchi, vedere questo già scontato a 5 €uro, perso in mezzo a mille altri titoli...





14 commenti:

  1. Quanti pianti che mi ha fatto fare questo piccolo film, sì.

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  2. Cazzarola, addirittura lacrimuccia.
    Devo vederlo, perché mi hai incuriosito specie sulla questione degli adulti e di come vengono descritti :)

    Moz-

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  3. Io non ho un gran rapporto con l'animazione d'oltralpe, ma la BBC Iplayer dovrebbe averlo ancora in catalogo e magari una chance gliela do,nella speranza di non piangere (anche se sono altri i film che mi fanno scendere la lacrima)

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    1. Persino un cuore di pietra come me non ha potuto resistere ^^'

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  4. Film così piccoli, così ben animati e con una storia piena di cuore, sono pane per i miei denti. E ovviamente, lacrime per i miei occhi.

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    1. E' incredibile poi come, io che sono un grande fan della perversione e delle contorsioni mentali, sia stato rapito da una storia che a malapena esiste.

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  5. Bel film nel complesso.
    Tratta il tema dell'abbandono con la giusta delicatezza senza risultare troppo mieloso.
    Non mi sono piaciute troppo le animazioni in Stop-motion.
    Preferisco quelle più artigianali tipo Scontro tra titani 1982 o più recentemente quelle di Tim Burton e i suoi "Nightmare before ..La sposa cadavere , per farti un idea.
    Mi piace molto anche la canzone dei titoli di coda ...Le vent nous portera di Sophie Hunger
    Ciao

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    1. Quelle di Burton appartengono a film che sono costati tre volte tanto, più che altor. Nel complesso queste le ho trovate davvero ben fatte.
      E sì, non risulta affatto mieloso. Cosa difficilissima, visto il tema.

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  6. Non ricordo se una lacrima mi scese, forse ricordando i titoli di coda probabilmente, ma è comunque un film davvero emozionante e credibile, proprio per la sua capacità di travalicare la finzione artistica ;)

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    1. Davvero, un film sorprendente. E sono contento che abbia ricevuto questi consensi, almeno nella rete :)

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  7. bravissimo, hai detto tutto e molto bene

    anche io mai capito la critica al "design" del film che ho trovato bellissimo (ma poi lo sanno che con la stop motion non puoi avere i tratti del disegno?)

    e, come dici, un film in cui gli occhi sono tutto

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    1. Ma al di là della questione tratto, non capisco come possa dar fastidio con gli orrori grafici che ci sono in giro 😕

      Sì, gli occhi sono tutto. Soprattutto quelli di chi guarda, per riallacciarci al discorso del tratto 😅😅

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U