domenica 17 febbraio 2019

La favorita - The favourite




Durante il regno di Anna Stuart, in Inghilterra, ad aiutare e consigliare la regina dalla cagionevole salute è Sarah Churchill, duchessa di Marlborough. I delicati equilibri di palazzo, resi ancora più difficili dalle varie forze politiche che battibeccano sulle soluzioni da prendere per la guerra contro la Francia, verranno incrinati ulteriormente dall'arrivo di Abigail Mashan, nobile decaduta e lontana cugina di Sarah, che si contenderà con la parente le simpatie della Regina...


Siccome sono una persona estremamente monotona, a causa della loro partecipazione a Sanremo e all'uscita del loro best-of, sto parlando un sacco dei Zen Circus. Il mio timore, legato alla kermesse ligure, era che si snaturassero a favore del grande pubblico ma, con sommo gaudio, la cosa non è successa, L'amore è una dittatura è un signor pezzo e meritava tutti i premi possibili, anche quello come miglior interpretazione femminile e ciao a tutti belli e brutti.
Per un artista mantenere una propria identità, per quanto in continua evoluzione e preposta a dei naturali cambiamenti, è l'essenziale non solo verso se stesso, ma anche verso il suo pubblico - anche se io sono uno di quelli che ama chi sperimenta in continuazione. Il passaggio americano è spesso una tappa obbligata per tutti quelli che sono riusciti a far parlare di sé ma, se con un paio di asiatici è andata abbastanza maluccio, Lanthimos è riuscito a essere fedele con sé stesso su tutta la linea.
The lobster e The killing of a sacred deer sono due film dove, al netto delle personali preferenze (preferivo i due lavori in madrepatria), il greco ha saputo mantenere inalterato il proprio stile. Ma è con questa The favourite che si gioca il tutto per tutto.

Ognuno ha le entrate in scena che si merita...

Per la prima volta, il buon Yorgos non parte da un proprio soggetto o da una sceneggiatura scritta dall'inseparabile collega Efthymis Filippou (lo so, sembra il nome di una malattia venerea...) ma da uno script di Deborah Davis e Tony McNamara.
Il rischio era di ritrovarsi con uno di quei soliti polpettoni storici da domenica pomeriggio ma, a sorpresa, non è così. Non solo Lanthimos mantiene inalterato il proprio occhio, con quella sua visione distorta e asettica del mondo, ma il soggetto stesso sembra perfettamente essere nelle sue corde e si ri-annoda al discorso fatto precedentemente nei suoi film passati, ovvero alla descrizione di un mondo corrotto e abitato di personaggi perennemente in bilico fra il bene e il male, dove i colori netti si annullano e (sovr)abbondano le sfumature, anche se tendenti allo scuro.
Se proprio dobbiamo trovare un difetto alle pellicole del regista greco, era proprio quello di avere dei soggetti talmente geniali  da non riuscire a mantenere un livello adeguato per tutta la durata, tanto che dopo la classica partenza-bomba finivano per girare su se stessi fino a qualche momento di stanca davvero notevole. L'ultima parte dell'aragostone raccoglie diversi di questi esempi, a parer mio.
The favourite invece fa un percorso inverso, parte da quello che può essere il più basilare dei racconti (dalla trama sembrerebbe un qualsiasi dramma in costume) per poi concentrarsi su tutte le spirali di tradimenti, sotterfugi e situazioni assurde che si consumano all'interno del palazzo regale.

Vedi alla voce: "grandangolo".

Il tutto si basa su quello che, al di là delle naturali esagerazioni utili ai fini della pellicola, fu un triangolo davvero esistente, così come realmente esistenti furono i personaggi di Sarah e Abigail. Il film non scende mai troppo nei dettagli storici, lascia quelle che sono le faccende della Storia fuori dallo schermo per concentrarsi su quello che avviene fra le mura del palazzo, gli intrighi interni che, da politici, diventano preferenziali e infine possessivi. Non un semplice mostrare quelli che furono i fatti, ma un attento estrapolarli dal contesto di appartenenza per analizzare l'animo umano come sempre fatto da Lanthimos.
Il film parla quindi di una atipica scalata al potere e di tutte le gestazioni che questa operazione comporta nei nuclei interni di quell'ambiente, mostrando il gioco a scacchi fra tre donne diverse fra loro ma ognuna con i propri demoni.
Se Abigail è disposta a tutto per riottenere lo status perduto, lei così abituata a sporcarsi le mani dopo che il padre la perse in una partita a carte, Sarah è colei che di nascosto tiene i conti di palazzo, gestisce il potere e le imprese politiche, con una mano di ferro e una decisione di carattere in grado di renderla quasi inumana nella sua freddezza e determinazione.
Non è solo un gioco di potere, ma è anche un lento e inesorabile mostrarsi di quella che è la vera natura di queste giocatrici. Se Abigail si presenta inizialmente spaesata e ingenua, mano a mano che i minuti scorrono tirerà furi quello che è il suo vero lato oscuro; al contrario, Sarah sostituirà la sua iniziale impassibilità con una fragilità più umana di quello che si può pensare, quella di una persona che rischia di perdere tutto quello su cui ha basato la propria vita.

Io dalla Weisz mi farei sparare molto volentieri...

In mezzo a queste due giocatrici, la regina. Un personaggio molto più complesso di quanto possa sembrare, lei così fiaccata dalla vita (il fatto che abbia perso più di una decina di figli e che li abbia sostituiti con dei conigli a cui diede i rispettivi nomi è vero) e non più in grado di reggere il peso che la sua posizione comporta, una persona in balìa della propria mente ormai non più lucida che forse vuole solo essere apprezzata realmente, al di là del suo status nobiliare.
Ci sono un paio di momenti che la vedono come protagonista assoluta, quelli in cui mostra tutta la sua fragilità e dove quell'opprimente senso di compressione, dettato anche da un uso così insistente del grandangolo che deforma le immagini e gli ambienti, diventa totalmente assente. Resta solo lei, in preda alla sua confusione, ed è una scelta bellissima quella di deformare col grottesco e con tutti i trucchi che il cinema porta i battibecchi politici e lasciare una messa in scena più realistica, senza orpelli ma guidata solo dalla bravura di Olivia Colman, un momento simile. Il potere e la caccia alla sua conquista porta a deformazioni, brutture, azioni assurde e impensabili, ma alla fine quello che resta è solo il caos. Spesso interiore.
Così come al potere ci si può avvicinare con ogni sotterfugio, ma la differenza fra chi è nato per regnare e chi ci si avvicina solamente resterà sempre. Non ci sono vie di fuga, solo prigioni più grandi.

"Ti lamenti di Lanthimos? Pensa se ci capitava Greenaway…"

Lanthimos ha uno stile personalissimo e lo vuole ribadire a ogni costo, per quanto la sceneggiatura si avvicini quanto mai possibile alle sue corde. Piazza un paio di auto-citazioni (i commensali banchettano con cervo e aragosta - hai capito Lars?) e continua dritto per la sua strada, a fare un tipo di cinema che pochi altri potrebbero sostenere, per quanto parte da un'idea non sua. In tutto questo, un tris di attrici spettacolari che si rubano la scena l'un l'altra, tanto che rimane impossibile decidere quale sia la migliore fra le tre.
Ed è curioso che un film simile, dove tre donne si gestiscono un potere che le manda sempre più in rovina, esca proprio in un periodo storico come questo.
Così come è curiosa la magra figura che ne fanno gli uomini, anche loro messi ai margini della narrazione e decisamente sottotono (volutamente) rispetto alle controparti femminili. Ma sono le donne che hanno la stoffa del comando, anche se costrette a farlo dietro le quinte il più delle volte.
Lanthimos, insieme a Davis e McNamara, non è intenzionato a fare del femminismo spicciolo, quanto a ritrarre il marcio esistente da sempre nell'animo umano, tranciando i confini e gestendo la Storia a proprio piacimento, senza le digressioni di Tarantino o la spettacolarizzazione di Scott. Ma con la sottigliezza del marcio che alberga in ognuno di noi fin dall'alba dei tempi.

"Fidati, balli meglio te di Gosling."

Anche senza aragoste, alfabeti camuffati, identità violate e sacrifici un tanto alla paternità, Lanthimos riesce a shockare, a lasciarti addosso quella strana sensazione di sporco e di squallore. Come aver fatto i gargarismi con la merda.
Questo per me riesce solo a chi ha qualcosa da dire.





4 commenti:

  1. Lanthimos è intelligente, e anche molto, molto furbo. Dopo il "cervo sacro" (e i relativi fischi di Cannes) ha capito di essersi incartato in una deriva grottesca da cui non sapeva come uscire, ed ha quindi accettato un lavoro su commissione, non scritto da lui, in cui però ha saputo riversare tutta la sua idea di cinema: una società spietata e competitiva a tutti i costi, votata all'autodistruzione, senza umanità nè grazia (ben rappresentata dall'incredibile cinismo di questa "guerra dei Roses" tutta al femminile). Tanto di cappello.

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    1. Ci credi che non sapevo dei fischi? E a me il Cervo era pure piaciuto...
      Qui sì, ha confermato la sua bravura, soprattutto perché non è sceso a compromessi nonostante la non-paternità. Chapeu!

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  2. Film che ho adorato, ma... Non vorrei essere la solita rompiballe, ma è più forte di me: la regina ha effettivamente perso 17 figli, ma non li ha mai "sostituiti" con dei coniglietti. Che, tra le altre cose, diventarono popolari come animali da compagnia soltanto un secolo dopo... :)

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    1. Avevo letto che pure quel particolare era vero e che fece da apripista a quella "moda" 😱

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U