lunedì 26 agosto 2019

Guilty of romance - Koi no tsumi




In un quartiere malfamato di Tokyo, epicentro dei cosiddetti love-hotel, viene trovato parte del cadavere di una ragazza. La fedifraga detective Kazuko si ritrova così a indagare su Izumi, moglie annoiata e repressa di uno scrittore di romanzi sentimentali che per puro caso entra nel mondo dei film hard, e Mitsuko, insegnate di letteratura all'università che di notte esercita il più antico dei mestieri...


Si può dire tutto, tranne che i giapponesi non abbiano fama di "popolo perverso" - notate le virgolette e non creiamo polemiche, please. Che poi chi va a dire questo ignori del tutto registi come Kurosawa, Mizoguchi o Ozu, che tutto possono essere tranne che "perversi", è un altro discorso.
Però una cosa è vera...
Molte fra le cose più perverse che io abbia vista nella mia carriera di cinefilo o spettatore erano giapponesi - o orientali che dir si voglia. Adesso stanno un po' battendo la fiacca e le nuove generazioni si spippettano sui greci, ma è un pregiudizio che resiste ancora.
D'altronde un popolo che ha creato una società così rigida, dove nelle scuole si può venire espulsi per una semplice tinta di capelli e si indossa ancora l'uniforme, dove dare il massimo nel lavoro/studio è il sogno dei più e la competitività è alle stelle, l'unica cosa che rimane è trovare nell'arte la vera valvola di sfogo.
Non è essere perversi. E' trovare una valvola di sfogo che la realtà sembra negare, oltre ad avere culturalmente degli stimoli che hanno alzato l'asticella di ciò che è accettabile più che in occidente.
Se poi pensate che La chiave di Tinto Brass è tratto da un romanzo epistolare di Jun'ichirō Tanizaki...

"Jean, ma i film giapponesi sono tutti così?"
"Quelli tranquilli…"

Lo sa bene Sion Sono, l'irreprensibile Sion Sono (se dite Sono Sion, come vorrebbe l'etichetta nipponica, avete anche come si presenta al pubblico nei festival italiani), il regista che avrebbe voluto fare il sociologo, come sta a dimostrare il cult Suicide club.
Parliamo forse di quello che è il regista estremo per antonomasia, una versione intellettuale di Takashi Miike, solo meno produttiva. Insomma, uno che necessita di un bello stomaco per essere visto e che qui arriva col suo primo film distribuiti qui da noi nella penisola, anche se accorciato di mezz'ora - infatti stiamo analizzando la versione integrale che si trova abbastanza facilmente in rete con doppio audio.
Un film che parla sempre di società, di rapporti umani che crollano e mostri dal passato che ritornano a bussare alla porta. Ma anche un film che parla della condizione della donna, di come la vedono i media e di quello che è l'istinto animale racchiuso dentro ognuno di noi.
In tutto questo, si cita anche Il castello, il capolavoro incompiuto di quel tizio molto allegro che era Franz Kafka.
Sì, Sion Sono, oltre che quella di perverso, ha anche fama di essere un tipetto abbastanza semplice. A far ridere maggiormente sta il fatto che questo è forse uno dei suoi titoli più famosi, ma anche uno di quelli meno memorabili fra i suoi must see obbligatori.

"Jean, ma che roba mi stai facendo vedere?"
"Tranquilla che quello è al massimo latte."

Si parla di una storia nella storia, perché l'indagine va avanti molto alla クソ犬, dato che a Sono non importa di raccontare un'indagine quanto uno sprofondare nell'abisso, vero punto in comune con il boemo.
Non gli è mai importato particolarmente di raccontare di persone felici, perché secondo il suo punto di vista la vera bellezza sembra non esistere e la società ci porta a dare il peggio di noi. Quella che Sono ritrae nei suoi film è una società castrante, che frena le persone ad essere se stesse, le quali si troveranno infine a esplodere per il troppo accumulo quando la loro vera natura esce allo scoperto, come un forellino in una diga poco stabile che diventa un getto.
E la prima a cadere sotto l'accetta dell'occhio di Sion è proprio la famiglia, distrutta sia dal punto di vista della detective che indaga che da quello delle due signorine su cui baserà la propria indagine. La famiglia, quella che tutti vedono come il fine ultimo della felicità ma che in realtà è spesso la causa dei più grandi mali.
Non per nulla, Izumi è costretta a vivere in una relazione che la vede sottomessa senza violenza, Mitsuko a alle spalle dei calvari familiari non proprio trascurabili e Kazuko lo vediamo fin da subito. Che un film simile poi sia mosso principalmente da tre donne (quattro, dai) la trovo una cosa ancora più forte.

"Jean, fai vedere a tutte dei film così?
"Sì, perché?"
"E ancora non ci sei arrivato…"

Koi no tsumi, dice il titolo originale. Amare è un crimine.
Sono mette su celluloide un film che inizialmente era nato come omaggio ai pinku eiga, i film softcore che però ebbero anche una certa propensione artistica verso il finire degli anni Settanta, per portare avanti quel tipo di cinema a cui ci ha abituati.
La prostituzione non è vista solo per calcare il piede su quel sempiterno senso di squallore ricercato, ma è vista da Izumi e Natsuko in maniera diametralmente opposta: trasgressione per la prima e stanca rassegnazione di un mondo che l'amore lo nega per la seconda.
Koi no tsumi è un film di corpi che parlano, perché dove non ci sono le parole si sostituiscono i corpi e dove le parole non danno motivo per riscattarsi, ecco che tutto arriva con il sesso. In questo mondo tutto è in vendita, lo è anche l'anima delle persone - non per nulla Izumi viene notata dalla manager in un centro commerciale - che però non hanno il tempo di confrontarsi e placare i fantasmi che le attanagliano, come farà vedere il bagno di sangue che seguirà.
L'ispettore Kazuko è quindi il terzo elemento in un quadro di casi umani, apparentemente la più normale, ma che in quel ruolo di moglie e madre si sente stretta, pur avendo quella che sembra una famiglia felice, segno che quelli che sono i percorsi obbligati non danno la felicità e spesso non portano proprio da nessuna parte. Non c'è consolazione alcune, nel cinema di Sion Sono.

"Jean, ma tutti i film che guardi sono così?"
"Sulla tv, dici? No, vado anche al cinema..."

Nonostante tutte queste belle parole, Guilty of romance non è proprio il film migliore di Sono. D'altronde parliamo di un regista che possiede una lucidità a dir poco pazzesca nel parlare di quelli che sono i mali sociali del proprio paese ma che tende a volte a gioire di questo sua fascino maledetto, esagerando e spesso perdendo un po' il filo non tanto col discorso, ma con il contesto poetico e drammatico che vorrebbe creare.
Se la prima parte è pressoché perfetta, con tutti i tempi bilanciati e questa escalation di nefandezze che cambiano drasticamente tono alla pellicola, la seconda tende proprio a perdersi in questa miriade di riferimenti, fatti (in tutti i sensi), avvenimenti "perversi" e questa voglia di essere sempre più, ancora più eccessiva ad ogni costo, tanto che la logica e la coerenza psicologica dei protagonisti va un po' a quel Fukushima e molti colpi di scena risultano pure vagamente forzati.
Sì, anche per un'opera che del realismo e della plausibilità se ne strafotte altamente.
Si ha la sensazione di qualcosa che stroppia, che finisce per esplodere per troppo accumulo… ma lo fa come i suoi protagonisti, pur avendo la visione psichedelica di un grande regista che riesce però a tenere sott'occhio quasi tutto, dando un finale che chiude bene il cerchio e ridicolizza con raffinato nonsense il nostro inutile vagare per... cosa, alla fine?

"Ecco Jean, riassume bene le mie opinioni sul film!"
"Oh, hai davvero rotto il ペニス!"

Sicuramente uno dei più famosi e celebri di Sono, e data la presenza anche in Italia una buona scusa per recuperare quello che è sicuramente uno dei registi più estremi e particolari in circolazione.
Perché sì, forse i giapponesi sono "perversi".
Ma sarebbe anche utile capire il perché di tutto questo e che l'arte non conosce parametri di sorta.





2 commenti:

  1. Sion Sono mi toccherà ad Ottobre vedere 4 film, questo è tra le "riserve", ma dopo questo potrebbe scalare la gerarchia, chissà ;)

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U