domenica 20 gennaio 2019

Suspiria [2018]




1977. Dopo essere stata ripudiata dalla madre mennonita, la ballerina Susie Bannon si trasferisce a Berlino per cercare di entrare nella scuola di ballo Markos Tanz Company, prendendo il posto della studentessa Patricia Hingle. Si dice che la ragazza sia scomparsa dopo essersi unita alla Banda Baader-Meinhof, in realtà si sono perse le sue tracce dopo che ha dichiarato al proprio psicoterapeuta che la scuola in realtà è un ritrovo di streghe...


Siamo in un periodo storico dove non ci sono più idee, senza contare poi che non esistono più le mezze stagioni e poi, signora mia, una volta qui era tutta campagna. Però, scherzi a parte, è vero. Remake a non finire e, se ci fate caso, tra i prequel di Happy Popper, guerre stellari che continuano anche dopo la pace, tutinari onnipresenti e con varie reincarnazioni insieme ai fossili disciolti dall'ambra, non c'è più un franchise nuovo, ma tutti poggiano le proprie basi sul passato. E poi questi stracazzo di remake che ci stanno uscendo dalle orecchie.
Che poi ci rovinano pure l'infanzia e laggioventù, vero?
Notiziona numero uno: la vostra gioventù e i film che l'hanno accompagnata rimarranno intatti, basta non guardarli. Notiziona numero due: ci sono anche remake belli.
Poi sì, anche robe da far rivalutare la pena capitale come Nine di Rob Marshall.
Non per nulla film come La cosa di John Carpenter (no, a dispetto del titolo non è un porno) e La mosca di David Cronenberg, due titoli da nulla che portano le firme di due autori da nulla, sono dei remake - rispettivamente de La cosa che venne dallo spazio di Christian Nyby, con la collaborazione di Howard Hawks, e L'esperimento del dottor K di Kurt Neumann. In tempi recenti, abbiamo avuto il furbissimo La casa di Fede Alvarez che si è fatto ben notare e, come gli altri titoli citati, ogni remake riuscito ha una caratteristica particolare: tradire l'originale.

"Mi chiamo Susie Bannon e voglio vincere Amici."

D'altronde, il cinema western discende dai samurai di Akira Kurosawa, si dice.
Lo ha capito bene Luca Guadagnino, da sempre ammiratore del film del 1977 di Dario Argento, maestro del cinema italiano che, da un po' di tempo a questa parte, ha decisamente perso lo smalto.
No, non quello per le unghie.
Sì, diciamo proprio che è riuscito a raggiungere vette di auto-parodia ancora difficili da concepire, ma a vedere i suoi vecchi film, almeno fino a Opera, va ammesso che Darione nostro il suo mestiere lo sapeva fare. Non film dalla scrittura complicata (anzi, a tratti lo script stava insieme con lo sputo) ma che riuscirono a compiere una vera e propria rivoluzione per il manierismo e i giochi con la macchina da presa intrapresi dal cineasta romano.
Infatti questo Suspiria dell'originale conserva giusto la situazione di partenza e il nome di alcuni personaggi, per il resto è un campionario da sindrome di Stendhal per la bellezza di alcune immagini che, con l'abilità di un cartaio, ti fanno dire che non hai sonno mentre affoghi nel profondo rosso della fotografia, rapido come un gatto a nove code, un trauma nell'ammirare quel phenomeno di ballerina, leggiadra come quattro mosche di velluto grigio.
In pratica, tante chiacchiere per non dire 'na mazza.
Però lo chiacchiere dette benissimo.

L'argentiano medio alla prima del film di Guadagnino.

Che Guadagnino abbia un occhio cinematografico non da poco lo ha sempre dimostrato. Lo si può perculare a vita per Vamos a bailar o Melissa P, ma poi con titoli quali Io sono l'amore, A bigger splash (n'artro remake) e Call me by your name ha dimostrato di possedere un occhio da cinema non da poco. D'altronde, se a Bertolucci venivano gli occhi a cuoricione nel parlare di te un motivo deve pur esserci.
Il problema è che quello che dice, a me, non ha mai convinto. Avete presente quei tizi che vi descrivono come arguti e spiritosi, ma che poi alla fine scopri non far altro che riciclare tormentoni da meme e chi li aveva definiti così è perché non è iscritto a nessun social? Ecco, a me i suoi film danno proprio quell'impressione. Sarà l'eccessiva raffinatezza, sarà quel retrogusto troppo intellettuale che si trascinano dietro, sarà che forse parla sempre e solo di gente che usa le banconote da cinquanta euro come carta igienica (anche qui, in una battuta si fanno scappare che le streghe devono essere pure ricche), ma proprio credo non ci sia nulla di più lontano da me. Perché se è vero che l'arte ha anche il compito di farti sentire tuo un mondo che non ti appartiene, io nelle pellicole di Guadagnino avverto sempre un netto distacco. O una maniera molto pomposa per raccontare l'ovvio.
Sarà anche che sti tizi erano ricchi e forse è per questo che te li avevano descritti così.

Scusate, ma qua mi vengono solo battute volgari...

Auspicavo in questo Suspiria proprio per un ritorno a un certo cinema di genere che in Italia ultimamente sta avendo una nuova rinascita, ma anche perché magari uscendo dalla sua comfort zone Guadagnino sapesse rivolgere il suo occhio per qualcosa che ne valorizzasse davvero le capacità.
E se da un lato il buon Luca ha un vero e proprio sfogo, dall'altro sembra un po' una summa di quello che (per me) è il suo cinema: non avere proprio nulla da dire, ma magari se si grida gli altri possono pensare il contrario.
Perché sì, Suspiria (Guadagnino version) visivamente è bellissimo. Omaggia l'originale solo per alcuni piccoli elementi ma poi prosegue per i fatti proprio come se nulla fosse. Anche negli accostamenti cromatici compie delle vere iperbole e nel montaggio si prende delle licenze, soprattutto sul finale, che vanno ben oltre al cinema di appartenenza. Suspiria di Guadagnino è cinema tout-court che usa ogni mezzo possibile per esaltare il bello e, soprattutto, la ricerca della perfezione nell'arte.
Anche l'idea di lasciare l'ambientazione nel '77 come l'originale non è scelta a caso e si imprime quell'epoca con una fotografia e una messa in scena che ricalca, non ossessivamente, il cinema di quegli anni. Attaccarsi al vecchio con l'espressione del nuovo, questo sembra voler fare, così come fa col soggetto di partenza che rimane una virgola in una lunghissima frase - fortunatamente il gattino del telefonino stavolta ce lo risparmiamo.
Se tutto questo per voi è sufficiente, preparatevi a farvi dei bei pipponi  due mani. Se date peso anche al resto, allora è proprio un'altra storia.

Con 'sta storia dei videoclip hai esagerato, Luca.

Se il Suspiria argentiano era una fiaba violenta, come forse erano le fiabe in origine, il Suspiria guadagnesco (?) è invece un film ben incasellato in una determinata epoca storia, della quale analizza il presente ma anche il passato della nazione ospite. E' una riflessione sul male in senso assoluto e le streghe non sono unicamente un elemento a sé, ma qualcosa che smuove il mondo verso la malvagità, verso la follia della violenza e delle guerre. La Banda Baader-Meinhof non è citata solo per giustificare la scomparsa della studentessa, ma tutte le rivolte e gli attentati dell'autunno tedesco, fino a citare anche la Seconda Guerra Mondiale, gli orrori del nazismo e persino l'olocausto.
Mettemoce pure la burocrazia per passà dar artro lato der muro, ahò, che mal nun fa'.
In mezzo a tutto questo, la danza, l'essere al di là del bene e del male delle forze che si muovono ancora prima delle streghe, il potere della danza e la ricerca di una furia quasi primitiva che è il vero canale per aprirsi a questa forza ancestrale. Un ber troiaio che manco in due ore e mezza, peraltro dilungate all'inverosimile, riesce ad essere particolarmente chiaro, tanto che una prima visione lascia diversi conti in sospeso.
A questo aggiungiamo che Dakota Johnson non è che sia un campionario di carisma - un caso che quando parla la Swinton lei stia muta? - e non ho ancora capito quale sia il talento del suo personaggio. Strusciarsi a terra? E poi quella storia con la madre ha lo spessore della carta velina, ammettiamolo.

Le famose streghe di Gabry Ponte.

Guadagnino ha voluto ricreare un film dal forte impatto visivo e sì, da questo lato ne esce decisamente vincitore. Anche se al limite del trash, l'impatto finale è qualcosa che non lascia indifferenti, confonde e a suo modo lascia addirittura stupefatti. A lasciare molto più perplessi è lo script di David Kajganich che nel suo accumulare fatti e tematiche non riesce a sviluppare quasi nessuno dei temi che affronta, rendendo contorta una storia che era già ai limiti della linearità e riempiendola di steroidi. L'effetto è quello di un muscolo deforme.
A tratti The lords of Salem di Rob Zombie ne esce come un film più coeso e in grado di mirare in una direzione specifica, mentre questo non si può certo dire brutto, ma molte cose non tornano. Non si capisce il perché di tutto il clamore per qualcosa che alla fine è sì un buon film, ma decisamente lontano dai fasti inneggiati da qualcuno. Un'opera visiva di straordinaria bellezza che però fa troppo affidamento su una sceneggiatura che se la crede pure parecchio, rimanendo unicamente confusionaria e con diversi momenti che si potevano evitare.
Però sì, tantissima classe. Tantissimo cinema e, soprattutto, tutto italiano.
Al di là delle sue imperfezioni, qualcosa con cui si dovrà fare i conti negli anni a venire, sempre che la memoria sappia reggere al di là dei suoi meriti effettivi.

L'arte è ciò che ti permette di aprirti al mondo.
*ba-dum tsssss*

Non brutto, ma sicuramente non il capolavoro detto da molti, specie se una trama così (inutilmente) arzigogolata alla fine serve unicamente a sorreggere un discorso nato già vecchio. Se date allo script eccessiva importanza, ne uscirete sicuramente delusi.
Fuori discussione però la bravura di Tilda Swinton, qui divisasi in tre ruoli diversi.
Incredibile come lei, che è lontana anni luce dai canoni di bellezza, riesca a dominare la scena come solo una dea è in grado di fare.





8 commenti:

  1. Due ore e mezza, a mio avviso, sono troppe per un film del genere (lo dico da non appassionato di horror, intendiamoci). Una durata-fiume che diluisce la (poca) tensione e stempera le poche scene davvero thrilling. Visivamente bellissimo, certo (ma tutti i film di Guadagnino lo sono) però con troppi fili che non si riannodano… l'originale di Argento durava un'ora meno e ti incollava alla sedia, questo annoia. E' vero, sarebbe stato inutile fare un remake pedissiquo, ma anche questa operazione francamente continuo a non capirla...

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    1. Ti dirò, io ho avvertito una tensione costante e tutto sommato la mia attenzione è stata mantenuta costante... Però sì, troppe cose che non tornano, e troppa durata per una storia complicata per nulla.

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  2. Pensa che a me, per una volta, è piaciuta anche la Johnson.
    Film adorabile, inquietante e spettacolare per gli occhi, che però dovrei rivedere: la profondità a mio avviso c'è ma va interpretata e cercata, basta avere pazienza :P

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    1. Lei proprio no. Inespressiva come sempre e insopportabile.
      Più che profondità, c'è davvero una coscienza storica molto sentita. Però anche lì si finisce con un pugno di mosche (non di velluto grigio) in mano...

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  3. Non potrei essere più d’accordo, ho il post in rampa di lancio dalle mie parti quindi ho potuto leggerti tranquillo, e devo dire che visivamente il film è uno spettacolo, al netto di idee molto valide, tipo ricreare un 1977 volutamente fittizio, ci sono cose un po’ forzate (parlare di Olocausto in una storia ambientata in Germania? Uhm non originalissimo). Penso che io e Guadagnino non diventeremo mai amici, ma sono felice che esita un remake non-remake come questo ;-) Cheers

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    1. Quella è una pagina di storia che non si toglierà mai dalla coscienza comune, è ovvio trattarla. Più che altro è che in mezzo a tutto il resto stroppia.
      Guarda, io penso di aver litigato con lui in un'altra vita...

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  4. Mi aspettavo proprio una cosa del genere, quindi non andrò a vederlo... Poi io #teamargento e #disuspiriaceneuno! :-D

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    1. Ecco, mentalità da evitare, per me. Poi con l'originale condivide solo il titolo.

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U