giovedì 14 febbraio 2019

La casa di Jack - The house that Jack build




America, 1970. Jack è un ingegnere che sognava di diventare architetto con degli evidenti problemi mentali e dalle tendenze ossessivo compulsive. Dopo l'assassinio di una donna che gli ha dato dell'idiota, si convince che deve proseguire nell'uccidere perché l'omicidio è una sorta di forma d'arte. Inizia così la sua personale ricerca verso la perfezione...


Secondo la psicologia, i meccanismi di difesa sono operazioni automatiche inconsce a cui l'Io freudiano (Sigmund Freud, da non confondersi con Freud Flintstone) ricorre per padroneggiare l'angoscia e risolvere i conflitti intrapsichici. Essi possono portare a padroneggiare l'angoscia o ad applicare un suo adattamento, tutto dipende da noi e dal nostro modo abituale di scontrarci con le situazioni problematiche.
Tra questi, ad avermi più incuriosito è quello della sublimazione, ovvero quando le proprie pulsioni vengono deviate verso mete socialmente più accettate. E' un processo socialmente adattivo che porta il soggetto stesso a trarre giovamento perché gli permettono di scaricare le pulsioni istintive che motivano il comportamento. Avete presente quando si parla "dell'artista che scarica la propria aggressività nella propria arte"? In soldoni è quello, né più né meno. Che poi ad alcuni faccia strano e non diano per scontato che l'arte nasce proprio da un malessere interiore è qualcosa che non ho ancora saputo sublimare.
Ho pensato a questo nel vedere The house that Jack built. E diciamolo, tutti avranno pensato che il "buon" Lars, se non avesse fatto il regista, chissà cosa sarebbe ora...

Sorridi: sei in un film di Lars Von Trier!

Chi mi conosce sa come la penso su Lars von Trier, il cinico Lars von Trier, l'elitario Lars von Trier, l'ars della Danimarca che instilla il suo colto furore nelle mente dei semplici ignavi.
Mi sta sul cazzo come pochi.
Per quanto ami alla follia il suo Dogville e mi piaccia qualche film sparso nella sua produzione, non ne ho mai sopportato i toni, sempre facenti parti di quell'intellettualismo fine a se stesso, ostentato a tutto tondo e che alla fine poco aggiunge a quanto il film stesso vorrebbe raccontare, invischiando nelle proprie pippe mentali dei ragionamenti che alla fine non elevano, fanno solo uno sfoggio di cultura che non porta a informarsi, non mette voglia di imparare e lascia l'impressione del secchione della classe antipatico che si slaccia i pantaloni e ti dice di guardare quanto piscia lontano.
La nota positiva, motivo per cui non perdo mai ogni sua fatica, è che delle riflessioni le porta sempre e per capire come mai finisca per starti così in equilibrio precario sul pipo deve farti pensare parecchio.
Nel frattempo, tu sei lì che caschi nella sua ennesima provocazione.
Ecco, le provocazioni. Il punto forte della sua cinematografia. Non può far uscire un film che già ti chiederai cosa si sarà inventato stavolta per shockare il suo pubblico e quale profonda riflessione nascondere dietro ciò. Poi mi criticate un Gaspar Noé che, alla fine, fa quasi la stessa cosa, ma non ha bisogno di orpellarla più del dovuto e la mostra per quella che è.

Quando vuoi fare avanguardia, ma in realtà avevi gli spicci contati per la cartoleria...

Capite quindi che quando un tizio simile fa un film su uno che si chiama come te, diventa una questione d'onore. Se poi è dal 2006, dai tempi de Il grande capo, che non dirige un film con un protagonista maschile, allora è il momento in cui cominciai a pensare di essere fottuto.
Fa strano vedere un film di questo autore che si apre con un uomo che parla e capire che quella voce è quella del protagonista. Fa strano pensare che vedrai tutto attraverso gli occhi di uomo, quando uno dei meriti che si possono dare a Larsone nostro è proprio quello di aver saputo descrivere delle donne indimenticabili, forse più degli stessi film che parlavano di loro. Stavolta però tocca a un uomo. A Jack.
Trier, che il von se l'è auto-imposto, non ha mai parlato di personaggi allegri. I suoi sono soggetti malati, disturbati, figli dello stesso disagio che dice di provare da sempre, e Jack non fa eccezione. Se c'è una cosa che il Danese sa fare, è quello di tirare fuori il meglio dei suoi attori, di saperli piazzare e di instillare in loro il mood giusto. Può stupire quindi vedere un attore come Matt Dillon, volto celebre di numerose commediacce americane, e di vederlo perfetto nel ruolo in quella che si prefigura come l'interpretazione della vita. Trier ci piazza così a un punto della vita di un uomo mediocre, schiacciato da un esistenza anonima nonostante una cultura superiore alla media e che trova nell'omicidio la sua nuova via. Non per nulla, a colpire è il fatto che il primo assassinio avvenga dopo che la donna a cui dà aiuto lo chiama "Stupido".

Quando mi toccò fare l'animatore in una colonia estiva finì grossomodo così...

Se poi noi italiani dobbiamo farci riconoscere, è proprio nella gestione dei titoli. La casa di Jack non differenzia molto da quello originale, ma dà un significato del tutto diverso.
Jack uccide per svariati motivi, come dimostra nella sequenza animata, ma soprattutto quelli che ci racconta sono omicidi di gente stupida. E non che il protagonista nella gestione dei suoi delitti dimostri molto acume, ma è proprio il comportamento delle vittime che lascia a tratti davvero sbigottiti e che apre poi la più grande delle parentesi di tutto il film, ovvero quello della creazione degli idoli. Per Trier, che la vera creazione può seguire solo dopo una grande sofferenza da parte dell'artista, ogni creatore è in parte un assassino, una persona in forte antitesi col mondo e che in esso non trova il proprio luogo. L'unico luogo che riesce a dargli una serenità è proprio quello delle sue opere, questo rappresenta il costruire omesso dal titolo italiano e che offre un quadro generale d'insieme, per quanto non molto convincente.
Tempi barbarici portano a idoli non all'altezza. Un'assenza di amore per l'arte, porta a essere simple. Trier cerca di fare alla sua personalissima maniera un manifesto d'amore per l'arte e, allo stesso tempo, una sorta di autocritica alle sue stesse opere, tanto da arrivare a mettere spezzoni dei suoi film quando si fa - l'ormai ovvio - paragone fra un assassino e l'artista. Che il tutto assurga una sorta di autobiografia, dove Jack ha le sue medesime fobie e manie, diventa quasi lapalissiano.

Sai dove puoi appenderla la tua opinione?

Trier deve avercela molto elastica, perché se la tira parecchio. Cosa debba avere non lo so, ma nelle sue opere è sempre palese uno sfoggio di ego impressionante e, benché le auto-citazioni non siano una novità, come il bambino di Nymph()maniac, qui ho trovato che si arrivasse quasi al ridicolo, con una supponenza autoriale che francamente non riesco ad apprezzare interamente.
Anche perché tutta l'arguzia, i soliloqui, i botta e risposta fra Jack e Verge li ho trovati lunghi, troppo lunghi, e con tutto lo sfoggio culturale di cui sopra che, più che a una persona intelligente, mi ha fatto pensare a una erudita, netta differenza fra le due cose. Senza contare che il tutto assume dei toni molto confusi nella narrazione, nei capitoli ci vengono mostrati solo una manciata di fatti e noi sappiamo che fra uno e l'altro ne sono avvenuti diversi, ma il perché ci debbano essere mostrati proprio quelli, così come anche i motivi che hanno portato Jack ad assumere quella patologia risultano confusi e non del tutto soddisfacenti.
Si reitera il suo narcisismo, tipico dell'autore, che in quell'uomo mette molto (o tutto, dipende da come la si vuole vedere) di sé, ma alla fine più che a un discorso specifico si ha come l'impressione di aver visto un enorme pippone a due mani che a nulla porti se non a sentirsi dire quanto è bravo. Insomma, un po' il solito col nostro.
Che si spinge sempre oltre, mai contento, e noi da bravi fessi sempre a seguirlo perché bisogna ammettere che sa come mantenere viva l'attenzione nonostante la ridondante complessità ricercata dei suoi film.

Non invidio i tecnici che hanno dovuto fare questa scena.

Perché se è vero che non può ispirare molta simpatia, è innegabile la sua perizia tecnica. Trier è sempre fedele a sé stesso, al di là di quello che si può pensare di lui non è mai sceso a compromessi col proprio stile e ha sempre fatto ciò che aveva in mente. La cosa non cambia nell'ultima parte, la catabasi (la discesa di una persona viva nell'Ade o nell'Inferno), dove Jack è un novello Dante che viene accompagnato negli inferi dal suo personale Virgilio, colui col quale per tutta la durata del film compie un continua botta e risposta, dove la cinica razionalità viene dell'uno viene affascinata di continuo dall'immersione nella crudeltà dell'altro.
Ma è una fuga senza salvezza, come ci mostra quel finale. Perché per quanto un artista debba sempre non solo accettare, ma sprofondare dentro il suo lato oscuro, alla fine gli sarà impossibile districarsi da quel male, specie quando vuole intraprendere una strada impossibile al di là degli avvisi di chi gli dice che nessuno ce l'ha mai fatta prima.
Non so se questa è la via che Trier (pre)annuncia per sé stesso o per tutti gli artisti in generale. Data di fatto che manco a questo giro, nonostante degli innegabili pregi e delle immagini di bellezza assoluta, come suo solito, è riuscito a convincermi.
Sarò uno dei simple che Mr Sophistication , così come si fa chiamare Jack a una certa, sceglie come vittime. Sarà che sono uno che si diverte a guardare Sanremo e a cui le provocazioni piacciono fintanto che riesce a scorgerne una buona (per lui) giustificazione, ma io e il danese viaggiamo su poli un po' opposti.

Puoi essere hater quanto vuoi… ma va' ammesso che Vontrie sa il fatto suo.

Pur non rinnegando l'amore per quel suo film, concludo dicendo che l'arte è bella anche per questo, per tutte le varie forme espressive (al di là del fatto che piacciano o meno) che riesce a esercitare e per tutte le menti che vi stanno dietro. Saper accettare che esistono varie forme e rispettare ognuna al di là delle proprie opinioni e dei propri gusti personali, è una forma d'arte a sé.
Unica cosa, diffidate da chi lo descrive come un film insostenibile. Certo è violento e scene schifide non mancano, ma Lars stesso ci ha abituati a cose ben peggiori.





2 commenti:

  1. Ti ho letto con un occhio solo perché è tra i film che ho da vedere, quella citazione a Bob Dylan è sfiziosa, ma ormai da "Vontrie" mi aspetto solo provocazioni a cui non abbocca (quasi) più nessuno, proprio per quello stavo rimandando la visione, grazie per la spintarella. Cheers!

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    1. Mah, in realtà ci "abboccano" diversi, ha un folto numero di estimatori. E per certi versi è giusto così, sa far parlare di sé a prescindere.
      Il problema, per me, è sempre il suo modo di provocare. "Dogville" mi è piaciuto tanto per il concetto che i modi esprimevano, certe volte invece le sue provocazioni le trovo davvero fini a se stesse...

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U