lunedì 27 maggio 2019

Vizio di forma - Inherent vice




Los Angeles, 1970. Larry "Doc" Sportello è un hippie e investigatore privato a tempo perso, che condivide il proprio ufficio con uno studio medico. Quando Sashta, l'ex mai dimenticata, ritorna nella sua vita per chiedergli di indagare sul presunto internamento truffaldino del suo nuovo amante, il miliardario palazzinaro Mickey Wolfmann, inizia la più assurda delle indagini psicotrope...


Credo sia impossibile parlare di questa pellicola senza prima accennare brevemente all'autore del libro da cui è tratta, quel Thomas Pynchon, il re del post-modernismo, l'autore dalla prosa assurda e assurdamente iper-digressiva, quasi un linguaggio a sé, un soggettone qui da noi mai citato abbastanza ma che in America gode di una sorta di culto.
La cosa divertente è che il nostro non ha mai desiderato la popolarità, tanto da non volersi mai far fotografare. Di lui esiste solo una foto in giovane età, dalla quale sono riusciti con una scannerizzazione al computer a ricavare quello che potrebbe essere il suo attuale aspetto - si dice anche che faccia una comparsata nel film, ma non è dato sapere quale e a che punto. Ovviamente questo ha solo aumentato il mito intorno alla sua figura, tanto che pure i Simpson lo hanno tributato con uno speciale cameo. E se passi per i Simpson, allora vuol dire che sei una leggenda a tutti gli effetti.
Scusate, sono una persona semplice e semplici sono anche i miei parametri di giudizio.

A Roth conveniva puntare a questo, anziché al Nobel...

Per fare la trasposizione di un autore così leggendario serviva quindi un autore altrettanto leggendario, e questo qualcuno risponde al nome di Paul Thomas Anderson - non l'Anderson fortunato, dato che non è sposato con Milla Jovovich - che ritornava alla regia dopo i fasti di There will be blood e le generali perplessità di The master.
Già oggi fa quasi sorridere che qualcuno si sia accaparrato l'arduo compito di adattare Pynchon, perché se cinema e letteratura sono due mezzi diametralmente opposti, i romanzi del post-king sono così ancorati alla loro matrice letteraria da essere quasi infilmabili, dato che a una storia già intricata di suo si associa uno stile di scrittura ancora più disorientante - a tal proposito vedasi L'incanto del lotto 49, poco più di duecento pagine ma il rischio di perdersi già al primo capitolo è alto - che diventa il vero perno e senso d'essere delle sue opere.
Anderson però aveva già dimostrato di avere i testicoli quadri.
Stando alla leggenda, PT adattò fedelmente pagina per pagina l'intero romanzo, snellendo il tutto nel corso dei mesi e arrivando anche a cambiare la voce narrante, per spostare l'attenzione anche su un personaggio marginale che però aveva un suo peso distorto all'interno dell'economia della storia. Una volta avuto lo script, c'era solo da aggiungerci il resto.

Qualcuno ha detto Anni Settanta?

Credo sia inutile dilungarsi sulla bravura di PT come regista, perché è ufficialmente comprovata nel corso della sua carriera. La cosa davvero straordinaria, quando si parola di questo regista, credo stia proprio nel suo saper cambiare registro ogni volta che la narrazione richiede, riuscendo a fare dei film sempre diversi e, a momenti, nemmeno legati da quello che può essere un comune filtro visivo. Se Boogie nights e Magnolia potevano essere film quasi similari - almeno, i più mainstream - il vero cambiamento avvenne con Punch-drunk love e di lì a seguire fino a questo.
Che è una commedia, ancorata a quello che è lo stile del periodo, tanto da essere stato girato su un particolare tipo di pellicola per restituirle toni e colori dell'epoca, dove il sole della California può fino a un certo punto. Ma è anche un film dalla profonda malinconia, di un'umanità impazzita e dai rimescolamenti furiosi, immessi in uno stile straniante, come straniante è il libro e la prosa di Pynchon.
A sorprendere veramente però è la meticolosa cura di ogni inquadratura, anche se PT lasciò totale libertà di improvvisazione ad attori e troupe, tanto che si vocifera che il set era inondato dall'anarchia e la lavorazione fu un totale casino.
Ma l'anarchia più totale non è forse il modo migliore per parlare e riflettere su quel periodo?

Venezia è piena di pynchioni - badum *tsssss*

C'è tutto quello che serve per parlare di quel periodo, nel film. Ci sono le droghe sintetiche, ci sono i satanisti, gli accenni alle rivolte politiche e anche la spiritualità new-age che prendeva piede nel periodo. L'impressione è che l'indagine, così contorta e meticolosa, sia solo un pretesto per far girare intorno a tutti questi temi - ed è così che fanno i grandi narratori. Però c'è sempre questa indagine che tutto tocca e fa trasparire tutto come un concetto volatile, con le paure che caratterizzano il periodo trattate sommariamente mentre fatti sempre più assurdi si succedono di minuto in minuto.
E c'è la vita di Doc, questo passato e questa donna che vuole lasciarsi alle spalle, che fa capolino nei punti meno opportuni e lo riporta alla sua indagine. E ci sono anche tutti gli altri personaggi, che spuntano quando serve e fanno proseguire nella maniera meno convenzionale.
Quanto di quello che ci viene mostrato è vero?
Non è tutta un'allucinazione di Doc?
Alcuni hanno trovato il vero senso di tutto, tanti altri ne cercano ancora una chiave di lettura. PT disse che l'indizio principale si trova addirittura nella locandina del film, aprendo così ai tempi la caccia al significato, ma il bello è anche perdersi in questo marasma di fatti così stupendamente raccontati. Pynchon da una parte è come il video del coreano che ride: non sai perché, a tratti ti mette anche a disagio, ma continueresti a seguirlo per non sai quale motivo...

"Sei felice di vedermi o hai un romanzo di Pynchon in tasca?"

Ma gran parte del senso sta proprio in quel titolo, Inherent vice, il vizio di forma, l'imperfezione che in campo giuridico porta all'annullamento di un atto. L'imperfezione di un periodo che porta all'annullamento di quelli dopo, per certi versi. Pynchon col suo romanzo fece una lettera d'amore agli anni Settanta, citando quello che erano e quello che l'America sarebbe potuto diventare, pur coi suoi conflitti interni e le continue manipolazioni. Un'America che riscopriva la sua bellezza e il suo fascino, ma che se l'è fatto scappare dalle mani.
Doc è un uomo che vive nei ricordi e, come diversi suggeriscono, tutta l'avventura non è altro che un suo lunghissimo trip, l'unico luogo dove Doc può ritrovarsi con Sashta e vivere quello spiraglio di felicità - notare infatti come nei ricordi cambi la luce, diventa tutto più freddo, grigio e realistico, per certi versi. Lo stesso è per un paese che sembra aver perso i propri sogni, divenendo quindi una riflessione su quello che l'America poteva diventare e ciò che invece è rimasta.
Nel mezzo congregazioni segrete di dentisti - dove prima c'erano quelli delle poste... - e associazioni di stampo simil-religioso che mettono i bastoni fra le ruote a Doc. E tanta, tantissima droga. Quasi una protagonista a sé. L'unica certezza rimane che Pynchon ne deve aver fatto davvero largo uso...

"Senti Owen, torna ad accarezzare i cani e lascia fare ai fuoriclasse come me..."

Difficile parlare di un film come Inherent vice, che nel suo essere così scanzonato e quasi inconcludente dimostra una serie di stratificazioni che PT è stato abilissimo a gestire in tutto e per tutto - e che meriterebbe almeno tre visioni per essere compreso appieno, o almeno in gran parte. E' altresì strano che un film simile, nonostante la firma che porta, sia finito così presto nel dimenticatoio e anche all'uscita non abbia avuto tutto questo risalto che gli sarebbe spettato.
Merita, di certo.
Una delle operazioni più complesse e coraggiose degli ultimi anni fatta da un regista che ama le sfide e ha dimostrato di saperle gestire nel corso di una carriera invidiabile. Se non altro può vantare uno dei cast più strepitosi che vi possano capitare sotto gli occhi - oltre a Phoenix, non sono da meno Josh Brolin, Benicio del Toro e Jena Malone, l'eterna incompresa del cinema americano.
Certo, una dichiarazione d'amore e di intenti verso un periodo storico, che vive ancora nelle menti di quelli che per ovvie ragioni anagrafiche non l'hanno vissuto, fa sempre effetto. Mi viene però da chiedermi anche come la mia generazione, o quelle che seguiranno, potranno mai parlare di quello che stiamo vivendo ora.

La mia vita sociale in una scena.

Ottimo sia come visione autonoma che per scoprire uno degli ultimi geni viventi della letteratura. In ogni caso, il buon PT, l'Anderson meno fortunato ma più riconosciuto, va ringraziato anche per questo.





8 commenti:

  1. Penso che sia il più bel film di cui nessuno parla (oppure si ricorda di citare) tra quelli usciti di recente, ho apprezzato tutto, dal protagonista al citazionismo folle che però non soffoca la storia, mi è piaciuto anche questo post bravo Genius, ora mi manca solo leggere qualcosa di Pynchon. Ti perdono anche la freddura sui piccioni perché è il genere di scemenza che mi fa ridere ;-) Cheers!

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    1. Ma infatti. È assurdo che se ne sia parlato così poco, e col senno di oggi la cosa è ancora più incomprensibile perché rimanere tanto rispettosi del romanzo e al contempo così cinematograficamente distaccati è un'impresa che ha dell'incredibile.

      Sapevo che quella battuta avrebbe avuto la TUA approvazione 😂😂

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    2. Ho adorato il successivo, Il filo nascosto, ma questo mi manca. Anzi, mi spiace dire che ne mancano parecchi. Estate, tempo di maratone nella morìa generale...

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    3. Quello invece manca a me 😂😂

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  2. Superfilmone. Come è super il romanzo che l'ha ispirato. Bomba totale e grandi bro-fist per la recensione.

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  3. Ma guarda, senza conoscere l'autore, ho apprezzato questo film, grazie soprattutto, ma non solo, al regista, un regista davvero bravo ;)

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    1. Anderson è una garanzia dietro la macchina da presa. Questo poi è un film eccellente già di suo, ma il confronto col libro fa comprendere quanto è stata complessa e incredibile come operazione.

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U