giovedì 1 agosto 2019

High life




Monte è un uomo, ultimo sopravvissuto di un equipaggio di esiliati che doveva ricavare energia da un buco nero, che vive insieme a una neonata in una navicella spaziale...


Se c'è un attore che per me merita un plauso per le scelte di carriera fatte, quello è sicuramente Robert Pattinson.
Il suo esordio ufficiale viene annotato nel quarto episodio del maghetto quattrocchi, ma quello vero e proprio si ebbe ne La fiera della vanità di Mira Nair, solo che le sue scene vennero tutte tagliate dal montaggio finale. Poi vestì gli sbrilluccicosi panni di Edward Cullen e il resto è storia.
Molti per quel suo ruolo lo hanno perculato alla grande ma, forse perché troppo intenti a strapparsi i capelli perché è stato ufficializzato come nuovo Batman o a continuare a sfottere un attore per un ruolo fatto a inizio carriera, peraltro poi rinnegato a saga finita, ignorano invece la sua evoluzione e soprattutto i ruoli che poi è andato a cercarsi. 
E diciamolo, se mister Cronenberg ti chiama per ben due volte di fila, forse non sei bravo solo a simulare i glitter.
High life fa proprio parte di quella serie di film strambi, particolari, indipendenti e anche poco appetibili che è andato a scegliersi per dimostrare di saperci fare e scrollarsi di dosso il vecchio, nefasto ruolo vampiresco.
Voi però continuate a esaltarvi per Johnny Depp che continua a fare Jack Sparrow, mi raccomando.

Un volto afflitto per le continue bat-tute...
Ed ha pure una tuta!

Da sempre poi c'è una questione che vede il cinema di genere il più lontano possibile da quello autoriale, come se le cose non potessero combaciare alla perfezione o seguirsi facendo la spola. L'ho detto già altrove e, anche a costo di ripetermi, dico che il genere di appartenenza non deve essere un fine, quanto un tramite, altrimenti dovreste rinnegare Tarkovskij e mettere al rogo i vostri dvd di Solaris e Stalker che, per quanto particolari e fuori dagli schemi, sempre fantascienza sono.
Alla fantascienza autoriale si affaccia per la prima volta Claire Denis, regista francese qui al suo debutto anglo-americano che, a parole sua, affermò di aver voluto girare questo film nella lingua d'Albione perché così lo aveva immaginato nella sua testa - ? La Denis non è molto conosciuta al grande pubblico, ma ha saputo ritagliarsi un proprio spazio grazie al suo cinema estremo, tendente allo sporco e abbastanza allergico al sapone. Il risultato è una fantascienza atipica, che punta molto su un certo tipo di violenza e claustrofobia e su un gruppo di attori perfettamente in parte.
Perché se abbiamo Pattinson che volle assiduamente partecipare al progetto e cercò la regista di persona per proporsi, quando lei aveva pensato allo storico collaboratore Vincent Gallo, soprassedendo anche sull'età, abbiamo anche la vontrieriana Mia Goth e un'altra amica di merende della Denis, una Juliette Binoche che a cinquant'anni suonati in quanto a sex appeal fa le scarpe a tutte le altre comprimarie poco più che ventenni.

Nello spazio è passato Pennywise.

Con un budget di soli otto milioni di dollari non ci si può aspettare di certo un Edge of tomorrow qualsiasi, questo sia per le possibilità economiche ma anche per quelle autoriali della cineasta francese che è più interessata a una fantascienza in grado di fare da altarino a quelle che sono le perversioni dell'animo umano.
Il suo approccio sembra più vicino a quello di un Duncan Jones e al suo Moon, pertanto addio a scenografie e computer che sembrano prese da un Apple Store per far spazio a una sci-fi più vecchio stile, con computer dallo schermo piatto ma dalle scritte ancora grossolane, scenografie quasi usurate e un design complessivo che cerca di essere quasi sempre il più respingente possibile, avvicinandosi a quel tipo di cinema spaziale da anni Sessanta o inizio Settanta, esagerando con quelle che potevano essere le tematiche similari sull'umanità e i suoi rapporti.
Tematiche che vanno a braccetto anche con uno stato perenne di claustrofobia, aumentato anche da un formato video più stretto, come sottolineano le bande nere laterali, che guarda caso scompaiono solo durante le riprese spaziali, quando è l'oscurità a farla da padrona. Tutto il resto è avvolto in questo formato che stringe, così come stretta è la vita all'interno dell'astronave e così come devono sentirsi stretti i personaggi, tutti ex galeotti mandati in missione suicida in una prigione semovente.

"Con tanti cari saluti al mio amico Lars!"

High life, il titolo. E per quanto sia preceduto dal titolo di una canzone di James Blunt, gli zuccheri sono proprio assenti. Si parla di life, vita, e parlando della vita non puoi che parlare anche della morte. Non per nulla inizia con Pattinson che alleva questa bambina neonata e che, subito dopo, per risparmiare energia deve abbandonare nello spazio i corpi criogenizzati dei suoi vecchi compagni di avventure, in quella che forse è l'immagine più evocativa di tutto il film e sulla quale si staglierà il titolo.
Da lì in poi è tutto un viaggio a ritroso per scoprire cosa ha portato a tutto quello, alle dinamiche all'interno del gruppo e alla totale mancanza di innocenza e empatia verso ogni singolo individuo. Del resto sono, dottoressa inclusa, solo cavie, persona mandate a morire nella speranza che possano trovare una soluzione, anche a costo della loro vita. E la vita sull'astronave è fattibile fino a un certo punto, perché dove non arriva la solitudine o la sensazione di essere sacrificate ci sono le radiazioni, tanto che qualcuno ci lascia le penne a flashback appena iniziato.
Ma alla missione ufficiale se ne apre una interna, quella della dottoressa interpretata da Juliette Binoche, ovvero quella di riuscire a ricreare la vita in un ambiente ostile come quello spaziale. E' intorno a tutto quello che grava il film, al concetto della vita, al resistere, al valore della stessa nonostante il passato trascorso - anche qui, il crimine di Monte non è stato scelto a caso - e le implicazioni che porta.

Pure la mia crociera sul depliant sembrava meglio...

Detta così, sembrerebbe tutto grasso che cola - vista anche la componente sessuale non da poco, evito di spingermi oltre con le metafore - anche perché vanno aggiunti dei brevi sprazzi di violenza estrema, con tanto di particolari gore caserecci, e una morbosità perversa verso l'accoppiamento, la seduzione e i principi che guidano la stessa nei rapporti umani al limite.
Diciamo che tutto non va come previsto…
Per quanto il film sia stato definito come l'81esimo miglior film di questo decennio - mecojoni! - va detto che gli stilemi e lo stile sono quelli tipici della classica pellicola da Sundance, senza avervi partecipato, che per quanto lontani dal cinema mainstream finiscono per appartenere a una sotto-categoria e quindi per rimandare inevitabilmente ad altro. Pur essendo la sua prima scappatella nel settore si vede che la Denis conosce la fantascienza, ne rispetta l'impalcatura originale ma pone il suo obiettivo su quelli che sono i personaggi, mostrando poco, esagerando quando serve ma creando qualcosa che, per me, non riesce a soddisfare come dovrebbe.
L'arte è composta da fattori oggettivi - tipo, tutti siamo accordo nel dire he Michael Bay non ha una stile raffinato - ma anche da elementi soggettivi che variano in base a quella che è la sensibilità di ognuno - ci sta quindi che a molti Bay Piaccia per quello - e credo che in film come questo valgano più di altri. Perché tra i detti e i non detti di High life ci sono cose che molti troveranno bellissime e che altri, tipo me, finiranno solo per esserne irritati.

Ma... la bellezza di questa donna?

Perché per quanto la storia punti proprio sulla perversione, cosa che da queste parti è sempre molto apprezzata, fa davvero fatica a non sfociare nel ridicolo, specie per ciò che accade in una certa stanza, in certe dinamiche e nei fatti che sembrano succedere solo a comando, perché serve far andare avanti il film.
Si vede sempre che c'è qualcosa sulla superficie, ma si ha anche la perenne sensazione che il film rimanga fermo lì, che non cerchi mai una vera e propria profondità come invece vorrebbe suggerire lo spazio e il buco nero che devono raggiungere. C'è tanta staticità, ma per quanto voluto, un "Che due palle!" te lo fa esclamare in più di un punto, così come diversi problemi della gestione temporale - ma Pattinson è rimasto un vampiro che non invecchia mai?
E i dieci minuti prima della fine non potevano essere bellamente evitati?
Si ha la perenne sensazione di guardare un film strano, ma che questa sua stranezza esista solo per giustificare un proprio auto-compiacimento che porta davvero a poco. Forse a nulla, come a nulla portano i buchi neri. che ci rivelano la preziosità della vita un attimo prima che tutto finisca. Una vita che  arriva col fiato corto e incapace di darci tutta la bellezza che vorrebbe, almeno secondo le intenzioni della Daniels.
Ma anche qua, limiti personali, forse.
Gli stessi che ci rendono umani, fallibili e capaci di fare errori molto più grandi di noi.

Il primo che fa battute volgari lo meno.

Non riuscito, per me, che mi permetto di andare contro quei critici che gli hanno dato un giudizio così alto.
Ma rimane comunque un film assurdo, lontano anni luce (lol) da quello che siamo solitamente abituati a guardare e che verte proprio sulla sensibilità di chi guarda, a spingerlo a mettersi alla prova coi numerosi non-detti che lo costellano.
Solo per questo meriterebbe una chance.





2 commenti:

  1. «Voi però continuate a esaltarvi per Johnny Depp che continua a fare Jack Sparrow, mi raccomando»
    Cinque altissimo! Non vedo l'ora di vederlo interpretare Batman, alla faccia degli "odiatori" professionisti. Detto questo il film non mi aveva fatto impazzire anche se il cast faceva il suo alla grande, quindi direi che siamo alieneati anche su questo. Cheers!

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    1. Infatti, come questi "odiatori professionisti" si concentrino solo su certe persone, che peraltro il più delle volte manco lo meritano, non lo capirò mai. Così come non capisco tutte le valutazioni alte per questo… ^^'

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U