lunedì 8 luglio 2019

La solitudine dei numeri primi




Alice e Mattia vedono la propria infanzia segnata da dei tragici fatti, che si ripercuoteranno sulla loro vita da adulti. Ma che contribuirà a far nascere un'amicizia, e forse qualcosa di più, che li legherà in maniera indissolubile per sempre...


Per quanto sia un accanito lettore ho sempre avuto un vago problema coi bestseller. Non è elitarismo o voglia di essere alternativo - sono un fan del maghetto quattrocchi e adoro Zafon - ma proprio ho la scomoda capacità di arrivare fuori tempo massimo in ogni occasione, senza contare che quando un caso editoriale esplode sono sempre alle prese con altro a cui voglio dare il mio tempo.
Poi sì, aspetto sempre l'edizione economica.
Scusate ma Spitty Cash da piccolo mi guardava negli occhi...
La verità è che credo non esistano letture obbligate. Io leggo quello che voglio quando voglio, lasciandomi anche il tempo di recuperare i vari capolavori, giusto per avere la maturità necessaria per capirli. Che questa maturità tardi ad arrivare è un altro discorso.
Da buon kingiano poi non sono neppure uno che sputa sul successo, ma davvero, aver recuperato libro e film de La solitudine dei numeri primi solo in tempi recentissimi dovrebbe spingermi a pormi qualche domanda sulla mia indole.

"Bellu stu film?"
"Un tajo…"

Non sono uno snob, ma ammetto che faccio parte della schiera di persone che non è rimasta così colpita dal romanzo di Paolo Giordano, che tra le varie cose ha vinto il premio Strega e il Campiello per l'opera prima.
Tengo conto che è l'esordio di un ventiseienne che prima di quello faceva, e fa tutt'ora, il fisico, quindi lungi da me fare le pulci a tutti i costi - anche perché esordire così giovani per Mondadori non è da tutti. Ma davvero... il libro non è brutto, è scorrevole e i momenti da sottolineare ci sono, è più che altro quella sensazione da "E quindi?" che ti assale alla fine ad avermi disturbato più del necessario, in una lettura che all'inizio aveva saputo coinvolgermi ma che mano a mano che le pagine scorrevano dimostrava una stanca non da poco, soprattutto nell'evoluzione dei personaggi.
Sono conscio che la letteratura e le emozione che è in grado di dare siano forse la cosa più soggettiva di sempre, ma sono altresì convinto che le anime tormentate e fuori dal mondo siano anche la cosa più difficile da descrivere. Questo per il semplice motivo che bisogna esserlo, se ne vuoi parlare, altrimenti il rischio di farne un ritratto quasi semplicistico e che fa una sorta di pornografia del dolore personale è dietro l'angolo.
E diciamolo senza tanti peli sulla lingua.
Personaggi così piacciono a tutti ma quasi nessuno vorrebbe averci a che fare. Limite psico-sociale che non so neppure quanto sia colpa del singolo. Perché tra guardare e capire c'è una bella differenza.

"T'addico io. Si parte con Giordano e si arriva a d'Avenia…"

Siccome ai tempi Salvatores aveva fatto la sua unione di fatto con Ammaniti, a beccarsi la trasposizione del bestseller di Giordano fu Maurizio Costanzo.
Sì, è il figlio di Maurizio Costanzo.
Che con questo film, sei anni dopo aver sfiorato la nomination come Miglior Film Straniero agli Oscar col suo esordio, ha il suo primo grande riscontro di pubblico con un soggetto noto - per una volta i produttori sono stati ben lungimiranti - quella che è la proverbiale prova del nove per ogni regista o aspirante tale che dir si voglia.
Lo dico subito: il film non mi è piaciuto, a mio parere si merita qualcosa in più appena della sufficienza, ma proprio per quanto già detto e per tutte le pressioni che Costanzo si ritrovava sul groppone credo che le soluzioni trovate per raccontare il tutto siano egualmente encomiabili. Giordano aveva detto di non volere una mera trasposizione del proprio libro ma di un'opera a sé stante che si prendesse i suoi rischi e così Costanzo ha fatto, trovando anche delle soluzioni che non sfigurano per nulla nemmeno di fronte alla rinascita che il cinema italiano sembra avere negli ultimi anni.
Si può quindi dire senza remore che La solitudine dei numeri primi sia sì un film richiesto più per voleri produttivi di cavalcare il successo di un romanzo pompato a dismisura due anni prima che per delle vere o presunte finalità artistiche, ma che nonostante tutto qualche freccia al suo arco la possiede. Peccato che il tiro sia sghembo.

"Ma se mi chino di più si vede che sono fragile e sensibile?"

Se la finalità del libro di Paolo Giordano era quella di raccontare la storia parallela di due anime affini nella loro infelicità, Costanzo si distanzia quanto può dal tutto facendo un film che tende più che altro a scavare in quella tristezza, prendendosi molte libertà e, pur mantenendo inalterato il canovaccio, modificandone sensibilmente la struttura.
La critica maggiore che si era fatta al libro era quella di un'eccessiva linearità che smorzava i toni della storia, presentandoci fin da subito le cause del malessere dei due protagonisti. Costanzo invece divide la pellicola in tre piani temporali, riservando il piatto forte a tre quarti, e facendo man bassa di tutte le atmosfere che il nostro cinema passato ha saputo regalarci.
La versione cartacea era una storia di formazione, il film al contrario è il racconto di un incontro spezzatosi solo di facciata mascherato da film horror. Perché sì, gli stilemi di un certo cinema dell'orrore ci sono tutti.
C'è una fotografia ottima che punta a una tetraggine insolita per quello che dovrebbe essere un film drammatico, ci sono i movimenti di macchina rubati al Dario Argento pre-demenza senile ampiamente citati nell'intro, ci sono i comprimari aggiunti per la mimica facciale esagerata (da annoverare Filippo Timi nel cameo di un clown) e la medesima gestione degli effetti sonori di un film horror.
Che questi ultimi poi si fondano in più punti con le musiche originali, poi, è un particolare che non può passare inosservato e che si sposa con la scelta immersiva dei salti temporali.

"Metodo Stanislavskij?"
"No, McMenu."

Costanzo col suo film sembra suggerire che le sofferenze dei piccoli siano un epitaffio che ci portiamo avanti per tutta la vita, la vera genesi dell'io adulto, destinata a condizionare la persona per tutta la vita. Proprio per questo i salti temporali, i cambiamenti cromatici nella fotografia e il loro concatenarsi in una certa scena - che sì, è davvero notevole, da mandibola cascante - insieme al montaggio alternato che mostra il passato dei due amici, sono dei punti che per una volta rendono il film superiore al libro, quello sì davvero didascalico.
La vera sorpresa in un'operazione simile, che non sembra cercare la nicchia a tutti i costi visto il titolo di riferimento, è come Costanzo sia riuscito a trovare una propria dimensione filmica non somigliante ad altre per raccontare una storia grossomodo conosciuta ai più, con degli intenti cinematografici audaci, quasi tradendo il materiale di partenza. Mi viene da pensare a Il riccio, la trasposizione del romanzo di Muriel Barbery proiettata pochi mesi prima, tanto convenzionale e aderente al libro quanto dimenticabile nella forma.
Certo, non basta un'atmosfera azzeccata per portare a casa il risultato.
La solitudine dei numeri primi infatti è una pellicola che sorprende per le scelte poco convenzionali che decide di prendere, ma che comunque risulta sbagliata su più di un fronte, così come il libro alla fine lasciava un senso di incompiutezza.

L'ha fatta il direttore della fotografia?
ba-dum *tsssss*

Se Costanzo nell'adattamento si prende numerose libertà e riesce ad azzeccare i toni con cui raccontare la vicenda, totalmente sbagliati sono i tempi e le metodiche con cui avviene il cambio di rotta in diversi punti. La sensazione è quella di un film a tratti monco per la velocità con cui parti che potevano essere bellamente ignorate vengono mantenute, accennate per un istante e infine dimenticate - la storia del tatuaggio che senso aveva nell' economia del film? E le frasi, davvero... la stessa frase detta da un personaggio diverso non può avere lo stesso peso, specie se è detta in un momento di passaggio ed è quella che deve dare il titolo al film.
Così come la recitazione di diversi attori, tutt'altro che professionale.
Certo, si sono Alba Rohrwacher - gossip: dopo questo lavoro divenuta la compagna del regista, che a me piace molto - e un allora ancora semi-sconosciuto Luca Marinelli, prima dei deliri zingareschi, che però dubito ricorderanno mai questo film come la loro performance più riuscita. E i comprimari a tratti sono quasi tendenti all'auto-parodia.
Ma soprattutto quel finale, quello stesso senso di "E quindi?" lasciato dal libro. La sensazione che si sia "solo" voluto raccontare una tristezza, qui con metodi più efficaci, che però scalfisce solo in superficie e soprattutto non dà un quadro compiuto della situazione. Solo due personaggi tristi in un mondo dominato dalla tristezza, diversi in mezzo ai simili.

"La faccio più tragica o all'americana?"

Comunque, a riprova della poca (pochissima) considerazione che abbiamo del nostro stesso cinema, al di là della qualità della singola opera…
... ma mi spiegate come mai, quando cerco i frame per questi cavolo di post, devo andare sui siti esteri che parlano dei film?





4 commenti:

  1. Film bello ma non bellissimo, punto.

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    1. Innocuo, più che altro, a dispetto del disagio che vuole creare...

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  2. De gustibus...io ho letto il libro e devo dire che non mi è proprio piaciuto (tant'è che la mia recensione è tutt'altro che benevola…). Il film non l'ho visto, ma se tanto mi dà tanto...

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    1. Il film, che per una volta è meglio, ha un paio di momenti notevoli... Ma non bastano a portare a casa il risultato - per quanto migliori alcuni punti del romanzo stesso.
      Non è tempo buttato, ma nemmeno un titolo imperdibile.

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U