domenica 15 settembre 2019

Indivisibili




Daisy e Viola sono due gemelle siamesi che vivono in un quartier degradato di Napoli. Sfruttate come fenomeno da baraccone da tutta la familgia, che lucra grazie a loro, si esibiscono come cantanti neomelodiche per i vari eventui. Quando scopriranno che grazie a un'operazione possono essere divise...


Se vedere un bel film è sempre qualcosa di bello, vedere un film bellissimo e, per di più, italiano, è qualcosa di impagabile. Se ci penso bene, poi, i film italiani che più mi hanno emozionato nell'ultimo periodo - che anche se non si vede, nel nostro cinema sta avvenendo una rinascita - sono proprio quelli che della loro italianità facevano una sorta di vanto.
Poi c'è stato il (purtroppo) già dimenticato Il primo re, che oltre ad essere il primo kolossal nostrano "moderno", cercava di parlare dell'Italia che doveva ancora nascere, facendo grande cinema con quella che è la nostra tradizione storica e le nostre leggende.
Il mio cuore però va a Gatta cenerentola.
Non solo un film d'animazione, già di per sé una rarità. Ma un film d'animazione che aveva all'epicentro del climax drammatico anche il suo essere napoletano e che attraverso quell'ottica poteva essere capito appieno.
Incredibile ma a vero, l'ultimo film italiano a colpirmi come pochi altri è proprio una pellicola che parte da un pretesto quasi assurdo, descrivendo una Napoli e un Sud degradati ma a loro modo bellissimi.

"Questo pezzo lo canterò con la mia gemella Beverly…"

Parli d'Italia, poi, e parli anche di meritocrazia e riconoscimento dovuto.
Sarò onesto, non conoscevo Edoardo De Angelis, regista e sceneggiatore (con Barbara Petronio e Nicola Guaglianone, su un soggetto di quest'ultimo, lo stesso di Jeeg Robot), ma il film *SPOILER* mi è piaciuto così tanto da andare a cercare info su di lui e... beh, scoprire che è lo stesso che col proprio team creativo ha dovuto scrivere i film di Ficarra & Picone un po' di tristezza me l'ha messa.
Così come scoprire che ha diretto altri film, tutti grossomodo su questo stampo, e che ovviamente hanno ricevuto una distribuzione ridicola e che hanno avuto modo di far parlare di loro solo ai festival interessati.
Poi vi esaltate per Guadagnino...
La verità è che un film simile, molto meno barocco o ricercato in quanto a stile dell'ultima rivelazione italiana (lo stesso che perculavamo perché aveva fatto Melissa P., ricordo), a mio modesto parere ha comunque moltissime cose da dire e le dice benissimo attraverso il mezzo cinema, con un'onesta e un'umanità di intenti che poche altre pellicole possono vantare. Il tutto con l'aggiunta che parte da un pretesto ai limiti del trash e cerca di essere di cattivo giusto in più di un'occasione con tutte le sue forze, non riuscendoci mai. A riuscirgli però è quello di ritrarre un'umanità ai margini, ai limiti del disastrato, senza enfatizzare sul pietismo come spesso può accadere quando si affrontano temi così' delicati.

"Ma che è? Semo passate da Cronenberg ai coreani?"

Si parla di Daisy e Viola, due gemelli siamesi. Si parla di loro, ma si inizia a far parlare prima l'ambiente in cui sono cresciute, con quel piano sequenza iniziale che fa da apripista per qualcosa di incredibile, una scena che con un'idea così basilare da sola mostra tutto quello che c'è da vedere e fa capire ogni cosa. Quattro minuti che da soli dicono più di mille racconti, per farti sentire dentro un ambiente a te lontano, sconosciuto ma che in questa maniera impari ad osservare.
E ci mostra Daisy e Viola, le due protagoniste, che già dalla prima scena sono perfettamente caratterizzate da un'azione del risveglio - non vi sto a dire quale - in grado di differenziarle. Ecco, il film è iniziato da appena cinque minuti e già siamo immersi in questo mondo degradato, sporco e ai margini.
E' incredibile come sarà proprio questo ambiente, vero e proprio comprimario, a parlare più degli stessi protagonisti. Come parlano i dettagli, le scritte sul furgone familiare, le feste di paese a cui sono invitate, la nuova chiesa popolare nascente... e in mezzo a tutto questo, loro due.
Daisy e Viola.
Due ragazze siamesi.
Che già qua farebbe quasi ridere, ma ti basta vedere quelle due attrici, Angela e Marianna Fontana, che sorelle lo sono davvero, per restare di sasso. Perché non sono solo bellissime alla loro maniera, simili e così diverse, ma così brave da bucare lo schermo senza fare nulla.

"Sono un cantante frizzantino."

Si parla (anche) del sud, si parla della Napoli più degradata e delle anime che si muovono al suo interno. Ma si parla soprattutto di scelta, del potere di crearci il nostri destino e di tutte le avversità che ce lo impediscono.
Daisy e Viola stanno per compiere diciotto anni e quindi possono prendere da sole certe decisioni. Ma anche in quello inizialmente non saranno d'accordo, mettendo in risalto i veri punti di forza del film - e la bravura delle due attrici. Due caratteri così diversi pur avendo condiviso lo stesso destino per tutta la vita, per quella che è forse la scena più sentita di tutto il film. Due anime semplici, fragili a loro modo, ma in grado di reggere sulle spalle una storia lineare ma decisamente molto sentita, per quella che è una vita e un'infanzia-giovinezza negata da una condizione d'essere ineluttabile. Si tratta sempre di lasciare una stabilità rodata da tutta la vita al gettarsi a vuoto in un mondo della cui cattiveria vedono i frutti tutte le mattine appena si alzano.
Ma è pur sempre vita.
Vale la pena viverla o meno?
De Angelis le segue con uno sguardo smaliziato ma quasi sempre sognatore, mettendo in scena un micro-mondo che pur affogando costantemente nella melma mantiene un'aura quasi favolistica per tutta la durata, arrivando a ritagliare delle scene quasi oniriche nella loro quotidiana e terrena assurdità.

"Scappamo?"
"Se ce vojono fa cantà, ce devono pagà er doppio!"

Il sud e le favole vanno quasi a braccetto. Giabattista Basile raccolse tutto il folklore favolistico da cui si sono evolute tutte le leggende e, per ricollegarci al film di Rak, parlare del Sud con un'accezione quasi fiabesca a una certa viene quasi naturale.
De Angelis è più dalle parti della fiaba nera, anche se a differenza di questa non mostra particolare morbosità per la deformazione e la violenza, preferendo concentrarsi sull'animo dei suoi protagonisti e sui trascorsi che hanno portato a quella situazione.
Sta anche in questo la magia del film, per come riesce a mettere in scena dei personaggi così discutibili senza però ritrarli in maniera piccola o miserevole, ma dando loro una profondità insperata e che ti fa quasi volere bene a loro, nonostante tutto. Non delle persone cattive, ma persone che forse sono riuscite quasi a diventarlo nel loro sbracciare per tentare di rimanere a galla in mezzo alla merda.
Manco a dirlo, ho amato il personaggio del padre.
Così crudo, così sofferto... così umano, anche nei suoi momenti peggiori, con quei demoni che non riesce a combattere e quel cercare di andare avanti, in una vita squallida che non lascia tempo a poco altro - tra l'altro, l'attore Massimiliano Rossi lavora anche come montatore.
Ma forse gran parte del merito è dovuto a degli attori perfettamente in parte che da soli bastano a fare metà del lavoro.

# Sarei un re, senza di te / ma con me ci sei tu… #
Come non detto, già usata.

Credo che un film, o una storia in generale, in soldoni debba fare questo: portare l'assurdo nel tuo mondo e riuscire a raccontartelo facendotelo passare come la cosa più naturale che possa esserlo, da farti dire che sì, è possibile e accetto tutto ciò come realtà. Se poi verso la fine ti spezza dentro, allora tanto meglio.
De Angelis con questo suo terzo lungometraggio ci riesce alla perfezione, consegnandoci situazioni surreali (non sono andato a cercare quanto siano affidabili le diagnosi che fanno all'interno del film e nemmeno mi interessa), personaggi ai limiti ma, soprattutto, tantissima umanità, senza spanderla in girò come se non ci fosse un domani ma facendotela vedere quando serve, senza cercare il sensazionalismo a tutti i costi, vero talento di ogni tizio che racconta una storia.
Sì, due dei film italiani che più mi hanno colpito negli ultimi tempi parlano del sud e di Napoli. E sì, in ambedue le pellicole la componente musicale è importantissima.
Se nella gatta di Rak la tradizione veniva anche distorta, De Angelis sposa in tutto e per tutto quel contesto neomelodico che magari a tratti può strappare una risata denigratoria per far vedere come dietro alle cerimonie, ai preparativi e al trash che inevitabilmente un movimento simile si porta dietro ci siano delle persone con la loro storia e i loro demoni personali.
Come dovunque.

"La prossima volta solo commedie, ce semo capite?"

Sì, il cinema italiano è vivo e continua la sua silenziosa e lenta rivoluzuione. Lo fa con film così, che raccontano quello che si è sempre detto in maniera fresca, poco rodata e in grado di trascendere qualunque pubblico di riferimento.
Un giorno se ne accorgeranno pure i distributori, forse.





4 commenti:

  1. Sai già, per me uno dei migliori film della sua annata, così come Il vizio della speranza. Peccato che la Gatta Cenerentola mi abbia detto poco però, lo avrò visto io in un giorno sbagliato.

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  2. E' questo il cinema italiano che mi piace e che voglio, Jeeg, Gatta Cenerentola e questo, tre film coraggiosi ma anche e soprattutto riusciti ;)

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U