lunedì 13 gennaio 2020

Szabadesés - Free fall




Una vecchina si butta dall'ultimo piano ma, dopo l'atterraggio, risulta incolume. Nel riprovare il tutto, sale a piedi tutti e sei i piani del proprio casolare, del quale ci viene mostrato uno scorcio di assurda vita quotidiana...


Se dovessi fare una delle classifiche di fine decennio che vanno tato in voga ultimamente, metterei sicuramente nella decina di vincitori Taxidermia, film tanto assurdo quanto bellissimo ma che però, per ovvi motivi, non consiglio a tutti. D'altronde se ha messo a dura prova persino me, che con perversione e malattia vado a braccetto, qualcosa vorrà dire.
Strano però che nelle cricche cinefile György Pálfi venga citato così poco.
Perché se il greco Yorghos Lanthimos ci ha messo poco a raccattare una schiera di estimatori, il regista ungherese rimane relegato a qualcosa che somiglia molto al deep internet cinefilo, anche se la sua visione rimane di tutto rispetto così come la sua voglia di sperimentare, e pure a mero livello tecnico non scherza per nulla.
Lo si può dire senza nessuno snobismo: non è per tutti.
Per il semplice fatto che molti iniziano ad avere i primi conati di nausea già al quindicesimo minuto...

E si inizia bene...

Nel suo ultimo lavoro, in quella che è una produzione non proprio vastissima, non si superano le vette di squallore e vomitolenza offerte dalla famiglia Balathony, ma è la prova che Pálfi deve farsi di roba parecchio buona e che un sabato sera con lui potrebbe dare pure delle belle soddisfazioni.
Davvero, "si fa di roba pesante" credo sia l'unica definizione possibile per descrivere il suo immaginario, che non appare mia scontato, banale, ma sempre estremo e gestito in una maniera in grado di lasciare sempre di stucco, sia in ambito pratico che in quello meramente cinematografico.
Szabadesés, o Free fall se preferito il titolo di lancio (lol) internazionale, porta avanti, porta avanti la sua poetica nel ritrarre quella che è un'umanità che ha perso ogni contatto col prossimo, con l'empatia o, detta molto semplicemente, con la vita e i valori che può portare una simile tematica.
Temi decisamente delicati che lui porta in scena con una mise sempre in bilico fra il punk incazzatissimo e la raffinatezza pura, lasciando sempre quel vago sentore di malessere pure in un'ironia che non lascia scampo, non fa ridere ma atterrisce con quel disagio che sembra contraddistinguere la poetica di questo autore dallo sguardo spiritato - da qua il dubbio della fattanza.
Non stupisce quindi nemmeno di scoprire che questo film sia una co-pruduzione sudcoreana, perché è risaputo che dove c'è il disagio i coreani ci si buttano a tuffo carpiato.

Capisco come si sente...

Sei piani.
Sei corti.
Szabadesés sta tutto qui, altro non è che il mostrare la follia più pura che si dirama nei vari appartamenti di questo strambo condominio, dove povertà, ricchezza e studi medici sembrano convivere come se nulla fosse, sotto l'occhio indiscreto di una macchina da presa mai messa a caso.
Sembra assurdo che un film così' anarchico e folle sia invece estremamente controllato e rigoroso, con un ritmo che, complice anche la durata inferiore all'ora e mezza, non molla mai la presa e non è in grado di annoiare. Ma davvero, basta già il prologo della vecchina per invogliare alla prosecuzione, perché sembra assurdo che ci si possa addirittura superare, cosa che invece avviene regolarmente.
A ogni piano che a vecchietta suicida attraversa, avviene il 'miracolo', Pálfi si supera ogni volta sia sul piano visivo che su quello della mera perversione, regalandoci sei storie in grado di scuotere e non far rimanere indifferenti. Tutte sceneggiate con la compagna Zsófia Ruttkay e viene da chiedersi pure che razza di vita possano condurre insieme due menti simili.
Perché non è solo la vita in generale a uscirne parecchio distrutta in un film simile, ma soprattutto quella familiare e di coppia, che fa denotare una lucida follia alla base che risulta essere quanto di più realistico possa esserci, nella sua assurdità.

Pálfi quando è in botta, più o meno...

Perché nulla esce pulito o anche solamente salvato da Szabadesés.
Ogni corto è un piccolo trattato che mostra le assurdità quotidiane e sociali di sei micro-cosmi indipendenti fra loro e che non hanno mai un vero e proprio contatto - anche questo, particolare non trascurabile.
Se la vecchiaia lascia spazio solo per una fine che non avviene, destinata a ripetersi all'infinito una volta compreso che nella vita non c'è moto altro per cui vivere, tutto il resto risulta più sfiancante mano a mano che la visione procede.
Abbiamo il guru spirituale che non vuole che uno studente eccella sugli altri, una nudità ignorata ma che è sinonimo di un disagio borghese (in senso di borghesia, non il cuoco), un rapporto che avviene in maniera antibatterica per paura di un contagio col mondo esterno, un rapporto di coppia aperto abbastanza assurdo e una clinica ginecologica piuttosto insolita.
Tanti esempi, tutti ritratti con tecniche diverse, che vanno da quelle della commedia classica fino alla sitcom demenziale. Perché, come se non bastasse, questa raccolta di corti è anche una lezione sulle varie tecniche del cinema e su come gestire i vari generi, segno che Pálfi non è un regista comune e che sa come convertire la propria poetica in base alla materia che sta raccontando.
L'unica certezza è che il tizio, dopo essersi sparato una bella dose (e nessuno potrà convincermi del contrario...), offrirà punte di disagio che nemmeno una discussione con un aspirante tronista può offrire.

Ma il tizio ha qualcosa in comune con Noè, per caso?

Ma è proprio nell'ultimo corto, quello più sottile ma anche enigmatico, che sta la spiegazione di tutto il film.
Una madre e un figlio, che attendono il ritorno di un padre burbero - e si sospetta anche manesco - per poter cenare tutti insieme. In mezzo a loro, una mucca, che solo il bambino sembra scorgere, che guarda in modo implacabile la scena.
Se in filosofia si parla dell'elefante nella stanza, qui abbiamo la mucca.
Qui Pàlfi dà il meglio di sé con il segmento più controllato e statico, che si svolge quasi interamente intorno a un tavolo ma dove l'atmosfera inizia a farsi tesissima. Eppure vediamo solo una mucca a tavola con gli altri componenti della famiglia, una presenza che fa scorgere un peso che forse attraversa quanto visto prima in tutti gli appartamenti.
Il bambino non dirà mai nulla.
Ma forse ha già capito tutto, o lo capirà.
E intanto la mucca sta a guardarlo.
Così come noi abbiamo guardato quanto ha preceduto quel momento, abbiamo visto quelle realtà così squallide e grottesche, che altro non sono che lo specchio del nostro mondo. Un mondo dove la vita, i sentimenti, l'empatia e il semplice essere accettati non valgono più nulla.
Resta solo una caduta libera.
Che però non cambierà mai nulla.
Nemmeno per noi...

Cecco & Cipo approvano.

Ennesima perla di un regista stranamente poco conosciuto, ma decisamente da scoprire nella sua straripante follia.
Anche se, lo ripeto, non è per tutti.
Qui abbiamo una sua versione più controllata e già questa può essere un problema per alcuni, immagino.





2 commenti:

  1. Decisamente non è per tutti, ma per come lo presenti potrebbe forse fare per me, o almeno potrebbe non dispiacermi una sua visione ;)

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U