lunedì 14 ottobre 2019

Hostile




Il mondo è andato a meretrici per l'ennesima volta a causa di un'epidemia batterica. Juliette si sposta nel deserto che è seguito in cerca di viveri per la colonia in cui vive. Peccato che durante una delle scorribande riesce a capottare involontariamente il proprio mezzo, uscendone con una gamba rotta, in balìa del deserto e di chi lo abita...


Ci sono certi film che sembrano come certe persone: perfetti all'apparenza, ma poi estremamente deludenti.
Vi è mai capitato di incontrare quei tizi che a pelle sembrano la compagnia giusta? Stessi interessi, battuta sempre pronta e disposti ad accogliervi nelle loro cerchie... salvo che poi di quegli interessi hanno solo una conoscenza superficiale, le battute erano dei tormentoni di internet che vi eravate persi e dopo cinque minuti allo stesso tavolo iniziano a prestare più attenzione al cellulare che a voi.
Hostile è un po' una cosa simile.
Mi serviva un film non troppo impegnativo, che mantenesse l'attenzione costante ma che non durasse troppo e... tac!
Oddio, questo fa molto milanese.
Resta il fatto che possedeva tutte le caratteristiche necessarie (in più, è francese) ma che alla fine si sia rivelato una rottura di coglioni immane del cinefilo tipo, e persino la durata di ottanta minuti ha cominciato a farsi sentire a una certa, come se durasse due volte tanto. In più ti ricorda l'altro Hostile e ti viene voglia di vedere tutt'altro.

"Jean... la camporella me la ricordavo diversa."

Sarà stata la locandina molto fighetta, o quella che occupa gran spazio della stessa, ma qualcosa mi attirava. Del resto ai tempi aveva avuto un suo piccolo seguito e quando i francesi operano nell'horror si spera sempre che quella new-wave morta sul nascere ritorni a vivere. Mathieu Turi però è francese solo di nome perché il film l'ha prodotto con cash americano, non che la cosa voglia dire per forza qualcosa, ma o sei Pascal Laugier oppure certe cose devono farti pensare brutto fin da subito.
Poi leggi che è stato prodotto da Xavier "imbrocco solo il primo film" Gens e mo' so c@##i.
Certo, Hostile è un esordio e mi sento semrpe un po' #merdadentro nel fare le pulci a un film così, però va da dire che le due anime del film, quella post-apocalittica e quella romantica, cozzano in una maniera esagerata le une sulle altre, come raramente mi è capitato di vedere, fino a un casotto comune verso la fine.
Perché basta la scena iniziale per far ben sperare. Un'inquadratura che da sola racconta già un intero background, cosa che fa apparire quasi superfluo tutto quello che viene dopo quel lunghissimo prologo nelle terre desolate del futuro - e anche tutto il resto del film, ammettiamolo...
Ma al di là di eventuali aspetti tecnici, che vanno analizzato per bene, sono altri i motivi che fanno valere la pena di parlare di questa pellicola. Non in maniera molto positiva, purtroppo, ma è un discorso più globale.

Come sono convinti e a loro agio...

Turi ha visto i film giusti, di questo bisogna dargliene atto.
La fascia temporale proiettata sul futuro grida Mad Max da tutti i pori e, per quanto abbastanza banale come referenza, quella verso George Miller è una costante citazione che non infastidisce. Si ha così una parte post-apocalittica che funziona, in apparenza, perché viaggia su binari rodati. Noi della novità a volte e facciamo anche a meno e i rimandi non disturbano troppo, purché non finiscano per fagocitare il film.
Il problema è che ha rimandare (anche qui... anche nel vostro dialetto vuol dire vomitare?) troppo finisci per far capire come mai il tuo ispiratore ha avuto tutto quel successo e tu no, soprattutto se sei un esordiente. Basta entrare nel vivo dell'azione per vedere i grossi limiti, non solo di budget, che caratterizzano questo film e l'occhio di Turi.
D'ora in poi chiameremo Mat, perché il cognome mi fa venire in mente una canzone siciliana.
Cioè, Mat è un esordiente con tanta voglia di fare e credo che abbia voluto realizzare questo suo film con l'intenzione di compiere un esperimento, vedere se la cosa poteva funzionare. Sì, funziona, ma sulla breve gittata.
Perché non basta la palette di colori giusti per enfatizzare il deserto, c'è tutto il resto da costruire. Devi far percepire allo spettatore la minaccia, non solo dirgli che c'è. Tutte cose che qui latitano mostruosamente, cose che in un horror è impossibile.

Una 44 Magnum per la signorina Ashworth.

Il post-apocalittico è un genere strano perché è quello che più di tutti ha reso il territorio protagonista, pur azzerandolo e rendendolo comune. Fateci caso, negli esempi più famosi, almeno: tra Hokuto no Ken e Mad Max quanti saprebbero dire dove si ambientano, a una prima occhiata? Eppure, dopo i protagonisti, tutti ricordano quelle lande desolate dove serpeggiavano moto e fuggiaschi.
Qui siamo limitati anche dal fatto che per più di metà film lei è gambizzata.
Tur... Mat fa quello che può, ma oltre a trovare ridicolo che un mondo sia ormai totalmente desertico dopo così poco tempo dall'epidemia, non si avverte mai la presenza del luogo. E' solo uno spostarsi da una location all'altra, con brevi scorci di ciò che fu la vecchia civiltà. E non bastano delle riprese dall'alto e il titolo che compare con un font da hipster per dare un tocco al film, quando mancano le basi.
Così come non bastano due piani temporali per dare profondità a un film...
Che poi, un film così aveva per forza bisogno di una sua profondità? Parliamo di un survival ambientato dopo l'apocalisse, se si vuole la profondità non va spiattellata così alla carlona. Perché tutto quello che ci viene raccontato era già stato detto con quella bellissima prima immagine, senza contare che la love story che ne viene fuori è imbarazzante oltre ogni misura - per dialoghi, rimto intenzioni... tutto.
Ma è anche quella che dà senso parlare di questo film.

"Mo vedemo se quel pirla la smette di blaterare…"

Mi chiedo come mai tutti entrino nel pallone quando devono costruire un personaggio femminile. Perché tutti vogliono scriverne uno "forte", senza però trattenersi dal creare un camionista mancato - con tutto rispetto per i camionisti, ovviamente.
"Sai, ho fatto un film."
"Figo! Anch'io!"
"Eh, ma il mio ha un personaggio femminile forte…"
Da femminista, credo che sia proprio questo (finto) femminismo esasperato quello che può fare più danni, proprio perché fatto da gente che non ha capito cosa sia il femminismo. Perché credo sia indubbio dire, con tutte le sfumature che stanno nel mezzo, che esistano caratteri e attitudini più comuni nelle donne e negli uomini, e che un "personaggio forte" può anche sposare certi atteggiamenti senza esserne svilito. E' una delle piche cose che ha (quasi) funzionato fino alla fine in Game of thrones, se ci pensate, o almeno quello che gli ha fatto meritare tutto il successo che ha avuto.
Ma soprattutto, mi chiedo come mia si possa far vedere un uomo fragile, ma mai una donna così, senza farla passare per una perdente. E' una cosa molto comune in tantissime produzioni e in molti modi di pensare. Ma se si scava in profondità, come in questo film, si notano dei sotto-testi vagamente inquietati o non-voluti circa la donna e la sua condizione.

Quando metti la camera frontale per il selfie.

Il buon Mat sembra voler dire che una donna esiste solo per essere salata e che senza un uomo non possa stare. E' questo messaggio, in maniera anche abbastanza pasticciata, che ne viene fuori a una lettura più analitica. Perché potrà anche essere vero che è l'amore a salvarti, ma se tu, povera disagiata tossica, devi per forza trovarti il gallerista pien de schéi che ti tira fuori dalla melma per farti poi coronare il tutto con la maternità...
Tutte cose che non mi tornano.
E che mi fanno apparire quella ragazza cinica, preparata e battagliera vista all'inizio come un niente che tutto sommato non c'è mai stato. Con quella conclusione che sembra avvalorare quanto detto, offrendo una scena che vorrebbe essere straziante (e per un micro-secondo lo è) per poi concludersi nella più demente delle maniera.
E allora vaffancuore Mat.
Penso a La favorita, Lady Macbeth, Antiporno, Indivisibili e, pensate, pure a La forma dell'acqua. Tutti film con delle protagoniste donne, tutte loro dei "personaggi forti" e che ti si imprimono in mente, senza dover atteggiarsi da dure, ma mostrando una forza e una capacità di far vibrare la storia incredibile.
Di questa Juliette ricorderò ben poco. Anzi, già ricordo quasi nulla, ma forse non c'era poi molto da tenere a mente.

Le azioni cominciano a essere un po' limitate...

Non mantenere delle aspettative già assenti è un buon vanto. Ma farti chiedere se ottanta minuti di vita non potevano essere spesi un po' meglio lo è altettanto...





2 commenti:

  1. «Quando metti la camera frontale per il selfie.» Questa mi ha ucciso dal ridere ;-)
    Guardandolo mi sono trovato a pensare: «Il corto da cui immagino sia tratto doveva essere bellissimo» salvo scoprire che non è il classico caso di cortometraggio portato al minutaggio di un film d’esordio. Mi piacciono gli scenari post apocalittici (sempre in voga per i film a basso budget) come ogni fanatico di Mad Max, ho una predilezione per i mono attori incastrati in mono location per film scritti in un mono locale, ma il film diventa una palla con i flashback, che sfiga, iniziano fin troppo presto, peccato. Cheers!

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    1. Più che altro è il messaggio che portano quei flashback ad essere assurdo :/ cioè, la concezione della donna che porta questo film è davvero svilente...

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U