martedì 12 febbraio 2019

Il primo re




Dopo un'esondazione del Tevere, i fratelli Romolo e Remo vengono catturati dagli spietati abitanti di Alba e usati come schiavi guerrieri per un'usanza del loro dio. Insieme, i due fratelli riusciranno a guidare una rivolta con gli altri schiavi e a ritrovare la libertà, ma forse gli dèi hanno altri piani per loro...


E' innegabile che il cinema italiano negli ultimi tempi stia subendo una sorta di rinascita, dopo il buio degli Anni Zero, con titoli in grado di catturare l'attenzione di un pubblico variegato e in grado di distinguersi. Se Sorrentino aveva dato i germi di questa (tardiva…) iniziazione, il tutto si è concretizzato attivamente con il cult Lo chiamavano Jeeg Robot e, giusto l'anno dopo, a trainare il carro sono arrivati due carichi da novanta come Veloce come il vento e il postumo Non essere cattivo.
Il Fast and furious romagnolo portava la firma di un tal Matteo Rovere, già fattosi notare in passato per aver diretto Gli sfiorati, tratto dal romanzo omonimo di Michele Serra, e dopo il suo menage a trois con Stefano Accorsi e Matilda de Angelis aveva una carriera lanciata già da giovanissimo. Morale della favola: si toglie finalmente lo sfizio di fare quello che è il film dei suoi sogni.
Un film sulla nascita de Roma.
Ahò, perché qui mica se sta a scherzà!
Siccome poi è un ragazzo umile e modesto, si fa dare qualcosa come otto milioni di euro per realizzare uno dei primi kolossal moderni italici. Che se per quelli di Hollywood otto cucuzzoni sono il resto che danno quando vanno a prendere il caffè, per noi sono qualcosa di impensabile.

Ecco come i debiti hanno ridotto il povero Rovere...

Col cinema italiano, come tutti quelli della mia generazione, ho sempre avuto dei seri problemi. Pellicole nate già vecchie e che non riuscivano a prendermi, perlopiù, fatte da registi che dovrebbero essere in età pensionabile ma che si apprestavano invece al loro esordio. Certo, ho dei registi italiani che ho sempre seguito, ma se la maggior parte delle mie visioni sono estere un motivo ci sarà.
Eppure sono uno di quelli che ci vuole credere fermamente a tutti i costi e che, nei limiti del possibile, vuole sempre dare una chance a qualcosa di nostrano.
I limiti sono perlopiù la distribuzione.
Perché in Italia sembra essere molto difficile vedere i film fatti in Italia e questo non fa eccezione - con le bischerate dello Zingaro abbiamo dovuto aspettare la maxi-vincita ai David per vederlo nella mia città - nonostante tutto quel battage pubblicitario clamoroso e senza precedenti che non ha risparmiato manco i social. Questo Il primo re non fa eccezione.
L'unica cosa che posso dirvi è quella di andare a vederlo al cinema in massa quando potete, perché è un gran film e si merita tutto il successo possibile. In modo che magari anche i distributori capiscano che ogni tanto (solo?) fanno degli errori di valutazione non da poco.
Qua abbiamo delle eccellenze tutte italiane che dimostrano come possono fare le chiappette a brandelli agli ammerigani sul loro stesso campo e con molto meno. Non sto scherzando.

Credo di aver salutato la mia eterosessualità.
Ammesso e non concesso che sia mai esistita...

Tra le intenzioni di Matteo Rovere c'era anche quella di avere una troupe interamente italiana per fare vedere come le eccellenze, in special modo giovani, possano lavorare perfettamente anche qui da noi. Non contento, decide anche di chiamare dei linguisti perché tutti i dialoghi, voce narrante del trailer a parte, devono essere in proto-latino arcaico, completando il tutto con un pizzico di indoeuropeo che non guasta mai. Gli indoeuropei, casomai ve lo steste chiedendo, erano i musicisti indie dell'antichità.
Siccome poi piace tirarsela, chiama Daniele Ciprì - che poi, Danielone caro, quand'è che fai un altro film come regista? - come direttore della fotografia per girarlo tutto con la sola luce naturale, tipo Barry Lyndon e Revenant, solo senza le telecamere della NASA o la color correction.
Il risultato è un film che più alla pellicola dell'orso che si ingroppa DiCaprio volge lo sguardo al Valhalla rising di Refn, anche senza tutta l'esasperata lentezza delle avventure di One Eye, ma nel senso che nonostante i costi si basa su una ricerca ossessiva del particolare, molto minimale negli aspetti ma eccelsa in quella che è la resa visiva. Molto con poco, per certi versi, anche se film simili qui da noi si possono realizzare solo con molto dispendio, il che giustifica il budget. Della scampagnata norrena di Refn invece condivide la cattiveria in ogni singolo aspetto.
Non c'è un aspetto che venga addolcito nel picnic a Roma-rock. Violenza, arti mozzati, ferite esposte e infette, fino a sorrisi a ventiquattro denti, tutto in nome del massimo realismo possibile. Che diciamolo, questi vichinghi da film che tutti sporchi mostrano dei sorrisi hollywoodiani hanno rotto.

# I pischelli coi coltelli / i miei fratelli #

Dietro la patina di sporco però sta anche il resto. Credo che le maestranze italiche esistano, solo che non hanno la giusta occasione per palesarsi, però imbastire un film unicamente con un mero sfoggio di mezzi aiuti davvero poco il cinema. Il primo re è anche molto altro, anzi, se proprio vogliamo trovargli un difetto a mente fresca (quindi ripresici da questa overdose di ultra-violenza ed esaltazione) è proprio quello di avere troppo al proprio interno a favore di una storia lineare e che, derivazioni mitologiche a parte, tutti conoscono.
Niente lupa, i lupetti al massimo sono i capi scout che hanno dato le indicazioni alla troupe su come sopravvivere nella foresta, solo popolazioni semi-nomadi e il rapporto che la storia ha con questi due strani fratelli. Nel mezzo il concetto della fede, non per nulla il film si apre con una preghiera e per tutta la prima parte è imbastito su delle forze mai palesate e messe sempre in dubbio, ma delle quali si tiene una timorosa considerazione. A governare il tutto il rapporto fra i fratelli, la lotta per il capo, il senso del comando, la voglia di costruire e l'abbracciare una fede o combatterla.
Per una storia lineare come un tema delle scuole medie c'è forse troppo. Alcuni lo hanno visto come un limite, io invece come un valore aggiunto, specie perché arricchiscono una trama che già tutti conoscono e danno a personaggi granitici una piacevole tridimensionalità.
O semplicemente li fanno apparire come umani, esseri che hanno paura dell'ignoto e di ciò che non conoscono. E come si fa a non avere paura, quando sai di essere un granello di sabbia e che a poca distanza c'è il mare?

La prossima volta è meglio leggere le recensioni su Tripadvisor...

Il primo re è un film interamente giocato su questa diegetica spiritista. Si parla sempre di un'entità superiore e degli spiriti, soprattutto per quello che concerne la parte nella foresta, con tanto di trip allucinogeni. E alcuni punti sulla faccenda rimangono volutamente insoluti.
Così come viene un po' sacrificato per motivi di minutaggio il personaggio di Romolo, che ha modo di manifestarsi solo nella macbethiana seconda parte ma che, non per demerito di Lapice, Remo ne esce assolutamente vincitore e Borghi, ancora fresco a memoria collettiva per la sua parte in Sulla mia pelle, si conferma come uno degli attori di punta dell'attuale panorama italiano. Credo che quel combattimento finale (oh, non cacate la minchia con la storia degli spoiler...) abbia il suo interno un carisma e un pathos in grado di mangiarsi da solo metà delle grosse produzioni che puntano proprio su quello.
Questo perché in quel pezzo c'è tutto quello che non solo una storia di questo tipo, ma una storia in generale, deve avere: il dolore, la sofferenza e la distruzione interna di due personaggi, che vedono la loro vita stravolta dalle loro scelte. Ma è proprio da quelle scelte che si nota la differenza fra loro e sta quello che per me è il punto forte del film, più della fotografia, della regia, della perizia tecnica e di tutte le pippate d'essai di questo mondo. Abbiamo due personaggi che compiono una scelta, chi di distruggere e chi di unire. E chi semina fuoco, muore bruciato dalla stessa paura che voleva combattere.

"Ti sei accertato che Jean Jacques non sia uscito di casa?"

Quando ci sono operazioni simili metto sempre un voto tarocco: a quello che volevo mettere inizialmente tolgo dei punti cardine. Quindi uno in meno per l'aspettativa troppo elevata, uno perché ci sarà dell'orgoglio patriottico che non mi può far essere obiettivo e un altro perché questo film gioca scorrettamente nei miei confronti.
E il voto rimane comunque alto.
Ma davvero, è impossibile uscire dalla sala indifferenti quando senti quel discorso finale così fomentante, in grado di spazzare via con un soffio tutti i #thisissparta del mondo.
E il fatto che tutto questo sia riuscito a darmelo un film italiano mi rende felicissimo.





6 commenti:

  1. Davvero interessantissimo, ma per me troppo accartocciato su stesso. Trama che ruota su poco, pochi personaggi e non abbastanza evoluti, due ore in attesa del finale che noi italiani sappiamo già bene. L'effetto sorpresa potrebbe fare meglio all'estero. Ovviamente il tutto è pienamente sufficiente, ma perché me lo rendono memorabile la perizia del lato tecnico e la bravura di Borghi.

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    1. La trama in sé sì, ruota su poco, ma per me sono tutte le sfumature che stanno nel mezzo a dare vero valore alla pellicola, per me. Nell'andare su strade già rodate (non per nulla la parte l'ho definita "macbethiana") lo fa con grande stile, forza e carisma.

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  2. Anche a me ha ricordato Valhalla Rising, ma in senso negativo... l'ho trovato coraggioso (per essere un film italiano) ma anche ripetitivo e di una pesantezza indicibile. Pur apprezzando lo sforzo, onestamente non lo rivedrei.

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    1. E dire che io l'ho trovato molto più fruibile, in senso ampio, delle avventure di One-Eye ^^'

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  3. Bellissimo film . Lo aspettavo da sempre! ♡ Ora posso non andare più al cinema. Tanto ci fanno la serie tv ;-P

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    1. Quella vedremo cosa ne verrà fuori, anche perché la vedo dura da un soggetto così esile...

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U