martedì 3 settembre 2019

Lasciami entrare - Låt den rätte komma in




1981. Oskar, un dodicenne vittima di bullismo, conosce Eli, una sua coetanea che ha iniziato a vivere nella casa accanto insieme a uno strano signore. Nello stesso periodo nel quartiere avvengono delle misteriose sparizioni, si pensa ad opera di un killer. Oskar spera che il killer possa far fuori i bulli che lo tormentano e inizia una strana amicizia con Eli, che mostrerà un lato molto inquietante...


Non molti lo sanno, ma Kubrick doveva realizzare un kolossal su Napoleone Bonaparte, progetto che non partì mai per l'enorme spesa richiesta - 40 milioni di dollari, spesa assurda per l'epoca - e per l'insuccesso di film come Waterloo e Natascia di Bondarčuk, che fecero desistere i produttori.
Ecco, bastò questo a intralciare quello che è considerato, e lo era anche in vita, come il più grande regista del mondo.
Siccome viviamo in tempi miseri, che non è quella che non deve morire, a far danni qualche anno fa fu Twilight.
Specifico che per me la saga di Edward e Bella era quanto di più innocuo potesse mai esserci, pronta a finire nel dimenticatoio comune non appena i titoli di coda dell'ultimo film avrebbero iniziato a scorrere. Davvero, non mi ha mai innervosito più di tanto, a parte per alcune sotto-tematiche, mi scazzavano più le continue parodie che mettevano solo benzina sul fuoco del suo successo. Tanto da rendere dura la vita a questo Låt den rätte komma in, che si prese dai più della taroccata. 
Insomma, robe da far venire il Låt alle ginocchia.

Inizia il pippone.
La recensione, intendo. Che avete capito?

Non fosse stato però per il successo della coppia più scoppiata della storia della letteratura, prima ancora che tutti si indignassero per After, dubito che questo film avrebbe avuto modo di farsi conoscere da noi, dando così inizio anche alla carriera distributiva della Bolero film.
Così come dubito che la Marsilio avrebbe pubblicato il libro di John Ajvide Lindqvist, considerato lo Stephen King scandinavo anche se per me col Re ha in comune solo l'aspetto horror delle storie, dato che per quanto entrambi abbiano a cuore l'infanzia e tutto ciò che ne può derivare, viaggiano su direzioni opposte come stile e svisceramento. Va da sé che il tizio sta fuori come un balcone ed è per questo che come autore mi piace molto, e che è quanto di più distante possa resistere dalla Meyer, il che è solo un bene.
Eppure questa è una storia molto statica, che si svolge quasi interamente in un isolato e in una cittadina come tante, ma che nei particolari nasconde una profondità e una capacità di guardare l'animo umano come solo chi è veramente dotato da fare.
Lindqvist ha collaborato alla sceneggiatura, eliminando diversi passaggi e snellendo una trama che già di suo non era particolarmente contorta, ma che grazie alla fredda regia di Tomas Alfredson riesce a trovare un proprio equilibrio che solo poche opere sanno possedere.

"Perché non mi serve essere un vampiro per sapere che Jean scriverà una scemenza?"

Si parlava di infanzia...
King coi suoi bambini ha saputo costruirci sopra una carriera. Ha seguito le tracce dei Losers in It per tutta la loro vita, ha saputo rievocare i ricordi di un adulto in The body (nella raccolta Stagioni diverse, da cui hanno tratto il bellissimo Stand by me, che se non vi piace dovete avere un carciofo al posto del pancreas), ma si è sempre trattato di infanzie proiettate a descrivere adulti già delineati. Quella volta che si p concentrato solo sul presente è stato con La bambina che amava Tom Gordon e il risultato non è che sia stato proprio esaltante, come invece succede nel libro di Lindqvist.
Che ha del miracoloso.
Non solo perché riesce a far reggere in piedi sulle proprie zampe una storia ai limiti del ridicolo, come lo sono quasi tutte quelle dell'autore svedese, ma proprio perché descrive non solo delle infanzie, ma delle infanzie al limite, dato che è indubbio come Oskar non sia proprio con le rotelle a posto - vuoi per il contesto familiare e sociale in cui si ritrova - e che anche la sua amichetta abbia qualcosa che non va.
Lindqvist fa proprio un discorso a parte, parla di infanzie negate. Una che proprio non è stata vissuta, per ovvi motivi, un'altra che non può godersi la spensieratezza che lo stereotipo comune vorrebbe affibbiare a quel momento dell'esistenza perché tutto ciò che sta intorno sembra crollare come un castello di carta.

E comunque ci sono ragazze che lo hanno trovato più bello di me...

Come siano stati gli adulti a rovinare il mondo in cui gli adolescenti si sarebbero ritrovati a vivere è una convinzione comune che nell'horror viene praticata dai lontani Eighties che ora vanno tanto di moda. Se ci pensate, è da Freddy Krueger in poi che i ragazzi protagonisti si trovano ad affrontare delle avversità create dagli stessi adulti assenti e poco presenti sia in termini umani che di minutaggio.
Lo stesso accade qui.
Figure adulte che ci sono tanto per dar lavoro alle comparse e che, quando attive e presenti, a dir poco succubi o totalmente incuranti di quello che sta succedendo, che vedono tutto di facciata e che, quando decidono di intervenire, lo fanno solo quando è troppo tardi e quando le cause del loro stesso male si ripercuotono su di loro. Non c'è un dialogo fatto da un adulto che non risulti irritante, posticcio, volutamente fuori posto e, soprattutto, sbagliato.
Il colpo di grazie definitivo però sta nel vedere come anche i bambini si accodino agli esempi che gli adulti danno loro, perché nemmeno i bambini si salvano. C'è Oskar, una vittima, ma che dentro di sé cova sentimenti di odio e vendetta che cerca di esasperare con degli atteggiamenti inquietanti e violenti, meditando vendette e squartamenti, non trovando aiuti. Come se Lindqvist e Alfredson volessero dirci col megafono che viviamo in un mondo senza salvezza da qualunque parte cerchiamo di volgere lo sguardo.

L'effetto che fa leggere le mie recensioni

Forse è proprio per questo che una storia (d'amore?) come quella fra Oskar ed Eli poteva nascere, perché è una storia fra due emarginati, anche se per motivi diversi. Lei perché non fa parte di questo mondo da molti anni, lui perché in questo mondo non ha mai saputo viverci. Due piccole sfumature di uno stesso male di vivere che finisce per unire in una sofferenza comune e a far incontrare l'uno dove l'altra non può arrivare per ovvi motivi.
Non c'è alcuna tensione sessuale - come rivelerà un piccolo particolare... - o interesse vagamente spinto (quasi), è solo l'incontro fra due anime affini, condito da una salsa horror che fonde folklore vampiresco, come suggerisce il titolo, e i più comuni topoi cinematografici.
E' la storia di qualcuno che riesce a trovare un suo simile, non tanto nella forma come nella sostanza, con cui poter comunicare.
Il linguaggio è importantissimo in questo film.
Così come l'atmosfera generale, che la freddezza climatica della Svezia accosta a quella interiore dei personaggi, che sembra avvolgere in un macabro abbraccio ogni vicenda che accade sulla pellicola.
Alfredson dirige tutto con un controllo a dir poco maniacale che sa esplodere quando serve, lasciando sprazzi di vera cattiveria che riescono a dare ancora più forza a quello che succede sulla carta. Sono tutti particolari, come il tonfo di un corpo che cade, un'inquadratura quando accade un momento molto splatter, che nel loro tentativo di sopperire a un budget non elevatissimo riescono comunque a dare quel valore aggiunto e artistico che film così meritano.

Cosa succede a concordare col mio parere...

Se letterariamente, a parte per alcune lungaggini che segnano quasi ogni esordiente, aveva già convinto tutto, il testimone passato ad Alfredson lascia ugualmente convinti perché non è facile trattare una storia simile senza strafare. Senza apparire ridicoli, ridondanti o fuori luogo, come può perfettamente accadere nel trattare le storie scritte da Lindqvist, autore non per tutti, sia in materia di lettura che di trasposizione.
Alfredson qui era a uno dei suoi primi film ed è quello che lo ha lanciato a livello internazionale. Peccato che, almeno ad oggi, non sarà mai più così bravo, per quanto sempre con un controllo ferreo della messa in scena e di quello che riguarda la composizione dell'inquadratura.
Låt den rätte komma in è un film dove si parla poco, pochissimo, e tutto è lasciato ai corpi dei due interpreti principali e a quello che accade sullo schermo. E' un film che a tratti può sembrare fin troppo lento o freddo, ma che sotto questa scorza nordica nasconde dei momenti di vera tenerezza che trascendono quello che può accadere tra una normale coppia, che sia di amanti che di amici.
E quella scena finale...
Così grottesca e assurda, ma che lascia una nuova speranza per il futuro che verrà. Il mondo è brutto, bruttissimo, ma si può sempre andare via e le anime affini esistono per davvero.

Il sogno di ogni bambini delle medie.

Un piccolo film, dimenticato troppo presto e perculato troppo al momento dell'uscita per motivi sbagliatissimi. Ma a suo modo, un piccolo miracolo.
Così miracoloso che pure il remake americano merita...





6 commenti:

  1. Visto ad un Torino Film Festival di una vita fa, ultimo spettacolo. Esco verso mezzanotte tutto innevato (aveva nevicato mentre ero al cinema), città svuotate, neve ovunque, pensavo di essere ancora nel film. Uno dei migliori film di vampiri di sempre, coerente con l'iconografia dei succhia sangue, lo adoro e del remake Yankee non voglio nemmeno sentir parlare. Cheers!

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    1. Uno scenario simile ha di certo aiutato 😍 e il r-yankee, anche se inferiore, per una volta ha funzionato! D'altronde dietro c'è quel dritto di Matt Reeves 😜

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  2. Splendido.
    E chi ha osato dimenticarlo?

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    1. Tanti. Come succede a troppe cose belle, ultimamente...

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  3. Dimenticato? Da chi? Non da me, piccolo gioiellino davvero ;)

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    1. Consolante sapere che siamo in diversi (termine non casuale, visto il tema) a ricordarlo 😍

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U