mercoledì 20 marzo 2019

Climax




Una compagnia di ballerini francesi si ritrova a provare un'importante coreografia in un collegio in disuso e, alla fine degli allenamenti, inizia una festicciola fra giovanissimi. Qualcuno mette però dell'LSD nella sangria, con tutte le estreme conseguenze del caso...


Gaspar Noé è un po' come quel tizio che nessuno vuole invitare alle feste perché fa casino, ma che tu speri riesca a intrufolarsi perché sai che non puoi reggere troppo a lungo i discorsi dei tuoi coetanei che mettono su famiglia, facendoti chiedere perché hai accettato l'invito all'ennesimo ritrovo dei coscritti. E' anche un po' come quel tipo strano che, prima di vendere per cinquemila lire sua madre a un nano, quelle rare volte che alle feste viene invitato si presenta da te con un look ai limiti del kitsch per chiederti: "Questa giacca sembra voler dire Ehi, guardatemi?"
Insomma, tutte cose per cui lo amo.
Per contraltare, lo paragono sempre a Lars Von Trier. Entrambi due folli provocatori seriali, due tizi sicuri del loro talento e che ci tengono a farlo vedere e che, prima di pensare a che film fare, pensano a chi e come provocare. Ma se il primo ricopre la provocazione di intellettualismo e pare meningiali, il secondo te la spiazza per quello che è.
Una provocazione.
Magari (sicuramente) meno bravo del collega danese, ma per certi versi lo trovo più onesto, anche se va preso a piccole dosi.

"Vuoi salire a vedere la mia collezione di vhs?"

In narrativa il climax è il punto di tensione massima della vicenda. Ecco, immaginate di vivervi tutta una serata con l'ansia perché fuori dal bar potreste incontrate quello a cui dovete molti soldi e temete che possa suonarvele: voi che girate fra la gente sperando di fare i mimez è la suspense, quando poi sentite dietro di voi uno che parla con la voce del big-jim che temete e chiudete gli occhi nella speranza che non si accorga di voi, quello è il climax*.
Il climax è stare con gli occhi chiusi ad attendere il colpo. Il colpo è quando l'azione parte e la vicenda prosegue nella narrazione. Se proprio vogliamo dirla tutta, il climax può essere un arrestarsi dell'azione nell'attesa che questa deflagri.
Bene, il nostro Mosé Noé ha lavorato su questo.
Per farlo, si è basato su quella che è una storia vera (traduzione: una leggenda metropolitana) e ha scritto (sempre secondo un'altra leggenda che circola ogni volta che il nostro si mette al lavoro) una sceneggiatura di cinque pagine.
Sì. Cinque…
Pare che l'unica scena che abbia avuto un vero e proprio studio di regia, posizionamento della mdp e coreografia sia proprio quel lungo piano sequenza che dà il via agli sviluppi.


A parte Sofia Boutella - e qua prego cordialmente di non fare analogie col suo cognome a quello che vorreste fare insieme a lei - nessuno ha delle esperienze pregresse di recitazione, sono tutti ballerini che seguono delle indicazioni lasciate da Noé e lasciati liberi di improvvisare. Questo ha apportato due significative questioni, a prima è che nessuno dei quasi venti personaggi coinvolti ha una vera e propria personalità e, quando accennata, mai davvero esplorata, e il secondo è che proprio la regia ha dovuto adeguarsi a quelli che erano i movimenti scelti dagli attori, anche se la lunghezza e l'accuratezza dei molti piani sequenza lascia alcuni dubbi.
Strana è anche la gestazione dei tempi, estremamente dilatati. Basti pensare che al prologo bianco che fa intuire come deve essersi concluso tutto, seguono i provini fatti ai ballerini, poi la sequenza riportata qui sopra, poi stralci di dialogo fra i vari componenti dove vengono ricostruite alcune dinamiche interne e poi ancora delle riprese dall'alto della loro esibizione. Dopo queste ultime, il delirio.
E diciamolo, è un delirio abbastanza contenuto, per quelli che sono gli standard tipici di Noé. Niente facce spaccate con un estintore, anche se forse per un pubblico non molto avvezzo a questo genere di film può risultare comunque indigesto. Infatti non voglio immaginare che idee si siano fatti gli attori non professionisti sul mondo del cinema a riprese finite.

"Qui stanno tutti fuori di testa…"
"... ci avevano detto che è così quando si lavora per Noé."

Che questo regista abbia un ego a dir poco sproporzionato è risaputo e qui ce lo dimostra con lo stravolgimento dei tempi e dei titoli, basti pensare che inizia coi titoli di coda, a metà arrivato quelli di testa e solo alla fine, in pure #nolanstyle, il titolo, quindi questo suo prendere per i fondelli sta un po' come "il film e mio e faccio il c@#€o che voglio io", anche perché all'ultra-violenza alla quale ci ha abituati sempre lascia uno strano realismo che sconcerta in maniera uguale e lascia atterriti non tanto per quello che si vede sulla scena, ma proprio per la dinamica e la naturalezza con cui tutto avviene.
Se la mancanza di caratterizzazione dei personaggi potrebbe dare fastidio, basta solo l'impalcatura che hanno fin da subito: quella di ballerini, di persone che del proprio corpo devono avere un controllo a dir poco maniacale e che qui, in preda ai fumi dell'LSD, si ritrovano regrediti a uno stadio animale. Tutto avviene in maniera graduale e Noé si limita a seguire con la macchina da presa il tutto, in maniera quasi documentaristica, solo con le sue luci sparate, i colori che si alternano e quel senso di sporco opprimente che non lascia mai fon dal primo minuto, vero marchio di fabbrica del regista argentino.
Lui li segue, lascia che siano le azioni e le immagini a parlare - davvero, si potrebbe guardare anche senza audio per capire tutto - e crea uno degli esercizi di stile più violenti visti di recente. Questo perché anche l'anonimato dei personaggi favorisce una macabra immedesimazione: nelle stesse condizioni, noi faremmo lo stesso o no?

Una scena di Mrs Doubtfire immaginata da Noé.

Il film è stato presentato per la prima volta al Torino Horror film Festival (il TOHorror) del 2018, ricevendo un generale apprezzamento, ma è davvero arduo incasellarlo in un genere, così come per tutti i film dell'argentino. L'unica certezza è che lui prosegue nel narrare quella che è la sua umanità, quella dominata dallo schifo, dall'ingordigia ma che, in mezzo alla merda, riesce a scorgere dei barlumi di bellezza. Qui sembra venire meno anche questo suo aspetto, si riconosce che la convivenza civile è impossibile e, cosa tipica del suo cinema, la maternità è sempre osteggiata nella peggiore delle maniera - seriamente, che ha con le donne che devono partorire?
La convivenza civile è impossibile mentre la morte è un'esperienza bellissima, come annunciano due sottotitoli, e prima e dopo vediamo solo causa ed effetto di quella notte folle che ha segnato irrimediabilmente venti persone.
All'orrore vero e proprio si associa col body horror, asservendosi delle contorsioni di alcuni ballerini che continuano a ballare anche da strafatti. Non c'è mai una fine a questo film, la musica è onnipresente e la macchina da presa non sta mai ferma, oltre a non uscire mai da quell'edificio, tanto che la vera protagonista sembra essere la claustrofobia.
Ma oltre a lei, anche la prospettiva.
Climax nel suo non voler dire nulla è un film interamente basato sulla prospettiva, tanto che quei lunghi corridoi e quell'aula magna dove provano tutti sembrano delle entità a sé.

Mi ricorda una festa dalla quale scappai...

Una scenetta che mi ha colpito avviene per pochi secondi dopo l'intro danzereccia: un ragazzo ci prova con la Boutella e lei gli dice che non vuole baciarlo davanti a tutti.
Con un sessuomane come Noé, lascio intuire eventuali prosegui…
Ecco, un passaggio piccolissimo ma che spiega da solo tutto il film, delle barriere umane crollate e della danza che diventa prima arte, poi totemica e a trip degenerato solo un ammassarsi di corpi che cozzano fra loro anche con l'intento di uccidersi. E la prospettiva, sì.
Nel seguire i suoi personaggi la telecamera assume sempre delle diverse variazioni, così come varia l'ampiezza dei corridoi e anche le luci che li invadono. Ma è solo alla fine, quando ogni lucidità sembra essere perduta, che abbiamo quella straordinaria ripresa ravvicinata al pavimento al contrario. Le luci sono ancora più soffuse e i corpi, complice anche l'essere a testa in giù, poco distinguibili fra loro. Alla fine variando la prospettiva Noè ci mostra la nostra vera natura, quella di bestie civilizzate a malapena distinguibili l'una dall'altra che lottano per il nulla, unicamente in preda al proprio istinto. Tutte cose accennate nei piccoli discorsi verso l'inizio e che qui trovano la deflagrazione massima, con l'annullamento di tutte le sovrastrutture che davano una parvenza di umanità e civiltà.
Noé non dice nulla di nuovo. Non gli è mai interessato farlo. Ma raramente si vede (quello che per alcuni può essere) l'ovvio espresso con una forza.
Un film che non si dimentica facilmente, anche solo per le sensazioni negative che lascia.

Vai col limbo!

E' curioso anche che un film simile capiti in questo periodo, specie dopo l'arrivo di due pellicole come Suspiria e The house that Jack build, film estremamente diversi fra loro ma che in realtà in comune hanno molto.
Perché se con lo pseudo-remake di Guadagnino Climax condivide il tema e la pratica della danza, con il lungometraggio del già summenzionato danese ha invece quello della follia latente. Tutti e tre, invece, sono una pura esaltazione dell'arte, a loro modo e coi modi dei rispettivi autori.


* se Umberto il buttafuori sta leggendo questo articolo, confermo che i suoi soldi arriveranno a breve, non c'è bisogno di agitarsi e lo pregherei di non lasciarmi più gatti morti sotto casa come monito…





4 commenti:

  1. La guardabile mora con il vestitino nero ha contribuito molto a far si che il film, mi si piantasse decisamente in testa, mi è piaciuto più di quello che mi sarei aspettato, non è solo un esercizio di stile. Dici bene questo completa un’ideale trilogia con “Suspiria” e “The house that Jack build”. Cheers!

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    1. Eh, la mora è stata un'argomentazione ineccepibile 😂😂 pure per me una graditissima sorpresa!

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  2. Dopo aver visto Enter the Void, di Noé non mi spaventa più niente oramai :D
    p.s. Bella la nuova grafica ;)

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    1. Diciamo che, ironicamente, quello è il suo film più profondo (oddio... non che tratti temi così ostici di solito) ma più "sopportabile", visti gli standard soliti.
      Denghiu 😬

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U