giovedì 23 maggio 2019

Piercing




Reed è il classico uomo realizzato: un buon lavoro, una bella moglie e un bel pargoletto appena nato. Ma è ugualmente, profondamente insoddisfatto. Per cacciare questo senso di insoddisfazione e saziare la sua natura sadica, affitta a nome falso la stanza di un hotel e lì progetta di uccidere una escort. Peccato che all'appuntamento si presenterà Jackie, che in quanto a piombo è messa quasi peggio di lui...


E alla fine il ragazzone è arrivato.
A cosa?
A quella che è la prova del nove, il secondo film. Perché, come cantava Caparezza, se il secondo album è sempre il più difficile, il secondo film non è da meno. Regola che mi è sempre sembrata una vaccata bella e buona, ma non sono io a dettar legge - e diciamo, gli scivoloni capitano a tutti, a che punto della carriera non conta.
Certo però che dopo un film come The eyes of my mother una qualche domanda se l'erano fatta tutti, perché a un esordio molto malato giocato su una trama a dir poco esile e incentrato su molto stile, si deve vedere dove vuole andare a parare la carriera e la poetica di quello che sembra a tutti gli effetti un nuovo autore di genere, se erano stati migliorati quelli che a detta di alcuni erano dei difetti o meno.
Per rendermi curioso poi sono bastati una locandina come quella, che personalmente adoro, e il titolo piercing. Dovete sapere infatti che, strano a dirsi, pur avendo un orecchino non mi sono mai piaciuti i piercing. E il pensiero di una virata horror sul tema mi solleticava abbastanza il Gulliver.

# Hello, it's me / I was wondering if after all these years you'd made a good film #

La critica maggiore che avevano rivolto tutti al film sull'allegra chirurga era legato principalmente alla scrittura - davvero, a livello tecnico era solo da incensare - quindi, per andare sul sicuro, il buon Nicolas Pesce decide di adattare un romanzo breve. Il problema è che sceglie un romanzo di Ryū Murakami, uno matto quanto lui.
Per chi non lo sapesse, Ryū il ragazzo delle perversioni (questa è un cit. raffinata) da molti è considerato come il "Murakami buono", questo perché pare che il ben più famoso Haruki non colga le simpatie di diversa gente nonostante le grosse vendite, ed è la mente dietro a romanzi come Blu quasi trasparente e, soprattutto, di quel Tokyo decadence di cui realizzò la trasposizione cinematografica che tanto sconvolse i festival occidentali, per lasciare la regia del seguito a Hideaki Anno - Evangelion vi dice nulla?
Una gabbia di matti come non se ne vedeva da un bel po'.
Tutto questo per sottolineare come il romanzo breve che ne sta alla base da noi è sempre stato inedito, ma gli altri sono ormai così introvabili che è come lo fossero sempre stati, quindi vi conviene essere laureati alla Ca' Foscari di Venezia o masticare l'inglese come il chewing-gum.
Diciamo poi che non basta avere un buon libro alla base, serve anche la capacità di adattamento. Da questo punto di vista, il fatto che Pesce figuri ancora una volta come sceneggiatore unico non è un biglietto da visita che faccia ben sperare.

"Aspetta, che ordino un po' di Pesce."

Quando si scrive una storia, si deve sempre sapere cosa si vuole raccontare. Oltre che per una personale gestione dell'insieme, è un atto di coerenza verso il proprio pubblico, perché se mi metto a guardare qualcosa di tuo, personalmente ti lascio ogni libertà, ma alla fine voglio un discorso preciso, che può benissimo essere anche il più facile divertimento. Altrimenti è come farti dare un passaggio da un conducente che va un po' dove minchia vuole (e fin qui ok, quando guardi un film o leggi un libro devi lasciare le redini all'autore) per poi riportarti esattamente dov'eri prima.
Ecco, qui ci sto un po' meno.
Perché l'unica reazione lasciatami da questo Piercing è stato solo un laconico "E quindi?" una volta che i titoli di coda hanno iniziato a scorrere. Ed è stato un po' come accettare quel famoso passaggio, per capire a nemmeno metà del percorso che la strada non era quella giusta.
E dire a questo giro siamo a una durata inferiore del film precedente.
Tolti i titoli di coda, resta poco più di un'ora e dieci, ma anche qua un sacco di cose che si potevano evitare, lungaggini, ripetizioni, ossessività e dei personaggi che smettono di dire qualcosa (non in termine di battute) poco dopo la loro entrata in scena.
Solo una dichiarata cinefilia del regista, con tanto di omaggi più o meno espliciti ai suoi cineasti di riferimento, che però ai fini del discorso c'entra un po' come i cavoli a merenda. O come i piercing sull'inguine.

"Guarda, tutto quello che vuoi farmi non sarà mai peggio di Alice in Wonderland."

E' chiaro che Pesce da giovane sia stato particolarmente in fissa con Dario Argento e un certo tipo di crime italiano, dato che lo cita pedissequamente in ogni inquadratura. Ci sono i colori argentiani nel vestiario dei personaggi e nella fotografia degli interni, così come i Goblin nella colonna sonora e gli split-screen di depalmiana memoria. E l'uso insistente del giallo, come i capelli o il cappotto di Jackie, su ogni oggetto che può costituire un pericolo. Il tutto ambientato in una dimensione a sé, dove l'artificio generale viene enfatizzato da degli esterni ricostruiti in modo che sembrino il più finti possibile, quasi a mettere ciò che seguirà in una bolla immaginifica.
Peccato però che questo ripescone vintage da solo sembri solo la fissa di un adolescente molto nerd perché, a conti fatti, non porta a nessun discorso di base. Pesce aveva già dimostrato di saperci fare con la mdp, adesso ha anche un budget adeguato per scatenare le sue fantasie - ma poi, solo a me è sembrato che col cambio formato certe immagini appaiano come troncate? - e nonostante tutto quello che ci viene restituito è un film estremamente patinato, con qualche accenno gore, sul quale non si sbilancia mai, e una tensione sessuale sbandierata ma mai veramente sentita.
Che poi, cosa è successo al volto di Mia Wasikowska?
Resta quello che era il difetto maggiore del film precedente: una trama che poteva essere condensata benissimo in un mediometraggio dilungata in un film. E nonostante la breve durata, si arriva alla fine col fiatone.

Qui mi vengono solo battute volgari, quindi passo oltre.
Aspettate… ho detto vengono?

Murakami è sempre stato famoso per accostare a una sessualità spinta e moralmente ambigua quelli che sono i gap tipici della società giapponese, ne è una testimonianza anche quel Audition che Takashi Miike ha saputo trarre da un suo racconto. Può darsi che il salto da una produzione statunitense abbia fatto perdere quella che era la forza del racconto originale, ma davvero, è difficile dire quale sia il vero intento di questo film.
Alla fine, come nel precedente, ritrae due solitudini, due persone che nella loro perversione si completano, ribaltando costantemente il ruolo di vittima e carnefice, due solitudini che scoprono di amarsi in maniera decisamente non convenzionale.
Ma come sempre, anche in un periodo così limitato, nel mezzo un sacco di cose inutili che allungano, appesantiscono e rendono pesante un racconto in cui a conti fatti accade ben poco. Pesce cerca di rincarare la dose verso la fine, mettendo sequenze oniriche che richiamano Lynch e Cronenberg - il body horror doveva per forza saltare fuori con un titolo così - ma incasina inutilmente la cosa cercando di dare una profondità che non possiede al protagonista, citando fatti che dovrebbero suggerire qualcosa ma sembrano solo perversioni fini a se stesse - la madre e la bambina col coniglio? Ma non c'erano metaforoni migliori?

"Ti hanno proprio preso a Pesce in faccia."

Al secondo film, Pesce continua a non entusiasmarmi come è successo con molti. Anzi, è riuscito a farmi retrocedere da una posizione che era già abbastanza tiepidina, per un film che se non fosse per la cura formale definirei proprio da buttare.
E siccome pare sia già stato scritturato da Sam Raimi per l'ennesimo remake di The grudge, tocca dire che come l'ospite, al terzo giorno il Pesce...

PS: a fine film, vediamo che il piercing viene messo sulla tetta della co-protagonista. Ecco, a tal proposito, come nel caso delle poppe regolabili di Terminator 3, ci tocca mostrare la nostra contrarietà dato che le tette sono un argomento serio. Ossequi.





6 commenti:

  1. Non conoscevo il libro quindi ti ringrazio per la panoramica dettagliata, in ogni caso pochi americani dovrebbero spingersi ad adattare certa roba e il Pescione qui non mi sembra uno di quelli. Ho apprezzato l’idea di fare un giallo che omaggia anche i “Gialli” italiani, con un po’ di De Palma (sempre sia lodato!) ma sembra che l’attenzione sia più sul mettere insieme le musiche giuste e poco altro. Sulla questione “tette” con me sfondi una porta aperta, per il resto, questa dieta settimanale a base di pesce alla lunga stufa, ma ho apprezzato molto la mini rassegna dedicata ;-) Cheers!

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    1. Sulla questione tette... Bei fiat!! 😂💓 Beh, ci voleva. Già che sono pochi bisognava parlarne ed è comunque un autore che sta raccogliendo molti consensi.
      Come sia successo, però, devo ancora capirlo...

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  2. Vuoto e insensato, ma ho trovato lui strepitoso e, quando sono partito I Goblin e lo split screen alla De Palma, mi sono tutto bagnato.

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    1. Vuoto non direi, ma così pregno di roba inutile da sembrarlo.
      Ecco, quella invece è la parte che mi ha irritato maggiormente...

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  3. Già il titolo mi lascia perplesso, nonché leggermente disgustato, figuriamoci il film, a cui però non chiudo del tutto le porte ;)

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    1. Dagli una chance. Molti sono entusiasti di questo Pesce, a me invece come autore non convince del tutto... 🙁

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U