mercoledì 5 giugno 2019

La profezia dell'armadillo




Zero è un ventisettenne che vivacchia come può, fra ambizioni artistiche che spera di poter far diventare un lavoro e la ricerca di un lavoro vero. La notizia della morte di Camille, amica d'infanzia, porterà uno scossone nella sua routine e lo costringerà a un percorso di crescita...


A patto che non siate vissuti su Marte, negli ultimi anni vi sarà sicuramente capitato di sentir parlare di Zerocalcare, all'anagrafe Michele Rech, il fumettista di Rebibbia che è diventato una vera e propria rockstar nostrana della nona arte.
Personalmente non posso dirmi un suo fan. Certo, ho letto tutti i suoi libri, ma non mi farei mai ore di fila per farmeli autografare. Pure le sue strisce non le seguo con assiduità, ma solo quando mi ricordo. Tutto questo non per sminuire il suo talento, ma è semplicemente una questione di chimica che fra noi e il buon Michelone non è mai esplosa. perché sarebbe da ipocriti dire che il talento gli manchi e che sia solo una moda passeggera del momento. No, Zero è uno che sa dire le cose col suo stile e, in certi punti, ti fa pure pensare sul tuo passato, a certi momenti che ci accomunano un po' tutti ma che solo quelli che hanno quel quid in più possono affrontare con una certa lucidità.
Che poi io lo preferisca quando è palesemente auto-biografico e non quando inventa (Dimentica il mio nome è il suo lavoro che mi è piaciuto meno, infatti) è un altro discorso.

"Ammazza o', ecco che parte cor pippone…"

L'idea di trarre un film dalle sue opere era venuta in fretta a molti produttori, il che ha del miracoloso se pensate alla poca lungimiranza dei filmmaker di casa nostra, perché quello che manca in Italia è anche un rapporto inter-dimensionale fra i vari media. Basti pensare a quanto vende la Bonelli e, a parte la serie animata di Orfani, quanto poco si sia fatto - e di 'sta serie tv su Dampyr o Dylan Dog, fregatoci dagli ammerigani, ne sento parlare da troppo tempo.
Si erano vociferati i nomi di Valerio Mastandrea alla regia, ritiratosi poi come soggettista e sceneggiatore insieme a Rech, per poi lasciare sazio a Emanuele Scaligeri, qui al suo esordio con un film lanciato in pompa magna e che quindi si porta sulle spalle un peso non facile. Del resto, stiamo parlando della trasposizione di un autore che, a suo modo, è riuscito a diventare portavoce di una generazione che si trova in mezzo a uno stallo culturale e generazionale non da poco, con le ansie di ieri traslate secondo le procedure di oggi. 
Persino io devo inventare metafore nuove pe' famme capì, valutate voi.
A complicar ulteriormente la cosa poi sta il fatto di tutto quel micro-mondo che Zero ha saputo plasmare con una sua anarchica coerenza, fatto di deformazioni, animali alter-ego, animali che in realtà sono persone vere e tutte quelle cose che sulla carta sono davvero faighe ma che sul grande schermo... beh, diciamo che la mamma-chioccia un po' mi spaventava.

… sì… l'armadillo...

Quello che, al di là dei gusti personali, conferma il talento di Zerocalcare come fumettista è proprio il suo aver creato uno stile personale che è associabile solo a lui. Nei suoi fumetti ci sono una serie di trovate visive e narrative che diventano non solo un marchio di fabbrica, ma anche dei segni frequenti di una poetica sempre in movimento che lo rende un autore riconoscibilissimo non solo per lo stile del disegno.
Uno che fa fumetti non solo perché gli piace disegnare, ma proprio perché quello è il mezzo più adatto per sprigionare il suo modo di raccontare. Ovvio che la traslazione dal cinema sarebbe dovuta avvenire con qualche tradimento, che peraltro io accolgo sempre bene, per rendere plauso alla natura cinematografica dell'opera. Il problema però, vuoi perché il regista è a un'opera prima o perché non se la sentivano di tradire lo spirito di un autore ormai così conosciuto, è che il tradimento non avviene mai del tutto e ogni volta che si cerca di abbracciare quello che è lo stile di Zerocalcare - che non ha voluto prendere parte a nessuna attività promozionale - si ha come l'effetto di uno scimmiottamento venuto male.
Perché sì, vedermi Valerio Aprea con un costume in poliestere da armadillo è stata una cosa abbastanza triste. Così come il vedere la riproposizione di alcune delle gag più famose insieme ad altre inventate apposta per il film, ma che non portano quasi da nessuna parte.

Ce stanno pure 'e comparsate ad cazzum...

Ogni epoca ha le sue tematiche e le sue prese di coscienza. A Hemingway e Fitzgerald era toccata la generation lost, a noi sono toccati semi-trentenni in crisi, persone cresciute avendo come modelli i propri genitori ma vissuti in un limbo che non li rende né adulti né ragazzini (seriamente... in quanto a maturità mi sento ancora un sedicenne), complice una società liquida che ormai è cambiata e tutte le sociologie varie.
Non è materiale poco interessante o più sfigato di quello delle epoche passate, è materiale che si deve saper trattare anche per rispetto di chi lo sta vivendo, perché ogni generazione ha i suoi crismi e la vita, in special modo il diventare adulti, spaventa chiunque.
Se c'è una cosa che invidio ai veri artisti, alle persone provviste di vero talento, è proprio il saper mettere con tale lucidità questa loro paura per riuscire, parlando di se stessi, a parlare a una generazione intera. Che vorrebbe essere anche il fine di questo film, ma appare solo come una blanda copia di quanto già detto prima, e non solo in riferimento ai disegni del rebibbiano.
Si sorride in diversi punti, il film ha un buon ritmo ma non c'è un momento che riesca a essere particolarmente incisivo. Seguiamo il girovagare di Zero e Secco in maniera anonima, vedendoli sfiorare stralci di vita comune che poco sanno comunicare se non il momento stesso che stanno mostrando, con tanto di parata delle amichevoli partecipazioni dei vip di turno. E quando il massimo dell'entusiasmo ti viene perché vedi uno de le Coliche che fa un cameo, allora qualche domanda te la fai.

"Guarda, non pretendo miracoli, mi basta che mi dici come oscurare Recensioni ribelli."

Sembra quasi una cattiveria prendersela con un film come questo, che sembra non avere nessuna particolare ambizione, ma davvero, per quasi metà della durata ho passato il tempo a chiedermi dove volesse andare a parare, risposta che poi è arrivata nella più ovvia delle maniere.
Se Simone Liberati e Pietro Castellitto (sì, figlio del Sergione nazionale) sono convincenti e hanno ottima chimica, è proprio il regista Scaringi che non riesce a dare una particolare incisività al suo film. Tanti momenti simpatici, ma è un po' come quel tizio dalla bella battuta che ogni tanto incontri al bar ma che però non chiameresti mai di tuo e a tratti ti dimentichi pure di aggiungere su Facebook, tanto che l'unico momento che riesce a dirti davvero qualcosa è preso paro-paro da una vignetta del fumetto.
Se questo è dato dal fatto che è al suo esordio dietro la macchina da presa non è dato saperlo, ma per un film che aveva tutto questo hype fin dal primo annuncio mi aspettavo una maggiore cura, specie dopo la partecipazione alla sezione "orizzonti" del Festival di Venezia. Perché mettermi un ciofane d'oggi che si mette a parlare di cultura nerd non basta, questo deve anche mostrare come quell'immaginario ha saputo plasmare il suo modo di raccontare, rapportarsi e raccontarsi/lo. Tutto il resto è semplice dietrologia spiccia.

Sempre a proposito di comparsate...

Non mi aspettavo chissà quale rivoluzione, quanto più autoconsapevolezza. Restando sul versante dei fumetti, Daniel Clowes ha saputo realizzare delle opere magnifiche dove non succede una beata mazza, ma che a fine lettura ti davano un senso complessivo a dir poco straziante. Qui solo una serie di sketch comici che ti strappano un sorriso e morta lì.
Perché tutti noi dobbiamo scacciare l'armadillo nella nostra testa, per diventare grandi, e giungere anche a dei compromessi con noi stessi e quello che eravamo. Però la fiamma interiore, quella sì, va conservata.





4 commenti:

  1. Sei una sicurezza, ho trovato così scarso questo film che non avevo nemmeno voglia di scriverne, quindi sono molto contento che lo abbia fatto al meglio. Penso che sia una pellicola che vista da sola, non riesca a reggersi in piedi, e se paragonata con il fumetto, non possa che uscire con le ossa rotte. Ci sono dieci battute che nel passaggio da carta a grande schermo hanno perso tutto, ci voleva un film quasi alla “Clerks”, qui siamo lontani milioni di anni luce. Cheers!

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    1. Hai centrato in pieno la questione: c'è così poco da dire su questo film che mi stupisco pure io di aver scritto abbastanza 🙄 il guaio è che a un "profano" non mette abbastanza curiosità da recuperare il lavoro di Zero...

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  2. Mi ha indispettito fin dall'inizio... tutto finto, artefatto, costruito, falsamente giovanilistico. Non conosco Zerocalcare, non ho letto niente di lui, ma cinematograficamente parlando questo film vale davvero poco. E non parlo (solo) dei contenuti...

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U