lunedì 19 agosto 2019

Oasis




Jong-du è un ragazzo ritardato che ha appena finito di scontare la propria pena carceraria, che lo vedeva dietro alle sbarre per aver investito un pedone dopo una guida spericolata. Ritornato in libertà, in un mondo che proprio non lo sa accogliere, incontra casualmente Gong-ju, ragazza disabile della quale finirà per innamorarsi...


Credo di essere una di quelle persone che può vantare uno dei curriculum più variegati di sempre: ho fatto il netturbino, l'operaio, poi anche il co-autore di videogiochi e il fumettista. A ogni colloquio infatti vedo sempre qualcuno alzare un sopracciglio.
Fra tutte le esperienze lavorative fatte, quella che mi ha portato a proseguire e ad operare nel settore dell'assistenza sanitaria (e che in termini umani mi ha lasciato dentro più di ogni altra) è stata quella dell'animatore per disabili in una cooperativa - il primo che chiede se sono quelle dove si fa la spesa lo meno, giuro.
Sapete che odio la facile retorica ma sì, è un'esperienza che ti porta a vedere le cose in maniera diversa e a dare a tutto un peso differente, anche se ti porta addosso molta più disillusione su tanti aspetti. Ma soprattutto, credo che non sia un lavoro adatto a tutti e per tutti, tenetevi bene a mente la cosa perché è davvero importante.
Ancora di più, credo che quello della disabilità non sia un mondo che si possa descrivere con facilità, perché il rischio di ricreare dei facili pietismi o delle banalità mal assortite è davvero dietro l'angolo.

Ai colloqui faccio questo effetto...

Lee Chang-dong è forse il coreano sfigato per eccellenza. Rinomato maestro della settima arte, è però quello che dell'ondata modaiola del cinema orientale di qualche anno fa ne ha tratto il minor beneficio.
Infatti in quanti lo citano?
Cioè, ogni tanto qualcuno dice che è bravo, ma nulla più.
Un po' come il tizio a cui tutti vogliono bene ma che non viene mai invitato alle feste, o quello carino e intelligente che si vede soffiare la ragazza da un ciccione ignorante. Oasis è un film davvero poco conosciuto sia nelle realtà cinefile che nell'internet in generale, ma è davvero un peccato perché è una pellicola di una delicatezza e di una tenerezza tutta sua che non dovrebbe temere confronti con altri titoli decisamente più blasonati.
Sì, Quasi amici, sto parlando di te.
E sfido voi a fare un film che pine le sue basi su una storia d'amore tanto weird senza dare un onnipresente senso di cringe ad ogni piè sospinto, ma anzi, a trovare dei trucchi semplici ma efficaci per descrivere l'andamento degli eventi e tutte le complicazioni che la cosa può portare.
Non credo di avere gli elementi necessari per poter dire che questa è una cosa che riesce solo ai maestri, ma visto il risultato finale, questo Chang-dong è uno che almeno ha fatto i compiti a casa e ci ha messo pure del suo. E se lo dice un cinico come me...

Un Tarantino come non siete abituati

Appurato che questo non è un film sulla lite dei fratelli Gallagher, ma anzi, una storia d'amore, in aggiunta, una storia d'amore fra due disabili, sfido lo spettatore più attento a non storcere il naso.
Perché sì, la disabilità è ancora un tabù in oriente come in occidente.
Se il già citato film della coppia Nakache/Toledano aveva stupito perché riusciva addirittura a ridere della disabilità, a me viene da dire che nella cosa non c'è nulla di sorprendente perché, per propensione naturale, tendo a non avere filtri su nulla. La disabilità esiste, se ne può ridere - come della morte, ad esempio - perché è proprio con la risata che sui esorcizza e si impedisce al mondo di ghettizzare qualcosa. Che debba essere una risata e non un casuale riso è un altro discorso.
Chang-dong non realizza una commedia. E' a tutti gli effetti un film drammatico, senza però sfociare nel dramma esistenziale pure nelle scene più serie, ma anzi, tenendo da conto una leggerezza onnipresente che sembra mettere senza facilonerie di sorta un occhio da bambino su ogni scena.
Non potrebbe essere altrimenti. Il film è realizzato a "misura di Jong-du" perché è proprio sul suo punto di vista che sembra essere focalizzato, emblematica a tal punto è proprio la scena iniziale.

Quando sei in una metro e non è un film di Noé...

In un uomo che cammina per una strada cittadina non c'è nulla di particolare. Tutti camminano e visti dall'alto siamo tutti uguali. Se però ci avviciniamo e scrutiamo meglio le persone, possiamo notare le prime differenze. Se poi ci parliamo, allora possiamo sapere anche le loro storie e il gioco inizia a farci interessante.
Chang-dingdongdang inziia con questa ripresa quasi serrata del protagonista per mostrarci un uomo semplice, con degli evidenti disturbi causati dal proprio ritardo, affacciarsi dopo il periodo dietro le sbarre in un mondo che forse è troppo grande per lui. Ma lo ritrae con lo sguardo smaliziato e per nulla impaurito di un bambino, e proprio la figura di un bambino fa con quei suoi primi approcci con la "gente libera", in una delle tante grandi città coreane fatte di traffico, gente sempre di corsa e persone che non hanno tempo per soffermarsi a guardare meglio - ma chi ce l'ha?
Basta una scena così per dare il succo del film.
Il suo fine.
... ma anche il suo inizio.
Perché a tutto quello si aggiungerà anche il resto, questo amore che offre dei momenti a prima vista abbastanza respingenti (il loro primo incontro è qualcosa di abbastanza assurdo...) ma vissuto anche con una spensieratezza che solo chi ha conservato la fanciullezza dentro di sé può avere.

Datemi scene così e io sarò felice per sempre.

Perché se Jong-du e Gong-ju riescono a vivere la loro storia alla loro maniera, lei perché forse è l'unica che potrà mai avere e lui perché quella è la sua naturale vocazione, lo stesso non si può dire del mondo esterno, che storcerà diversi nasi nel vedere questa accoppiata vincente.
A sorpresa, è qui che il film offre degli spunti forse scontati, ma per come vengono mostrati, anche ugualmente interessanti. Si svolge tutto nelle retrovie, fra i commenti che la gente fa a vedere quei due, così strani, così grotteschi ma, questo non lo riescono a capire, così felici. E' in questo modo che si scoprono diverse sotto-trame, appena accennate, sul quello che è stato il carceramento di Jong-du e sui rapporti interni alla famiglia.
Oasis è un film che mostra tanto e parla poco. I dialoghi ci sono, ma fra un delirio e l'altro di Jong-du quelli che servono per raccontare la storia sono davvero pochi - appena accennati, come già detto. Ci sono solo questi due personaggi e il loro arricchirsi reciproco, cosa che non riesce alle grigia esistenza dei comuni umani. Da notare infatti come quando loro due si avvicinano i colori della fotografia diventano sempre più accesi, mentre la normale realtà è rappresentata con la freddezza tipica delle grandi metropoli. Un mondo bidimensionale e ordinato che non lascia spazio al caos che hanno dentro, tantoché finiscono per crearne uno loro - letteralmente - in quelle che sono le scene più belle.

Richard Gere scansate.

Rimane un film fatto anche - soprattutto - di corpi.
Qui va spezzato uno stereotipo, circa il fatto che gli orientali non sappiano recitare. Questo è dovuto a una buona etichetta che prevede lo sguardo. In Giappone, ad esempio, è mal considerato il guardare negli occhi l'interlocutore - l'altezza adeguata è lo sterno, il mento o la fronte - mentre in Corea la cosa è meno tassativa, ma comunque tenuta in vigore nelle gerarchie lavorative. Questo ha portato a una estremizzazione nella recitazione, specie per un popolo non abitato ad esternare i propri sentimenti in pubblico, che ha avuto una sua personale evoluzione nelle diverse scuole recitative.
Lee Chang-dong ha avuto occhio non solo nel ricreare queste atmosfere sognanti, ma anche nel guidare i suoi attori. E spicca sopra tutti Moon So-ri, che riesce a trasformarsi davanti allo schermo prima che Eddie Redmayne facesse diventare la cosa una pratica abusata, con una naturalezza che trucco e parrucco da soli non riescono a dare.
Oasis è un piccolo mondo che non rivoluziona o scardina nulla, ma che riesce a mettere in situazioni "pesanti" una leggerezza con un tocco che solo pochi possono permettersi, senza però dimenticarsi di appartenere a una realtà molto meno fiabesca che richiede sempre di mostrare il conto...

"Ti proteggerò io da Jean Jacques!"

Lontano dalle provocazioni, dalle esagerazioni, dagli sfarzi estetici e dai cliché di un certo cinema che ha fatto parte della fortuna della Corea del Sud - almeno ai fetsival - Oasis è una perla che merita di essere conosciuta maggiormente, anche perché se ne è sempre parlato molto (troppo) poco.
Che da sola asfalta quel pippone di Chiamami col tuo nome senza troppi sforzi, anche...
Ok, non c'entra nulla. Ma dar contro quel film è sempre una gioia.





4 commenti:

  1. film meraviglioso, l'ho adorato ^_^

    RispondiElimina
  2. Sulle ultime tre righe un applauso. Comunque questo devo ancora vederlo..

    RispondiElimina

Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U