lunedì 18 novembre 2019

Innocence




In una villetta in mezzo ai boschi vivono delle ragazze, portate lì da piccole in una bara ed educate all'arte della danza. Tutti i contatti col mondo esterno sono vietati...


Conoscete Siri Hustved?
No, non è la nuova applicazione dell'Iphone, è la moglie di Paul Auster. Che lui elogia come bravissima, ma che non ha mai avuto lo stesso successo del marito - basti pensare se è più famoso Follie di Brooklyn o il di lei Quello che ho amato.
Stessa cosa per Lucile Hadžihalilović.
Il suo nome dirà qualcosa a pochissimi, ben più noto è invece il marito Gaspar Mosé Noè, col quale ha collaborato per tutti i film. A lei invece si devono solo due mediometraggi, uno dei quali, Good boys use condoms, era stato finanziato insieme ad altri per una campagna che sensibilizzasse l'uso degli anticoncezionali.
La buona Lucile dovette aspettare il 2004 per fare il suo primo film, che nonostante gli elogi in diverse parti e festival del mondo e la partecipazione di un nome di grido, non ha mai avuto le luci della ribalta su di sé. Anche oggi la sua carriera appare parecchio parca, dato che il suo secondo film è uscito solo nel 2015.

Già qui capiamo cosa condivide col marito: la droga.

Credo di capire come facciano quei due a stare insieme. La Hadžihalilović (salute!) ha uno stile diversissimo da quello del marito, dove lui è più sanguigno e deciso a provocare a tutti i costi, lei punta a un raffinato racconto d'atmosfera, sull'intellettualismo dei simbolismi e delle luci, ma di base si percepisce la stessa inquietudine e malessere che in questa pellicola sembrano trasudare da ogni fotogramma.
Del resto, il tutto ha come origine letteraria il romanzo Mine-Haha del drammaturgo tedesco Frank Wedekind, dal quale John Irving trasse nel 2005, un anno dopo questo, il film L'educazione fisica delle fanciulle.
Già, l'irreprensibile John Irving.
Non sapevo facesse cinema...
A differenza dell'occhio dietro quella porcata patriottica di Hamburger Hill, la signora Noè prende solo la base del romanzo per andare poi per i fatti propri. Non c'è il colpo di scena finale, anzi, sembra non esserci una vera e propria narrazione, così come non c'è un unico punto di vista. Tutto è sospeso nel tempo e nello spazio, si racconta ogni cosa attraverso le metafore, facendo diventare l'intera operazione una grossa, enorme metafora a sé stante, dove il romanzo di Wedekind diventa solo un mero pretesto per far partire la controllata follia visiva.
Perché se marito e moglie hanno stili diversi ma complementari, la cura che mettono nella realizzazione è pressoché identica.

Se non altro non sono in un sottopassaggio...

Credo non ci sia una scena di tutto Innocence che non sia bellissima, di quella bellezza fotografica e compositiva davanti alla quale non puoi fare altro che startene fermo a guardare.
Aiuta molto anche paesaggio bucolico in cui si ambienta tutto e il fatto che gran parte delle scene avvengano in spazi chiusi, per antonomasia quelli più semplici da controllare a livello fotografico. E tutto questo contribuisce a enfatizzare quella dimensione sospesa fra il tutto che la regista voleva creare, dando quella sensazione di fiabesco e che, come tutte le fiabe che si rispettino, mantiene sottopelle uno strato di inquietudine notevole.
Perché c'è dell'inquietante in tutto quello, in quella fotografia così poetica ma al contempo ombrosa, in quelle bambine che giocano, studiano e attraversano le varie fasi, mentre è impossibile allontanarsi da quel posto, da quella villa e da quell'istituto dove si arriva attraverso una bara.
Ci sono così tante idee e suggestioni nella prima mezz'ora che, nel vederle reiterate fino alla fine, aggiornate di continuo e attraverso i vari punti di vista, si viene con un senso di claustrofobia che non è solo quello che la regista voleva dare con le ambientazioni e gli interni.
C'è troppo di tutto.
Eppure succede poco o nulla.
Ma si arriva a fine visione così saturi di una bellezza a tratti fine a se stessa che gran parte della meraviglia finisce con lo scomparire.

Sono un cinefilo semplice: vedo Marion Cotillard e sono in paradiso.

Lucile ha voluto prendere tutte bambine attrici al proprio esordio davanti alla macchina da presa, usando solo il volto celebre di Marion Cotillard - e di questo ringraziamo. Per gestire le infanti poi ha creato un perverso gioco dive ha lasciato alle piccole più libertà possibile, ma usando perlopiù riprese statiche e un abbigliamento che le uniformasse, in modo da creare la dicotomia fra controllo-anarchia che si addice a un racconto simile.
Perché Innocence, oltre a quello che dice il titolo, parla di tante cose.
Non è solo il passaggio dall'infanzia all'età adulta, ma anche dell'educazione che passa nei vari livelli della vita, dove tutto porta a un altro livello superiore e addestra a quella che è la vita vera, fuori dal mondo, da quel guscio protettivo che può essere l'ala dei genitori.
Anche qui, tutto è quello che sembra e al contempo non lo è.
Diventa quindi ottimale l'assumere più punti di vista, per far vedere le varie sfaccettature che un'educazione ha sulle varie menti, anziché solo su una come faceva l'originale, e si annulla del tutto anche il periodo storico, che viene pressoché lasciato sul vago fino alla fine.
L'innocenza è l'infanzia, ma alla fine si sporca con quelli che sono gli obblighi del mondo, del sistema e dello stesso volere umano.

Marion, ti autorizzo a farmi anche questo, se vuoi.

Importante è anche la dimensione bucolica che la regista vuol far assumere al tutto, perché non è solo un film che parla dell'educazione sociale, ma anche della consapevolezza che le ragazzine cominciano ad avere di sé.
Innocence, una volta compreso che non stiamo guardando il sequel di Ghost in the Shell, è un film molto fisico che alla sua maniera parla anche della sessualità, della scoperta e della voglia di provarla. Il contatto con la natura non è altro che un legame con noi stessi e con la parte più ancestrale di noi che, tra le varie cose, si verifica anche attraverso la scoperta del proprio corpo.
L'acqua è l'elemento predominante.
Non è un caso che da Chinatown di Polanski un poi sia uno dei cinque elementi più gettonati al cinema insieme al fuoco.
Basti pensare alla nascita, al liquido amniotico, al latte materno, e non per nulla tutto inizia con una ripresa che viene da sott'acqua, la prima scomparsa ufficiale è dopo che una ragazzina cerca di allontanarsi via mare. La natura ci insegue e fa parte di noi, per quanto sia naturale distanziarsi da essa, ma non dobbiamo ricordarci che dietro tutti quegli strati di educazione e paletti, siamo esseri nati dall'acqua e dalla terra, destinati a mutarsi.
Ce lo suggeriscono i discorsi delle maestre, l'inquadrare un serpente che cambia la pelle e l'alternarsi delle stagioni.

Una Belen che non ha smesso di sognare.

Sembrerebbe il film dei sogni di ogni cinefilo degno di questo nome, e in parte lo è. Non si può dire che non sia interessante e che non risparmi livelli di lettura e meraviglie visive, ma ciò che in un primo tempo emoziona, diventa forse il peggior nemico del film.
Come già detto, è tutta una grande metafora.
E la meraviglia iniziale si esaurisce presto.
Si sa che non ci sia nulla di più personale del giudizio, e il parere individuale diventa d'obbligo quando siamo di fronte a film così intimi e quasi privati, che non possono essere ricondotti alle solite mere logiche realizzative. Per quella che è la mia sensibilità quindi, una volta che l'effetto ipnosi della Cotillard in costume da ballerina è finito, mi viene da dire che è un film sì curioso, ma a tratti ridondante in quello che voleva dire (una sforbiciata qua e là e non sarebbe cambiato nulla...), perché tutta quella bellezza a tratti sembra superflua quando quello che voleva dire è stato capito fin dall'inizio.
A parte la bellezza di Marion, sia chiaro.
Resta a noi scegliere se l'essere condotti in questo viaggio, dove tutto è lasciato sul vago ma si fa un gande lavoro sulla confezione, basta a soddisfarci. Perché è innegabile che certa bellezza non può essere data solo da dei paesaggi magnifici e dall'attrice più bella di sempre - commento puramente oggettivo.

"Siete state educate bene: nessuna di voi ha aperto un blog di cinema!"

Un cinema che passa fin troppo spesso in sordina, a parte uno di quei soliti due-tre nomi da fetsuval che vanno abbastanza di grido, nonostante le ottime premesse e la forte perosnalità, per quanto acerba.
Lucile però ha occhio, e si vede.
Spero che anche l'altra metà di casa Noé possa avere vita lavorativa più facile, perché anche il suo secondo lavoro, pure quello estremamente personale, ha subìto numerosi ritardi per le difficoiltà a trovare dei finanziatori.
Se non altro, qui nessuna donna incinta viene maltrattata...





2 commenti:

  1. Ultimamente film quasi del tutto sconosciuti...questo è uno, ed è strano perché difficile mi sfugga un film con Marion Cotillard...

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    1. All'epoca non era ancora così famosa - fuori dalla Francia, almeno.
      Comunque sì, il restart del blog puntava a questo 😂

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U