domenica 10 novembre 2019

Felt




La giovane Amy lavoricchia per poter proseguira la sua incerta carriera d'artista, ama rifuggirsi in degli alter-ego che costruisce lei stessa ed è reduce da una violenza sessuale che l'ha scossa nel profondo. L'incontro con un ragazzo comprensivo e paziente...


Le donne stanno "ritornando sulla piazza".
Tra #meetoo che hanno fallito miseramente nel loro intento e dichiarazioni che dimostrano che il femminismo ha ancora molti passi in avanti da fare (sull'ondata di anti-femministe che si sta manifestando in certi punti del globo non mi esprimo neppure...), le donne stanno cominciando a prendere dominio sulla scena, a esprimersi e a esprimere senza paura di ferire o di rendere amara la pillola.
Poi sì, ci sono ancora tutti quelli che pensano che Wonder Woman sia un film femminista e che la Bigelow "diriga come un uomo"...
Però i dati parlano chiaro: essere donna al giorno d'oggi non è una passeggiata in nessuna parte del mondo. E se noi occidentali ci bulliamo di essere più avanzati, ci sono ancora molti residui del passato che influiscono ancora pesantemente sulla mentalità comune.
Perché dubito che cose come "Se ti vesti così poi non lamentarti se vieni violentata" siano frasi che capita di sentire solo a me nella mia quotidianità...

"Persino 'sto tronco è più interessante di Recensioni ribelli."

Un film come questo infatti non potrebbe vivere senza la figura della sua protagonista, sia dentro che fuori dallo schermo.
A interpretare Amy abbiamo, per l'appunto, Amy Everson, un'artista che ha iniziato la sua carriera nel mondo dell'arte dopo aver subìto una violenza sessuale. I suoi lavori, come li descrive lei stessa, sono una sorta di terapia per superare quel brutto ricordo e questo film ha da intendersi come un prolungamento del suo lavoro.
Stando sempre alle parole dell'artista-interprete-sceneggiatrice, 'na roba che fa sbiancare pure Zoe Kazan, pure lei durante la giornata crea degli alter-ego dei quali veste i panni e una porzione di momenti, quindi questo film non è solo un raccordo al suo lavoro, ma anche un'opera con dei palesi cenni auto-biografici, che lei riveste con la mente, le idee e il corpo.
In tutto questo la figura del regista Joe Banker, che ha comunque contribuito alla sceneggiatura e al soggetto, soprattutto nella seconda parte, apparirebbe quasi superflua, una sorta di addetto ai lavori al servizio d'altri, invece il più grande risultato del film sta proprio nel riuscire a far convivere due personalità simili, ognuna delle quali riesce a mettere del proprio nel rispettivo settore.
Ma alla fine sarà proprio Amy Everson quella che ricorderemo, perché certo dolore lo puoi trasportare nell'arte solo se lo provi nel mentre.

Non so perché, ma molti mi hanno consigliato questa pratica...

La recitazione del film è quello che è. Come il più puro dei prodotti indie, quasi nessuno degli attorti presenti è un professionista e tutti i personaggi portano io nome dell'interprete. Amy Everson però è diversa. Non siamo davanti a una nuova Maryl Streep, ma nel trasmettere la sua sofferenza c'è qualcosa di speciale e, infatti, come rivelano le leggende che soni cresciute intorno a questo film, le crisi che ha sullo schermo le ha provate davvero durante le riprese. Ergo, tutti i pianti sono veri, tutte le sue (grottesche...) performances travestita soni quelle che farebbe normalmente nella vita di tutti i giorni.
Questo spiega anche la natura di certe scene, totalmente improvvisate sul set.
Anche le sculture del suo personaggio sono dettagli delle sue opere, prese dal suo studio e portate davanti alla macchina da presa a favore del suo personaggio. Lo stesso personaggio che si muove grazie a questa attrice che attrice non è, ma che sa rimanerti dentro in una maniera tutta sua.
Un one-woman-show portato tutto sulle spalle della Everson, che ci mette tutta se stessa - letteralmente - coadiuvata dall'occhio di Banker, che con pochi mezzi riesce a giocare col sonoro, la fotografia e inquadrature semplici, che in quel contesto riescono a pesare come poche.

Dovrei prendere in considerazione questa eventualità...

Non servono grandi budget per ricreare immagini o scene significative, specie oggi dove un telecamera hd la puoi comprare nel negozietto di elettronica dietro casa, ma il giovane Banker dimostra una sensibilità molto personale lasciando parlare i corpi, creando un'atmosfera in grado di accompagnarli senza essere mai oppressivo col proprio sguardo.
Lo fa per quasi metà film - che dura un'oretta e qualcosa, tra l'altro - e, per quanto cominci a puzzare come sòla d'autore dopo neanche moltissimo, è innegabile che lasciarsi condurre in questo trip disagiante sia davvero molto bello, a suo modo.
Non verrà mai rivelata la natura della violenza subìta da Amy, tutto verrà lasciato suo vago, ma sono anche i piccoli discorsi inseriti nel film a lasciar intendere come una donna debba sentirsi nella vita di tutti i giorni - sì, sto parlando di quello fatto dal primo ragazzo... - e questo vuoto viene riempito da sé in una maniera davvero poco piacevole.
Felt, appunto. Sentire.
Se siete quelle persone che vogliono che un film vi faccia provare qualcosa, qualsiasi cosa, anche poco piacevole  questa pellicola fa al caso vostro.
Poche altre volte si riesce a provare una tale empatia per un personaggio di cui si sa così poco, dove si lavora quasi esclusivamente di sottrazione e dove un certo tipo di bellezza riesce a trasparire solo sapendo che una certa persona ha sofferto così tanto.

A Donato Carrisi piace questo elemento.

Bastasse questo a fare un film, Felt sarebbe la perla indie che tutti vorrebbero vedere. Purtroppo però non bastano due sequenze estrapolate da un contesto a completare un'opera, serve anche un filo conduttore e una risoluzione de discorso generale.
Se parlassimo di video-arte e non di film, Felt sarebbe un capolavoro.
Però la storia va avanti e mette di fronte a un finale che… beh, per essere coraggioso lo è e a suo modo completa il discorso, pur lasciando ancora una volta (di troppo) sul vago certe cose, ma è indubbio che finisca per lasciare perplessi a più mandate.
Perché per quanto il gore e lo sconfinare nell'horror ci facciano sempre piacere, qua avviene tutto in una maniera abbastanza meccanica e che lascia parecchio perplessi su quelle che volevano essere le intenzioni dei due autori.
Non un finale brutto, a suo modo anche coerente, ma che finisce col sembrare più una voglia di shockare a tutti i costi che un piano preciso e stabilito. E con tutta la cruda delicatezza mostrata prima cozza fino a sembrare quasi fuori fuoco e contesto, in una maniera dannosa per quella che è l'economia della pellicola.

La piel que ab... ah no, sbagliato film!

Sta quindi allo sguardo dello spettatore.
Se prima doveva riempire il non detto sulla violenza di Amy, sul finire gli spetterà invece decidere se dare più importanza a quello che lo ha convinto o meno.
Perosnalmente, per quanto tutto abbia finito col sembrarmi un breve ma gigantesco nice try, certe sequenze le dimenticherò con difficoltà. E quegli sguardi della Everson, quella sua voce rotta, così come quelle scene con cui Banker ha accompagnato tutto quello, mi resteranno addosso per un bel po'.
Ma occhio, che siamo su filo del rasoio...





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