martedì 28 gennaio 2020

The nest (il nido)




Il piccolo Samuel e i genitori vivono all'interno di Villa dei Laghi. Una sera, il padre scappa con il bambino, ma ha un incidente dove muore, mentre l'infante rimane paralizzato dalla vita in giù. Cresce così insieme alla madre iperprotettiva e deve sottostare alla rigida educazione del luogo, ma un giorno tutto cambia quando...


Pare incredibile ma pare stia succedendo: ormai sponsorizzare film italiani di genere non è più un obbligo morale perché ne escono diversi. E quando accade con l'horror, genere visto come straniero per eccellenza (ma Fulci, Bava, Argento e compagnia mortifera li abbiamo dimenticati?) allora vuol dire che qualcosa è davvero cambiato.
You may say that I'm a dreamer, but quand you have in cinema vicin you a italian film that is horror e sembr don't esserc ingann, allora un piccolo sospiro di sollievo lo tiri. Se poi questo film raccatta consensi un po' ovunque e finisce addirittura per essere acquistato dagli studi che hanno realizzato i vari Maze Runner (a proposito, l'attore protagonista sta meglio?) per un remake americano, forse abbiamo davvero qualcosa per cui gioire.
Che poi io l'abbia recuperato con così gran ritardo perché a lavoro ho degli orari balenghi è un altro discorso.
Però sì.
Abbiamo un horror italiano. E la cosa assurda è che funziona. L'ultima volta che ho sentito la dicitura "horror italiano" è stato per La notte del mio primo amore e sulla cosa preferirei sorvolare.

Festeggiamo!

Il film è l'esordio alla regia di Roberto De Feo, giovane ragazzaccio che ha iniziato questa produzione su Kickstarter per poi ottenere tutti i mezzi professionali necessari per creare quello che, a conti fatti, è un horror totalmente d'atmosfera e che strizza gli occhi ai vari maestri ispiratori. Non solo ai nostrani ma, soprattutto, a quelli stranieri.
Qua andrebbe aperta una parentesi...
Perché nel sottomondo del cinema le citazioni che diventano un mantra e ottengono vita propria anche fuori dalla celluloide sono molteplici, ma quasi nessuna raggiunge, almeno da noi, i livelli della serie Boris. Davvero, se l'avete vista, almeno una volta vi sarete ritrovati a usare l'espressione "è troppo italiano", seguita da numerosi sghignazzi.
Ecco, il nostro De Feo ha imbastito gran parte della promozione asserendo che il film era stato fatto per "non sembrare italiano", cosa che se avete più di sedici anni vuol dire tutto e nulla, specie con tutto quello che è successo al nostro cinema negli ultimi tempi. Sì, correva il rischio di farla un po' fuori dal vasino, anche perché il nostro cinema del passato ha una grande tradizione di cinema gotico che molto ha insegnato anche agli americani, per dire, ma andiamo oltre che da giovani castronerie ne abbiamo dette un po' tutti.
Limitiamoci a dire che De Feo ha dimostrato di saperci fare, cosa che può far perdonare di certo una quisquilia simile.

Ma è Keller di Camera café…?

The nest - vuole sembrare così poco italiano che pure il titolo è in inglese... ok la smetto - è proprio un film figo, almeno per i primi minuti.
Ma andiamo con ordine.
Si vede che il regista ha visto i film giusti e che non è uno sprovveduto. Il lavoro che riesce a fare sull'atmosfera, così come l'uso delle scenografie, magnificamente prestate dal piemontese Castello dei Laghi, è davvero ammirevole. I mezzi a tratti sono quello che sono, ma non sfigurano di certo davanti a produzioni ben più blasonate.
Non è solo una questione di una fotografia davvero ben riuscita, che riesce a usare le ombre in maniera egregia, ma di tutto un insieme fatto da inquadrature, montaggio e sonoro. Basterebbe solo la scena del banchetto per far capire cosa serve per incutere timore con personaggi sgradevoli, mai troppo enfatizzati (almeno, nel presentarli) e che rivelano ciò che sono attraverso piccoli gesti come, per l'appunto, il mangiare. Come la macchina da presa si sofferma, anche così rapidamente, sui dettagli, vale più di qualche ettolitro di sangue.
Così come i volti.
Tutti i pochi personaggi sono scelti alla perfezione e ognuno di loro ha una faccia che sembra essere nata per quel ruolo. E le facce sono spesso un elemento molto sottovalutato nel cinema dell'orrore, anche se è da lì che parte tutto, anche nella quotidianità.

"Ma 'ndo cacchio so capitato?"

A tal proposito va fatta una parentesi su Francesca Cavallin. Nome forse non notissimo, ma particolarmente attivo nella televisione nostrana. Esordì nel 1999 nella soap Vivere e collezionò diverse presenze nelle varie fiction. Il cinema le aveva regalato ruoli in Vita smeralda e I babysitter.
Va detto e sottolineato: quasi tutto il film si regge sulle sue spalle.
Perché sì, dove De Leo non arriva con la cinepresa, a riempiere i vuoti ci pensa proprio la Cavallin. Che porta avanti un personaggio sinistro e ambiguo, al quale sa dare un fascino perverso che sa andare anche oltre i limiti di scrittura.
D'altronde, pure Matthew McConacoso prima di Dallas buyer club era famoso come "quello delle commedie romantiche".
Lo stesso dicasi anche per i due protagonisti più piccoli. Acerbi, vero, ma con dei volti che da soli dicono tutto dei loro personaggi, per un film che è tutto giocato sui volti dei suoi protagonisti.
Quindi sì...
Abbiamo l'atmosfera giusta e le facce giuste. Cosa manca?
Già... il ritmo.
Perché The nest (il nido) ha tutto quello che serve per far partire bene un horror, ma a lungo andare mostra parecchio la fiacca per una storia che mostra già tutto quello che doveva nella prima parte, peccando nel suo percorso di diverse ingenuità.

"Perfino i ostri sotto al letto so mejo de sta gente."

C'è davvero tutto quello che serve e, non contento, De Feo piazza pure un colpo di scena finale che dà senso opposto a quanto visto prima, giocando coi generi e con le chiavi di lettura di diversi momenti. Il problema è arrivare alla fine, perché questo horror misto al film di formazione non sfrutta sempre bene le proprie carte e in più di un momento sembra indeciso su come proseguire per raggiungere un minutaggio adeguato. E diciamolo. dieci minuti in meno non avrebbero di certo fatto male.
Anzi...
Ma ha dalla sua la grande capacità di farsi voler bene. Non solo per le competenze dimostrate da tutti in questa macabra opera prima, ma anche per lo sforzo che vuol dire fare un film simile in Italia, anche se agevolato (ma solo in parte) dalla new-wave che stiamo attraversando nell'ultima mezza decade.
Resterebbe però un prodotto pregevole anche lontana "dall'ottica italiana", che De Feo ha voluto sottolineare così spesso, perché atmosfere simili fanno sempre la loro ottima presa, così come il discorso sulla maternità e la crescita che ne viene fuori, sull'educazione e la scoperta del mondo. Nulla che non si sia già visto, ma trattato con i giusto garbo.

"Com'è il mondo fuori?"
"Mah, c'è Jean Jacques che scrive il suo blog…"
"Ok, resto qui."

Fa ben sperare per il futuro di questo regista che, una volta giunto alla maturità aristica, sono certo saprà regalarci diverse sorprese.





4 commenti:

  1. Un bellissimo esordio, dalle atmosfere particolarmente indovinate. La Cavallin, in particolare, magnetica.

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  2. A me era piaciuto davvero un sacco. Peccato che gli americani già puntino al remake, quando questo gioiellino nostrano è bello già così.

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  3. Da non amante dell'horror, l'ho visto al cinema in un torrido pomeriggio di fine estate, con la sala deserta e solo per trascorrere due ore al fresco. E invece uscii dal cinema molto soddisfatto... e per una volta sfoderai anch'io la solita frase dello spettatore medio: "non sembra proprio un film italiano"!

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Ragazzi, mi raccomando, ricordiamoci le buone maniere. E se offendete, fatelo con educazione U.U