martedì 1 ottobre 2019

Burning - l'amore brucia




Jong-su è un aspirante scrittore che tira a campare come meglio può, con una vita fatta di espedienti e di sogni infranti. Un giorno incontra Hae-mi, una ex compagna di scuola che però non riconosce subito. Lei gli chiede se può badare al suo gatto mentre fa un viaggio in Africa e il giovane accetta, non trovando mai il maledetto felino. Al proprio ritorno però la ragazza sarà accompagnata dal facoltoso Ben e...


Ci sono un giapponese, un coreano e un italiano...
Il giapponese è lo scrittore Murakami. Non Ryu, è il Murakami buono, Haruki, che scrive un racconto. Manco un libro, un racconto. Che detta così è quasi come quello che alle feste ci prova con le tipe dicendo quello che fa nella vita per essere sminuito passo dopo passo, ma sento l'anima di Carver che mi alita sul collo quindi smetto di fare battutacce. Insomma, Murakami pare abbia scritto 'sto racconto, Granai incendiati, contenuto nella raccolta L'elefante scomparso e altri racconti.
Il coreano è Lee Chand-dong, che siccome siamo persone molto mature chiameremo Dingdongdan. Uno che ha fatto du robette da nulla come Oasis e Poetry, mica pizza e fichi. Che poi si prenda delle pause mica da poco tra un film e l'altro, tanto per fare il Malick tarocco, dato che ora pure lui ne fa a cottimo, è un altro discorso. Pure tra i cinefili lui è il coreano meno cagato del mondo. Del resto ha fatto questo film, ha pure partecipato a Cannes, ma si è parlato solo della vincita dell'altro coreano in gara.
L'italiano invece è la Tucker film che lo distribuisce, con un anno di ritardo, in un numero di copie abbastanza misero (e fin qui la è norma...) e, non contento, ci attacca quel sottotitolo irritante che è l'amore brucia. Nice job!

"Ma ti bruciassero la connessione, Jean..."

Comunque sì, Beoning arriva nei cinema, otto anni dopo l'ultimo lavoro di Lee Chang-dong. E visto il risultato finale, ne è valsa la pena aspettare tutto questo tempo.
Il regista coreano più malcagato di sempre piazza una bella bombetta, prendendosi tutti i suoi tempi, come sempre, ma creando qualcosa di totalmente anomalo nella propria produzione, anche se non molto distante dalla sua poetica di quegli ultimi così sprofondati nel tessuto sociale comune da apparire quasi invisibili, a tratti persino (se non proprio) con un ritardo. Un film davvero allucinato che però ha i piedi saldamente a terra, oltre che una lucidità sul mondo non da poco.
Credo che si possa comodamente bypassare il lato tecnico.
Basti pensare che, al di là della fama non adeguatamente ricompensate, Lee Chang-dong rimane uno dei maestri del nuovo cinema coreano e il peggiore dei coreani è quasi al livello medio del cinema hollywoodiano - vero Jeong Byeong-gil? Quindi sì, una macchina da presa che non si muove mai a caso, piani sequenza notevoli, un uso della fotografia che sembra a uso e consumo pornografico dei cinefili internettaioli e questa atmosfera sospesa nel nulla, in un limbo, che è qualcosa che tecnicamente non puoi descrivere a parole, ma solo guardare e fartici rapire.
In quanto cinefilo internettaiolo, mi pare superfluo aggiungere che al solo ripensare a questo film sto scrivendo con una mano sola...

NON É QUELLO CHE SEMBRA!!!

Si parla di un'atmosfera sospesa nel tempo, ma la realtà è quella dei giorni nostri in un mondo ben preciso. Jong-su vive in una zona rurale della Corea del Sud, tanto che oltre le montagne che costeggiano la sua vallata inizia la Corea del Nord. Jong-su ha studiato, accenna di aver dovuto fare anche un piccolo servizio militare ma, in un paese benestante ma a crescita zero come il suo, è una delle tanti menti (forse) brillanti che deve vivacchiare di espedienti, arrivando in quella fattoria lasciatagli da quel padre così tanto problematico.
C'è poi Hae-mi, ragazza "da film", che è proprio l'opposto del protagonista. Anche lei nella medesima situazione economica e lavorativa, ma è decisamente quello che si direbbe uno spirito libero. Una che non deve tener conto a nessuno e che così dal nulla decide di intraprendere quel viaggio per l'Africa, lasciando il compito di badare a un gatto che forse nemmeno esiste.
Poi arriva Ben...
E qui diventa lampante come questo film altro non sia che una metafora della condizione sociali in Corea. Noi che la conosciamo quasi unicamente per Gangnam style, sappiamo che il quartiere di Gangnam esiste sul serio, che chi ci vive ha lo stesso portafogli di chi compra casa al Bosco Verticale e che a nemmeno tantissima strada inizia già l'aperta campagna? Anzi, che nonostante i quartieri chic e tecnologici, in Corea ci sono ancora moltissime zone rurali e che la classe media esiste quasi in via utopica?

"Ragazzi, è comunque una serata più emozionante di quelle di Jean Jacques."

Dal racconto di Murakami, Lee si è preso diverse (tante) libertà, adattandolo a quelle che sono una cultura e una mentalità coreana. Ma quella della ricchezza sembra essere un tarlo che si porta dietro molta produzione artistica orientale, segno di come le discrepanze sociali siano vissute.
A questo è dedicata la prima metà del film.
Un film lungo, quasi due ore e mezza, che si prende i suoi tempi per lasciare lo spazio a una prima descrizione del triangolo che verrà a crearsi tra Jong-su, Hea-mi e Ben. Queste tre personalità così distanti ma che in un primo momento trovano una instabile sintonia. Lui, così terreno e schiacciato dalla vita, lei, spirito libero che anela a un viatico che possa lasciare da parte il mondo e le sue regole (la scena del frame qua sotto è di una bellezza assurda), e l'altro, più rilassato perché ha fatto una vita che gli ha impedito di avere preoccupazioni, non se l'è dovuta guadagnare, ci è nato dentro e al suo interno continua a muoversi.
Alla descrizione di tutto ciò è dedicata tutta la prima metà del film, da molti trovata lenta e quasi opprimente, ma che a me personalmente non ha pesato nemmeno per un minuto. Tutto è dilatato e tutto sembra muoversi in uno spazio che non esiste, e qui avviene il collegamento con il racconto di Murakami. Lui che in quella twilight zone al confine fra la realtà e il sogno ha dedicato quasi un'intera carriera.

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L'ultima ora il film si trasforma. Avviene un mistero e lo spettatore più attento potrà accorgersi di come tutto ciò che è successo prima altro non era che un disseminare indizi per creare ancora più confusione.
Quanto di ciò che si è visto è vero? Quanto di quello che Jong-su ha visto e incontrato esiste realmente? Perché appare quasi chiaro e limpido come i due personaggi con cui ha modo di instaurare contatti altro non siano come delle proiezioni di ciò che il protagonista vorrebbe e di come vorrebbe essere, quasi due lati della stessa medaglia in un'anima che si sente divisa a metà, fra quello che vuole e tutto ciò che invece può solamente essere per via della sua condizione sociale.
E quella metafora iniziale dell'arancia invisibile...
Tutti elementi che a una situazione e a un'indagine perfettamente lineari, forse troppo, danno quel quid che permette al film di volare veramente. Una non-situazione che lascia un dubbio opprimente fino alla fine, inconsapevoli se quello che stiamo vedendo e frutto di una reale congettura o solo uno dei tanti scazzi mentali che attanagliano il protagonista.
E quel testa a testa (pre)finale, che invece sembra spostare ancora di più su un certo piano onirico il tutto, lasciando un voluto senso di irrisolutezza che rende questo piccolo film ancora più affascinante di quanto già non sia.

"Raga, facciamo vergognare Haneke."

Diventa tante cose durante la sua durata, questo Beoning, ma rimane comunque saldo il cavillo principale. Quello di un paese alienante che aliena, perché è innegabile che molto del disagio provato da Jong-su sia dettato proprio dalla sua condizione sociale e da quel sogno, quel creare un romanzo, che viene a formarsi nella narrazione stessa del film.
E quella scena finale ha quindi numerose sfaccettature.
Può essere vista come un togliere di mezzo la propria parte malvagia, che per tutta la pellicola invece sembra suggerire qualcosa che hanno in comune (il bruciare del titolo ottiene molteplici significati), come il frutto di un delirio auto-indotto o come andare alla ricerca di un vero sé, una rinascita che avviene grazie al fuoco e al sangue.
Può essere tutte queste cose e anche di più, ed è questo che lo rende un film bellissimo. Questa costante incertezza, anche di significato, guidata da una mano ferma e sapientissima che crea numerosi bozzetti che messi insieme danno un forte senso di caos perfettamente voluto.
A nostro modo, tutti siamo Jong-su e tutti siamo Ben. Possiamo essere dei poveracci che si arrabattono per cercare di portare avanti un sogno, o anche di ottenere quel minimo di dignità dalla vita, o dei ricchi facoltosi che una volta al giorno sentono il bisogno di estraniarsi per guardare la bellezza della natura, forse l'unica cosa che coi soldi non si potrà mai comprare. Mentre il mondo intorno a noi è nel caos.
Brucia.
Bruciamo tutti quanti, forse. Anche i gatti che non esistono.

"Jean, come hai fatto ad avere il mio numero?"

Film di una bellezza tutta sua che però dubito, sia per questioni distributive che di linguaggio, sarà visto da molti, se non quei soliti appassionati.
Io posso solo consigliarvelo.
Anche se Murakami (Haruki) vi sta particolarmente indigesto.





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