domenica 14 ottobre 2018

The raid 2: Berandal




Dopo le sue folli avventure condominiali, Rama non può ancora ritornare dalla propria famiglia. Deve cambiare identità e passare del tempo in carcere per entrare nelle amicizie di Uco, figlio del boss Bangun, e indagare dall'interno come infiltrato talpa...


Succede che ti chiami Gareth Evans e sei un giovane regista gallese - del Galles, non parente di Asterix. Avviene che realizzi un film che si sfangano in quattro gatti, tal Merentau, quindi decidi di fare il passo lungo. Siccome oltre che molto bravo sei anche un onesto cazzone, ti inventi di fare una cosa che sembra essere uscita da una fantasia di Spike Lee sotto fumogeni, però ci metti gli occhi a mandorla perché sei alternativo e ti piace il silat, che non è una variante del pilates ma un'arte marziale indonesiana. Risultato: costa troppo e ti tocca ridimensionare tutto, e raccogliendo un po' di idee sparse, ridotte per quello che gli schei a disposizione ti permettono, viene fuori il tuo secondo film.
Solo che il tuo secondo film è tal The raid.
Un filmetto di poche pretese che viene definito come l'action movie più bello del decennio - Rogert Ebert a parte - tanto che quando avvengono le prime proiezioni ai vari Festival, stando alla leggende i soffitti creparono dal suono degli applausi.
Siccome i produttori sono creature molto lungimiranti, questi accorrono in massa dal buon Evans a sganciargli suon di verdoni e, dato che il cambio indonesiano li accetta, partono le riprese per il secondo film. Dato però che quella dei gallesi è una razza testarda, Evans decide di ripescare quel film mai fatto, gli lascia lo stesso titolo (Berandal, che vuol dire teppista) e per andare sul sicuro, dato che di sfighe ne aveva portate anche troppe, lo attacca al suo successo di semi-esordio.

"Cosa...? Volete dirmi che non è ancora finit… com'è umano lei!"

Può sembrare una paraculata oscena, ma le cose sono un attimino più complicate.
Pensateci: siete un regista di trentuno anni ed è appena uscito il vostro secondo lavoro, che è stato elogiato in maniera così assurda. Adesso dovete fare un seguito dello stesso film, col rischio di vivere di luce riflessa e che non siano solo i soldi in più a fare la differenza perché, ehi!, diciamocelo chiaramente, sarà pure un film bellissimo ma non è che in quanto a scrittura siete proprio delle cime. Quindi come dare un senso di esistere a un film che già col suo primo episodio aveva detto tutto quello che aveva da dire?
E il vostro Rama non è proprio un personaggio sfaccettato…
Vi basti pensare che a Hollywood vigono due regole base per i seguiti - e detto da loro, che di sequel se ne intendono, io mi fiderei. La prima è quella di stravolgere del tutto quanto già visto e proporre strade inaspettate, la seconda invece è prendere ciò che funzionava nel primo film e... booom! Proporlo sempre di più e sempre al meglio.
Indovinate che strada sceglie Evans?
Esatto. La seconda.
Si potrebbe dire che se il primo Serbuan maut era un'esagerazione, Berandal è praticamente la stessa cosa, solo col caviale attorno. Perché a quel dritto di un gallese non basta solo avere i fantastilioni - che poi, fino a una certa, dato che ha partecipato al Sundance - per tutti i morti ammazzati che vuole, deve pure metterteli in scena con la luce giusta e le inquadrature fighette.

La cosa bellissima è che il film è iniziato da manco dieci minuti...

Già dalle prime immagi il budget più consistente si vede. Si vede anche una macchina da presa nella lente degli occhiali da sole di uno dei villain, ma sono dettagli. Comunque, basta quella ripresa iniziale dall'alto per comprendere che al ragazzo sono stati dati i giochi dei grandi e che ora può ballare la samba in disco come vuole e magari provarci anche con le bellone. Perché Evans ha talento da vendere e quel prologo è proprio una dichiarazione d'intenti, su ciò che vuole fare e su come sarà il suo nuovo film.
Fossi incline alla battuta facile, direi un misto fra Tom Ford e John Woo.
E mi viene da dirlo, ma vedere quanto di bello era stato fatto precedentemente, amplificato all'inverosimile, mi fa stare zitto. Cosa non da poco, direbbero alcuni. Ma con un film simile è praticamente impossibile avere qualcosa da ridire.
Basta quel prologo per farti comprendere che è la stessa cosa del precedente, ma al contempo tutt'altro. Prima la fotografia era sporca, quasi saturata, perché così erano gli ambienti in cui si svolgevano le folli gesta di Rama. Adesso è tutto molto più elegante e freddo, ma c'è qualcosa in quella glacialità che ti fa percepire che qualcosa non va come dovrebbe, che è un qualcosa che si inietta sottopelle e vuole restare lì. Proprio come un infiltrato, appunto.
E basta rivedere Rama, al quale viene spiegato il suo compito, per avere una pena immensa per lui. Ma sai che quando il nostro inizia a disperare - piangi berandal sotto la tendal - allora il divertimento per noi comincia davvero. E qui c'è da divertirsi a fiotti.
Povero Cristo, però...

Shonen bat… is that you?

Come il precedente, rimane un film prettamente visivo. Non guardi uno dei (finora...) due capitoli di Serbuan maut per vedere una bella storia o avere una morale particolarmente illuminante, sono film semplici che devono tenere incollati allo schermo per tutta la loro durata e riuscire a strabiliare con quanto loro concesso. Gareth Evans è uno coi piedi per terra e li alza solo per dare calci rotanti, pertanto ambedue rispettano pienamente questi canoni, ma a una certa è necessario dare qualcosa di più per scuotere l'opinione pubblica salottiera e poltronaia.
E' ovvio che la scrittura non sia proprio la parte dove il nostro brilla, ma qui ha provato ad andare oltre al solito andamento videoludico che tanto era stato contestato nel primo capitolo per dare una maggiore visione d'insieme della faccenda. Quindi molti più personaggi, un senso della famiglia davvero legato al personaggio di Rama (che nel primo era un escamotage per creare una sorta di empatia col pubblico, qui una caratterizzazione vera) e delle dinamiche interne anche per quanto riguarda i villain. Quello che abbiamo è così un film in perenne movimento, anche nei dialoghi, perché chi tradisce chi e chi fa cosa diventa parte integrante dell'attrazione, non qualcosa relegato ai margini.
Quello che abbiamo è quindi una narrazione più vera, più tridimensionale, dove non ci sono solo effetti ma anche cause ponderate durante il percorso dei vari personaggi, con Iko Uwais che troneggia su tutti e che volteggia come nella miglior tradizione del cinema da combattimento.

"Jean, consigliami un film. Ma occhio, che sono impressionabile."
*zuzuzuzuuuuum*

Sono proprio i combattimenti a farla da padroni.
E grazie al cazzo, a una certa...
Se il primo film vedeva un pugno di uomini contro tutti, la cosa a questo giro si evolve. Ironicamente si combatte di meno, ma ogni scontro, dopo l'uscita dalla prigione, diventa ben pensato e fotografato in un'ottica precisa, dato che ormai non sono gli scontri a essere motore trainante di una storia, ma sono direttamente collegati alle sue necessità - per ritornare al discorso di causa ed effetto.
Avete presente quelli che comprano la birra super costosa e non quella del discount con la scusa del: "Bevo meno, ma almeno bevo meglio"? Stessa cosa, solo che stavolta è per una buona causa.
E poi, che combattimenti!
Non più una massa di sbandati che combatte alla minchia canina, ma proprio dei personaggi a sé stanti, presi in prestito anche da un certo immaginario pop orientale, ai quali è stata data una tecnica di combattimento specifica. Il risultato è l'assurdo che irrompe nella violenza, che qui c'è anche nei piccoli momenti, non abbandona mai l'occhio della spettatore ma non risulta per questo mai gratuita o di cattivo gusto. L'eleganza di Evans sta anche nel rendere a loro modo belli da vedere ed eleganti anche uno sgozzamento, un viso ustionato o una faccia spappolata da delle revolverate.

Quando dici di averle viste tutte e poi ti rendi conto che ce n'è un altro ancora *.*

Appurato che ai cinefili piacciono per due volte di fila i film d'azione e che il buon cinema si può fare anche tramite questi, non mi resta che incitarvi a recuperare i film di Gareth Evans. Se si tratta di questi due, poi, sarebbe d'obbligo effettuare una maratona con i soliti amici.
Giuro che avrete la loro attenzione fin da subito.
Per il resto, questo ragazzotto gallese ha avuto modo di dare ulteriore prova di sé grazie alla piattaforma Netflix col suo Apostolo.
Come sarà venuto?
Mah…
Mistero della fede. O del silat.
Che non so perché, ma a ridirlo ancora adesso mi sembra il nome di uno yoghurt.





4 commenti:

  1. Per prima cosa, un cinque altissimo per la citazione a Shonen Bat di “Paranoia Agent”, ma proprio il più alto possibile! Altro giro, altro gran post :-D Ok “The Raid” è il meglio, cinema al 120% perché puoi seguire la storia solo grazie alle spettacolari immagini, qui Gareth Evans ha dovuto inventarsi qualcosa, tipo una trama, il risultato è una cosa alla John Woo, il che mi va benissimo visto che è tra i miei preferiti di sempre, insomma voglio un gran bene anche a questo capitolo. Poi appena mi faranno la grazia di restituirmi la connessione ad Internet e di conseguenza Netflix, mi vedrei volentieri pure “Apostolo”. Cheers!

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    1. Eheh, il compianto Satoshi è stato il mio idolo delle superiori, ogni volta che vedo il benché minimo riferimento al baseball penso a quel personaggio 😎 poi sì, Evans prende a piene mani da John Woo e fa propria la lezione.
      "Apostolo" mi è piaciuto, ma il buon (Pat)Gareth quando deve sviluppare un discorso mi sembra ancora molto acerbo. È un regista prettamente visivo. Ad ogni modo, saprai tutto mercoledì... 😜

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  2. I film che partono in quinta li adoro, almeno non si perdono in chiacchiere ;)

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U