domenica 2 giugno 2019

Noi - Us




1986. La piccola Adelaide è in vacanza coi genitori a Santa Cruz e, nella stanza degli specchi di un parco divertimenti, incontra un proprio doppione che l'afferra per la gola, traumatizzandola. Trent'anni dopo Adelaide ritornerà con la propria famiglia proprio a Santa Cruz in vacanza e di nuovo farà l'incontro col suo doppione. Solo che...


A proposito di esordi... vi immaginate come deve essersi sentito Orson Welles? Sì proprio lui, quello che a ventisei anni esordì con Citizen Kane. Non so, se la tua opera prima viene ancora oggi riconosciuta come uno dei film più belli di sempre, la tua carriera dopo finirà sicuramente per risentirne. Se penso a lui, me lo immagino a cavallo di Rosebud che si appresta a compiere l'inevitabile discesa.
Quando esordisci col botto, paghi sempre un po'.
E sembrava che a doverne pagare sarebbe stato anche Jordan Peele. E non voglio confondere la Nutella con qualcos'altro, perché paragonarlo a Welles sarebbe una giusta eresia, ma è innegabile che dopo un film come Get out, campione d'incassi che ti fa vincere persino un Oscar, la pressione deve essere stata tanta.
L'ultimo caso celebre è stato Richard Kelly e non è finita così bene, mi par di ricordare - tra l'altro, il tizio sta bene?
Perché quando vieni etichettato come la nuova stella del firmamento, al di là del film che a me non abbia fatto impazzire più di tanto, e tutti aspettano cosa tirerai di nuovo fuori dal cilindro, io non ce la farei a dormire sonni tranquilli. Complice anche una canzone di Caparezza a tema.

"Oddio... è Recensioni ribelli!"

Ancora horror, ancora politica, ancora tensioni sociali. Stavolta Peele, pur mettendo come protagonista una famiglia di neri, non se la prende (solo) con il razzismo, ma la spara grossa e amplia la gittata del suo tiro.
C'è chi dice che questi siano horror politici ma, onestamente, andrebbe fatta una riesamina sul genere horror. Che non è solo un genere letterario sviluppatosi prevalentemente in Germania all'inizio del secolo scorso, ma è diventato col tempo, passando anche per il gotico (i gotici della morte!, per citare ancora Capa), una riflessione su quelle che sono le paure del mondo moderno, con tutte le evoluzione che possono intercorrere nel caso - a proposito di correre, si vedano a tal proposito le andature degli zombi.
Ovvio che politica e sociologia, al di là dei vari jumpscare a cui troppe estati sovraffollate ci hanno abituati, sono quasi obbligati e non solo insiti nelle cose che fanno veramente parte della categoria. E questo film, così come il precedente, sono impregnati di una visione politica che oltre a tutto questo discorso è molto debitrice da quella che era la visione del compianto Romero, vero maestro ispiratore di Peele.
Che ha iniziato la sua carriera come comico, ricordo...
Ma poi la commedia non sfocia spesso nella satira e, inevitabilmente, nella politica, per darci una risata amara del mondo e delle sue nevrosi? E quanto bisogna sapere della storia per comprendere appieno le intenzioni dell' artista?

Mi viene una battuta cattiva ma credo non sia il caso...

Piccola lezione di storia...
Nel 1986, anno in cui si apre il film, in negli USA era in atto la Hands Across America, una lunga catena umana che serviva come atto di protesta e raccolta fondi - la pellicola inizia proprio con la protagonista da bambina che sente la notizia alla tv. Erano gli anni dell'amministrazione Reagan, dove tagli alla sanità e all'istruzione erano all'ordine del giorno, così come quelli alle infrastrutture, e il tutto collimava con l'avanzare dei nuovi poveri di una politica che ancora oggi non si fa molto amare dai repubblicani stessi. Un fatto che fuori dai confini stellestrisce non è particolarmente conosciuto, ma che è diventato nel corso dei decenni come un marchio pop all'interno degli stati federali.
Così come fuori dai territori dei padri del McDonald's si finisce per perdere il duplice senso del titolo, quel Us che non vuol dire solamente Noi, ma diventa la sigla di United States, ovvero Stati Uniti.
Peele ce l'ha a morte col proprio paese, motivo che ce lo fa stare simpatico a prescindere - i patriottismi esasperati non li ho mai graditi - ma è anche un ottimo analizzatore di quelli che sono i meccanismi sociali che ne stanno alla base, questa è la sua bravura e questo è quello su cui ha fatto perno per la sua carriera cinematografica.

Lei è di una bravura disarmante.

"Cosa siete?", chiederà la madre al suo doppio.
"Siamo americani", risponderà questo.
Credo che tutto il senso del film stia proprio in quel semplice scambio di battute, oltre al fatto che tutto il film è disseminato di indizi che fanno rimando a una lotta di classe. Non solo per la sotto-trama che verrà a crearsi alla fine, non solo per il rimando alla catena umana, ma anche per le divise indossati dai doppioni (molto somiglianti a quelle delle prigioni), ai conigli (riferimento alla figliazione in aumento nei ghetti e all'abbandono degli stessi per degli esperimenti su un'isola del Pacifico) e ai discorsi fatti dalle famiglie in superficie in più di un'occasione.
Nel mirino di Peele c'è ancora la classe liberal americana, quella borghesia arricchita e fintamente progressista alla quale nessuno scampa, nemmeno i protagonisti e la scena sulla spiaggia con gli amici-rivali è già di per sé abbastanza inquietantemente esplicativa a riguardo. Sembra quasi che il ragazzone voglia scuotere il suo pubblico e addossare a ogni singolo essere la colpa di ciò che stiamo vivendo.
Perché il suo non è un riferimento fatto a vuoto, sta a dire che dai tempi di Reagan a quelli di Trump, a più di trent'anni di distanza, la situazione non è molto cambiata.

"L'uomo nero nascosto nell'armadio…"
"JEAN PIANTALA CON QUESTE BATTUTE!"

Detto così sembrerebbe l'horror del secolo... diciamo più che altro che per me Peele è un regista col quale credo avrò sempre dei seri problemi, per quanto gli conceda molte frecce al suo arco. Perché se è vero che a livello argomentativo abbia una lucidità a dir poco disarmante, è altresì vero che non tutti i doppioni ciambelle vengono col buco. Questo al di là del fatto che le sue opere siano palesemente derivative, perché qui dell'originalità ce ne strasbattiamo la ciolla, ma proprio per un insieme di buoni intenti che alla fine non si congiungono come dovrebbero.
C'è sempre questo umorismo di sottofondo che, per quanto possa alleggerire i toni, in più punti sembri davvero fuori contesto (non so voi, ma nella parte introduttiva avrei voluto schiacciare la testa a metà dei personaggi...), oltre che all'uso di alcuni metaforoni abbastanza grossolani (forbici... davvero?) che richiedono delle risoluzioni abbastanza prevedibili.
Perché sì, c'è del genio in America, ma a volte tira troppo la corda e non colpisce come vorrebbe. Soprattutto per quanto concerne la rivelazione del mistero, che punta su una trovata davvero geniale ma così debitrice di un certo tipo di vecchi racconti alla Weird tales da lasciare diversi punti irrisolti alla più comune logica - scale mobili, porca di quella m***a, e ho detto tutto.

Dove c'è Elisabeth Moss non capisco più nulla, scusate…
*ciao Betty, sono Jean Jacques e ti vorrei conoscere*

Us rimane sicuramente un ottimo passo avanti rispetto al predecessore, molto più stratificato e meno prevedibile nel proseguire, al di là di una sceneggiatura non proprio perfetta, che mostra che Peele, al di là del fatto che finora non riesca a entusiasmarmi come sta facendo con un po' tutti, qualcosa da dire ce l'ha - sperando che non si trasformi nello Spike Lee della situazione.
Il ragazzo mostra di avere un controllo della regia e della macchina da presa davvero fuori dal comune, pur abbandonando certi manierismi ed affidandosi più al montaggio che ai piani sequenza, così come alla creazione delle atmosfere, al quale contribuisce anche un'ottima gestione degli attori nella caratterizzazione dei doppioni.
Certo, quando hai nel cast una fuoriclasse come la Moss (mia eterna adorata... ho visto Top of the lake solo per te) può sembrare facile, ma diamogli anche merito di aver fatto esplodere in tutta la sua bravura di Lupita Nyong'o, forse la giovane attrice meno valorizzata del momento che qui riesce a dare una doppia natura al suo personaggio esemplare e di grande effetto, tutto con solo una camminata.
E quel finale che ha ricordato lo Shallallero Shyamalan dei tempi migliori che, sì, mi ha davvero lasciato a bocca aperta come non accadeva da un bel po'.

Anche qua sfido chiunque a non fare battutacce...

Nota di merito anche al direttore della fotografia Mike Gioulakis, perché ambientare di notte una pellicola con un cast all-black non deve essere facile. E no, non è una battuta, davvero. Fosse così avrei detto che quando ridono compare uno Stregatto.
Ba-dum tsssss.
...
Ok, va bene, ora la smetto per davvero.





6 commenti:

  1. Wells, Richard Kelly, il nostro amico Shallalero, ma anche John Singleton, per certi versi paragonabile a Peele: quando il tuo film migliore è il primo che hai fatto, è sempre un casino. Di “Us” mi sono piaciute molte cose, tipo la parte più puramente horror e i tocchi di commedia nera (come diresti tu: Ba-dum tsssss!) anche se è un film molto più sfilacciato di “Get Out”. Forse Peele si è fatto prendere dal suo nuovo ruolo di narratore della nuova “The twilight zone”, per ora sembra davvero uno Shallelero molto più politico. Finché la corda non si spezza posso anche starci, specialmente con una Lupita Nyong'o così brava e una Elisabeth Moss che riesce anche a tratti, a rubarle la scena. Cheers!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Eh, sulla Moss non posso essere obiettivo 💓
      Vediamo come proseguirà, anche se per me ci sono dei passi avanti. Forse magari staccandosi da Blum, magari, e provare qualcosa di (ancora più) ambizioso. Il ragazzo è bravo ma ne deve mangiare ancora, di bistecche.

      Elimina
  2. L'ho trovato godibilissimo, ma con pretese che non può permettersi. Quando entra la riflessione, mi è parso pretenzioso, confuso e pasticciato. Super arraffone. Peccato.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Più che altro un'idea derivativa ma sempre efficace che però andrebbe affinata. Il twist finale lo solleva di diverse spanne.

      Elimina
  3. Per me un'occasione sprecata: Peele è un signor regista, il film ha un montaggio pazzesco, eppure nella parte finale si avvita su se stesso a causa delle troppe pretese sociali, senza contare che lo stesso Peele, in verità, in una situazione come quella farebbe parte dell'elite. Troppo pretenzioso.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Come scrissi anche dalle tue parti, far parte di una classe agevolata non deve impedire di parlare dei meno abbienti. Altrimenti dovremmo cestinare tutte le canzoni di de André ;)

      Elimina

Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U